giovedì 17 giugno 2021

LA DIVINA COMMEDIA: INFERNO MALEBOLGE (canti 19°, 20°, 21°, 22°)

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Relatrice SILVIA LADDOMADA

Nella 3^ bolgia Dante incontra i simoniaci, cioè gli ecclesiastici, gli uomini di Chiesa, che si sono abbandonati alla compravendita di cariche ecclesiastiche e di cose sacre. Simoniaci, perché seguaci del mago Simone, originario della regione di Samaria, che chiese a Pietro di vendergli, in cambio di denaro, il dono di infondere lo Spirito Santo.

Il 19° canto é un canto politico, in cui Dante affronta il tema della corruzione della Chiesa e del suo eccessivo potere temporale.

Questi due fattori sono l'origine della decadenza delle istituzioni ecclesiastiche. Questo canto é il primo del poema che ha una dimensione politica universale.

Con Ciacco e Farinata erano state affrontate le questioni legate sia alla vita civile di Firenze (divisa in Bianchi e Neri) che al destino del cittadino Dante.

Ora il poeta affronta il tema centrale della Commedia: l'avidità, (rappresentata dalla lupa nella selva), l'avidità come principale causa della rovina dell'umanità, perché ha distolto la Chiesa dalla sua missione spirituale, alimentando la sete di potere temporale, e ponendola in contrasto con l'Impero, a cui Dio aveva affidato il governo del mondo. Questo tema Dante lo ha trattato ampiamente nell'opera Monarchia.

Ma torniamo alla 3^ bolgia e conosciamo i peccatori qui condannati. E' una bolgia particolare: all'interno di essa ci sono tante buche circolari, o pozzetti, simili a fonti battesimali; il tutto di colore grigio.

In queste buche sono capofitte le anime, ogni buca é riservata a una categoria di ecclesiastici, secondo il ruolo ricoperto (papi, vescovi, chierici, ecc).

In vita essi guardarono in basso, guardarono a onori e ricchezze terrene, anzichè guardare a Dio, ora "sono messi in buca", visto che in vita vollero "imbucare", cioé mettere in borsa, il denaro.

Quando un peccatore arriva nel pozzetto a lui destinato, il precedente sprofonda e finisce appiattito entro le fessure della pietra. Il nuovo venuto resta nella buca con i piedi e le gambe in alto, la testa e il resto del corpo in giù.

Essi agitano le gambe, perché le piante dei piedi sono bruciacchiate, in superficie, da fiammelle. Hanno "un'aureola al rovescio".

Dante si mostra curioso di conoscere il peccatore che agita le gambe più degli altri, ed é bruciato da una fiamma più rossa. Virgilio lo accompagna, tenendolo stretto a sè, quasi abbracciato, e scendono fino ai margini della bolgia, dove Dante, quasi come un confessore, si rivolge al peccatore, chiedendogli notizie di sè.

I Simoniaci

L'anima dannata scambia Dante per un sopraggiunto simoniaco e dice

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, 
se’ tu già costì ritto, Bonifazio? 
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.                              

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio 
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno 
la bella donna, e poi di farne strazio?». 

(Sei già arrivato Bonifacio? La profezia mi ha mentito di diversi anni, o forse sei già sazio di ricchezze, rubate con inganno alla Chiesa, sposa di Cristo, per poi farne strazio con intrighi e congiure?).

Dante resta confuso e imbarazzato. Non sa cosa rispondere. E Virgilio

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: 
‘Non son colui, non son colui che credi’»; 
e io rispuosi come a me fu imposto. 

Al "sei tu già costì ritto, sei tu già costi ritto", Dante risponde beffardo, facendogli il verso, con " non son colui, non son colui", come Virgilio aveva suggerito.

E quasi gode alla reazione dispettosa e scomposta del dannato, che "tutti storse i piedi" (che storse totalmente i piedi), e piangendo si fece riconoscere.

