giovedì 18 giugno 2020

PIANTO ANTICO di Giosuè Carducci

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RELATRICE: SILVIA LADDOMADA

 


Il melograno, presente in molti giardini, è una pianta asiatica, bella per i suoi fiori, in questo mese. I suoi frutti rossi maturano in autunno. Degno ornamento del pranzo di Natale. Di buon auspicio la notte di san Silvestro, insieme alle lenticchie.
Pianta degna dell'attenzione del poeta Carducci



PIANTO ANTICO di Giosuè Carducci

Desidero proporre all'attenzione degli amici una poesia che certamente gli ultracinquantenni hanno conosciuto a scuola. Oggi sono altri i contenuti delle poesie che si propongono alla lettura e alla comprensione. Oggi non si imparano più a memoria le poesie, come una volta.
Per questo, molti di noi, a distanza di anni, ricordano ancora. Nei cassetti della memoria depositiamo tante cose, belle e brutte. Al momento opportuno quel cassetto si apre e ciò che abbiamo depositato ritorna vivo, limpido, magari circostanziato. In questo caso affiorano alla mente i ricordi scolastici, i compagni, le maestre.
Nel componimento si parla dell'albero del melograno, che in questo mese è festoso, foglie verdi, fiori rossi particolari. Carducci lo ha reso famoso nella poesia Pianto antico. Una poesia scritta a giugno del 1871, dedicata al figlioletto Dante, morto improvvisamente all'età di tre anni, nel novembre dell'anno precedente. L'unico figlio maschio del poeta. C'erano due sorelline a fargli compagnia.

il giorno dopo la disgrazia, il poeta ne dà notizia al fratello Valfredo in un'accorata lettera. "Il mio povero bambino mi è morto, morto di un versamento al cervello.....Povero il mio caro Dante! E avevo riposto su quel capo tutte le mie speranze, tutto il mio avvenire! E mi ero avviticchiato a lui con quanto amore mi restava nell'anima! Oh che strappo del cuore e della vita! E' inutile parlare di consolazione: il tempo potrà rammarginare un po' la ferita; ma guarirla non mai".
Il poeta ci confida un triste ricordo. A giugno, quando l'albero di melograno fiorisce, lui ricorda il figlio che aveva una certa predilezione per quell'albero. Ma il suo affetto non potrà risvegliarlo dalla tomba.

Leggiamo ora i versi del poeta.
"L'albero a cui tendevi
la pargoletta mano
il verde melograno
da' bei vermigli fior

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior della mia pianta
percossa e inaridita,
tu dell'inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra,
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor".

La poesia fa parte della raccolta "Rime nuove".

Un brano fluido, scorrevole, una filastrocca infantile, cantabile, in contrasto con la drammaticità del contenuto.
Sul piano formale si tratta di quattro strofe di quattro versi ciascuna. La rima é solo tra il secondo e il terzo verso. L'ultima sillaba dei primi versi non ha richiami in rima; l'ultima sillaba di ogni quarto verso é in rima, ed é sempre una parola tronca. "fior", "calor", "fior" ,"amor".

La parafrasi ce lo renderà chiaro e comprensibile.
"L'albero, verso cui protendevi , allungavi la tua piccola mano, il melograno con le sue verdi foglie e con i suoi bellissimi fiori rossi è rifiorito nel silenzioso e solitario orto (non più animato dal chiassoso giocare del bambino).
L'estate lo irrobustisce con la luminosità e il calore del sole.
In contrapposizione : tu mio fiore, (Carducci metaforicamente diventa pianta e il figlio fiore) fiore di una pianta percossa ormai dalla sventura e incapace di generare un nuovo fiore, tu ultimo e unico fiore, unico maschio della mia vita, ormai inutile , sei nella tomba, coperto da terra fredda, priva di calore, da terra nera, priva di luce, il sole non ti dà più allegria, né il mio affetto può ridestarti dal sonno eterno.