Si tratta del pontefice Niccolò III (al secolo Giovanni Caetano Orsini, papa dal 1277 al 1280) che, all'arrivo di Dante pensava si trattasse del papa Bonifacio VIII inspiegabilmente morto in anticipo, visto che l'anima, che conosce il futuro, sa che Bonifacio morirà nel 1303, cioé tre anni dopo il viaggio di Dante.

Quindi Dante colloca, nel 1300, il papa Bonifacio nell'Inferno.

Questo errore di Niccolò III sembra architettato proprio a denunciare l'operato di Bonifacio, questo papa nemico di Dante e responsabile del suo esilio, che aveva spinto con l'inganno Celestino V a rinunciare al papato, per ottenerla lui la carica, con intrighi e maneggi simoniaci.

Questo papa sarà a capo della Chiesa dal 1294 al 1303 fino allo storico schiaffo di Anagni, l'umiliazione inflitta nella cittadina laziale dal re di Francia Filippo IV il Bello, che impose al papa un concilio al Louvre pena l'arresto e il trasferimento a Parigi.

Il Papa rispose con una bolla pontificia, in cui scomunicava il re e si rifugiò ad Anagni, un paesino laziale.

Sciarra Colonna (un esponente di una potente famiglia romana) e Guglielmo di Nogaret (in missione diplomatica per conto del re di Francia), assediarono il palazzo in cui si era rifugiato il Papa, umiliandolo, con comportamenti vili.

Lo schiaffo attribuito a Sciarra indusse la popolazione a ribellarsi e a liberare il Papa. Ritornato a Roma, il papa morì dopo un mese.

L'oltraggio morale riempì di sdegno anche gli avversari. Lo stesso Dante, nel Purgatorio, condanna questo gesto, considerandolo un'offesa a Cristo stesso.

Ma leggiamo come si presenta questo dannato

sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;                           

e veramente fui figliuol de l’orsa, 
cupido sì per avanzar li orsatti, 
che sù l’avere e qui me misi in borsa.                        

Di sotto al capo mio son li altri tratti 
che precedetter me simoneggiando, 
per le fessure de la pietra piatti.                                   

Là giù cascherò io altresì quando 
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi 
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.                                     

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi 
e ch’i’ son stato così sottosopra, 
ch’el non starà piantato coi piè rossi:                           

ché dopo lui verrà di più laida opra 
di ver’ ponente, un pastor sanza legge, 
tal che convien che lui e me ricuopra.                           

(Indossai il manto papale e appartenni alla famiglia degli Orsini, e come un orso, fui avaro e ingordo di ricchezza, per me e per la mia casata.)

Infatti con lui inizia il nepotismo degli uomini di Chiesa.

(Altri papi sono sotto di me, appiattiti entro le fessure della pietra, e laggiù andrò quando arriverà Bonifacio, che a sua volta sprofonderà, quando arriverà il suo successore, Clemente V, responsabile di peggiori malvagità).

Un papa francese, originario della Guascogna, che regnerà dal 1304 al 1314, che divenne papa in cambio di garanzie finanziarie e politiche concesse al re di Francia, Filippo IV il Bello, il quale gli impose anche il trasferimento della sede papale ad Avignone.

Quindi una serie di papi simoniaci, nello stesso periodo.

A questo punto Dante lancia un'invettiva contro di loro, chiedendo: "quanto denaro pretese Gesù quando affidò a Pietro le chiavi del suo regno terreno, e quanto denaro versarono gli apostoli a Mattia, quando costui prese il posto di Giuda, nel gruppo?"

Dante non ha pietà per la sofferenza di Niccolo III, per cui "però ti sta, che tu sei ben punito" (stai pure là, perché ben ti sta la punizione) e aggiunge

Però ti sta, ché tu se’ ben punito; 

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta 
la reverenza delle somme chiavi 
che tu tenesti ne la vita lieta, 

                                 
io userei parole ancor più gravi; 
ché la vostra avarizia il mondo attrista, 
calcando i buoni e sollevando i pravi.   

(Se non fosse per la riverenza verso il ruolo, parlerei ancora più duramente, perché l'avarizia di voi, gente di Chiesa, ha reso cattivo il mondo, calpestando i buoni ed esaltando i maligni).

Ancora una volta Dante distingue: rispetto per il ruolo di papa, ma l'uomo, se sbaglia, va denunciato. Il rispetto per l'istituzione non impedisce di criticare i rappresentanti che ne hanno infangato l'immagine.

Tre papi vengono qui denunciati e condannati.

E la sua requisitoria continua, colpendo questa volta, l'Imperatore Costantino

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, 
non la tua conversion, ma quella dote 
che da te prese il primo ricco patre!». 

(All'origine del male della Chiesa non c'é la conversione dell'Imperatore, ma la donazione del territorio di Roma al papa Silvestro II, una donazione che arricchì la Chiesa, e che Dante considera come una sorta di peccato originale, che legò i papi alle cose terrene).

L'atto di Costantino é però un falso, una leggenda, accettata da Dante e da tutta l'epoca medievale.

Un falso, come dimostrò l'umanista Lorenzo Valle, nel 1440.

Su di esso però, la Chiesa di Roma fondava i suoi diritti di possedere beni temporali e nei 70 anni in cui la sede pontificia fu trasferita ad Avignone, per volontà di Clemente V, ci fu la sottomissione della Chiesa alla volontà dei re di Francia, una rinuncia al suo potere spirituale.

Durante questa requisitoria

E mentr’io li cantava cotai note, 
o ira o coscienza che ’l mordesse, 
forte spingava con ambo le piote.                               

Niccolò III scalcia con entrambi i piedi, per rabbia o per la cattiva coscienza che lo mordeva, cioè per la consapevolezza degli errori commessi.

La pena, si sa, é un'invenzione bizzarra, ma qui la bizzarrìa sembra impregnata di odio, di sdegno morale, di polemica violenta, dettata dalla volontà di condannare e bollare nei secoli Bonifacio VIII.

C'é vendetta, ma anche dolore umano, per i mali che da quelle colpe derivarono alla Chiesa.

Non siamo di fronte a peccati vili, spregevoli in questa bolgia, se popolare e realistica é la descrizione comica di Niccolò III, comicità come stile linguistico, non perché stimola la risata, ma al massimo stimola la comprensione amara pirandelliana, dobbiamo notare che qui il linguaggio é più elevato, é ricco di citazioni bibliche.

Diciamo che i veri protagonisti del canto 19° sono Bonifacio VIII e Clemente V, non tanto Niccolò III.

I due papi che segnarono la vita di Dante: il primo fu la causa del suo esilio, il secondo fu responsabile del fallimento dell'Imperatore Arrigo VII.

Giunti al ponticello della 4^ bolgia Dante scorge delle anime che "tacendo e lacrimando" (piangendo in silenzio) procedono a passo lento, come in una processione. Ma hanno il viso girato, in maniera innaturale, all'indietro e camminano a ritroso.

Viene condannata anche qui la falsità di maghi e indovini, che in vita vollero vedere il futuro (diritto riservato solo a Dio) e ora sono condannati a guardare all'indietro. 

Gli Indovini

 Dante, nel vedere la figura umana così crudelmente stravolta é preso da una crisi di pianto, che Virgilio non approva, anzi lo sgrida, quella pietà é del tutto fuori luogo

mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?                 

Qui vive la pietà quand’è ben morta; 
chi è più scellerato che colui 
che al giudicio divin passion comporta?                    

"Vuoi essere anche tu come tanti sciocchi? Qui, nell'Inferno vive la vera pietà di Dio, quella pietà che é morta verso costoro. E chi é più scellerato, più empio di colui che sente compassione di fronte al giusto giudizio di Dio?"

Cioè Virgilio lo ammonisce, e lo invita ad accettare la giustizia divina, anche quando appare crudele; non bisogna avere pietà, perché é come disapprovare la giustizia divina.

E quindi Virgilio, che di solito é benevolo con Dante, lo invita a guardare: "drizza la testa, drizza e guarda!".

Gli indica alcuni indovini del mondo classico e alcuni astrologi dell'epoca di Dante.