In questi versi é racchiusa l'intensa emozione del poeta; con sincerità d'accenti parla del suo dolore. Il pianto di un padre. Un pianto antico. Questo è il titolo. Che non è il pianto per una perdita avvenuta nel passato, ma è un pianto che risale ai più lontani tempi, è un pianto primordiale, antico quanto l'umanità, in cui si rinnova il dolore di ogni padre di fronte all'innaturale perdita di un figlio. Il pianto dei padri che sono sopravvissuti, assistendo al ritorno implacabile del sole e dei colori.
Carducci ha proiettato il proprio strazio individuale su un piano più ampio e universale. Un grande dolore che il poeta ha reso attraverso questa classica contrapposizione tra la vita con il suo calore e i colori della natura e la morte, con la sua freddezza e oscurità.

Giosuè Carducci, nato nel 1835, era originario della Versilia toscana, era di Valdicastello, nella provincia di Lucca, ma trascorse l'adolescenza tra Castagneto e Bolgheri in Maremma.
Aveva studiato a Firenze, successivamente a Pisa. Laureatosi in Lettere, aveva insegnato all'Università di Bologna fino al 1905. Nel 1906 venne insignito del premio Nobel per la letteratura, premio assegnato per la prima volta a uno scrittore italiano e nel 1907 morì a Bologna. Gli subentrò nell'insegnamento, all'Università di Bologna, Giovanni Pascoli.

 


Carducci è un poeta poco letto nel Novecento, perché in realtà è stato il cantore degli ideali risorgimentali, il poeta- vate di un'Italia finalmente unita e libera, che avrebbe fatto rivivere alle nuove generazioni la gloria dell'antichità classica.
Carducci era allora un giovane spirito ribelle, polemico, di idee repubblicane e mazziniane. Poi, turbato dagli esiti del socialismo e dalla corruzione della classe politica della Sinistra storica, come il trasformismo di Depretis, il conservatorismo e colonialismo di Crispi, si adeguò gradatamente alla situazione, avvicinandosi sempre più alla monarchia sabauda, diventò anche senatore del Regno. Deluso dalla meschinità dei suoi contemporanei, dalla mediocrità dell'Italia umbertina, dalla grettezza degli uomini "novelli", il suo spirito polemico si attenuò, assumendo le forme più sfumate della nostalgica rievocazione della Storia passata.
Quindi divenne cantore della gloria dell'antica Roma e critico severo dello squallore della nuova Roma capitale.
Non gli interessò lo spirito romantico, troppo sentimentale e molle la generazione dei romantici, per lui.
Nella sua produzione poetica seppe offrire una visione incantata della Roma che fu, del suo glorioso passato, rivelando una profonda malinconia per un mondo di grandezza ormai perduto. Ha anche esaltato le gesta eroiche della civiltà greca, gli eventi, le azioni coraggiose del Medioevo, tutto quello che segnava la grandezza di un popolo. Era lo "scudiero" dei classici.
Una produzione poetica esaltante, resa con un linguaggio aulico, latineggiante, legata però a una stagione storica che il poeta ha vissuto con dignità e decoro. ma che ora ci appare lontana, conclusa.

Ma accanto ai testi celebrativi, oggi poco apprezzati, la migliore poesia carducciana si esprime nelle tematiche più intime e personali, con componimenti da cui traspare l'incanto dei sentimenti, la descrizione della bellezza naturale dei paesaggi.
Il poeta rivela in questi momenti una sensibilità inquieta, che anticipa temi e forme del Decadentismo.
Una produzione poetica in cui aleggia sempre un'aura di romanità e una tristezza solenne di cose trapassate. In questi componimenti intimi, l'ottimismo risorgimentale si vela di malinconia. Questo poeta gagliardo aveva anche lui le sue malinconie, quel senso triste della vita, quando ci si pensa. Ma la sua  è una malinconia virile, riposata, di chi accetta la vita com'è, con quel tanto di dolore e di gioia che porta con sé.
La sua serenità non era impassibilità, ma virile dominio delle inquietudini che turbavano il suo animo.

















PIANTO ANTICO di Giosuè CARDUCCI

TESTO
  1. L'albero a cui tendevi
  2. la pargoletta mano,
  3. il verde melograno
  4. da' bei vermigli fior,
  5. nel muto orto solingo
  6. rinverdì tutto or ora
  7. e giugno lo ristora
  8. di luce e di calor.
  9. Tu fior della mia pianta
  10. percossa e inaridita,
  11. tu dell'inutil vita
  12. estremo unico fior,
  13. sei ne la terra fredda,
  14. sei ne la terra negra;
  15. il sol più ti rallegra
  16. ti risveglia amor.

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