Tra i tanti indovini della classicità, Virgilio indica Manto, figlia del mago Tiresia, che vagò per il mondo in cerca di un luogo sicuro.

Approdò in Italia, nella regione alpina tra il Garda e la Val Camonica e fissò la sua dimora in un luogo incolto e disabitato, circondato dalle paludi. Qui ella visse, con i suoi servi, dedicandosi ad arti magiche.

Alla sua morte, gli abitanti dei dintorni si raccolsero in questo luogo, sicuro come una fortezza, perché circondato da paludi, e fondarono una città, chiamandola Mantova, dal nome della maga che aveva scelto quel luogo come dimora.

E così Virgilio ha avuto modo di spiegare le origini della sua città natale.

Conversando tra loro, Dante e Virgilio giungono in prossimità della 5^ bolgia.

Il fondo é uno stagno di nera pece bollente, densa e vischiosa, come quella che usano i veneziani, nei loro arsenali, per riparare d'inverno le navi, dice Dante.

Qui sono condannati i barattieri, cioé coloro che hanno fatto mercato di cose e cariche pubbliche, hanno truffato. Sono coloro che, avendo un ufficio pubblico, si fanno corrompere, per denaro o altra ricompensa. Traggono benefici privati, personali da un incarico pubblico. (Equivale agli attuali reati di concussione e peculato nei pubblici uffici).

Essi sono avvolti nella pece nera, bollente e vischiosa, simbolo dei loro intrighi e delle loro ambiguità.

Queste anime violarono la legge della giustizia umana e qui sono sottomessi a diavoli violenti, che li feriscono con uncini quando essi sporgono dalla pece. Ricordiamo che Dante fu accusato di baratteria, subì un processo e venne condannato a morte in contumacia. Per cui prese la via dell'esilio.

Un'accusa indegna, che Dante non mostra di prendere sul serio.

Lo dimostra il fatto che in questa bolgia la sua attenzione é rivolta non tanto alle anime, quanto ai diavoli, i veri protagonisti di questo quadro. I loro gesti, le loro azioni evocano quelle descrizioni maliziose e astute della tradizione popolare, che venivano diffuse come novelle, o componimenti educativi, gli exempla; in cui si parlava dello scontro tra l'uomo e il diavolo, dal quale usciva vincente l'uomo, per la sua astuzia.

Alcuni di questi diavoli che litigano tra loro, questi Malebranche, come li chiama Dante, in riferimento agli uncini con cui feriscono e sommergono i dannati, sono: Malacoda, che sembra il più autorevole, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriotto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante.

Per i dannati non c'é pietà, nè orrore. La pece non permette il riconoscimento, é annullata ogni traccia di umanità, appaiono e spariscono nella pece, beffando, quando possono, i diavoli.

Con questa rapsodia di diavoli, Dante sembra vendicarsi allegramente dall'accusa di baratteria.

Mentre osserva questi diavoli alati, ne giunge uno, con sulle spalle un peccatore, lo lancia nello stagno e chiede ai Malebranche di tenerlo a bada, perchè lui andrà a prenderne altri

Del nostro ponte disse: «O Malebranche, 
ecco un de li anzian di Santa Zita! 
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche                              

a quella terra che n’è ben fornita: 
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; 
del no, per li denar vi si fa ita».             

(Vi porto uno degli Anziani di Santa Zita, in provincia di Lucca, io ritorno a Lucca, che é ben ricca. Ogni uomo é barattiere, tranne Bonturo. Là, per denaro, si cambia in sì, quello che é no.)

Dante ironicamente afferma che a Lucca tutti erano barattieri, eccetto Bonturo, esprimendo l'esatto contrario. Bonturo Dati fu il peggiore barattiere della città.

Il diavolo lancia il peccatore nel fondo della bolgia, mentre gli altri si adoperano con bastoni uncinati a non farlo riemergere.

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli 
fanno attuffare in mezzo la caldaia 
la carne con li uncin, perché non galli.                         
       

( I diavoli si comportano come i cuochi, che fanno tuffare la carne ai loro garzoni in mezzo alle caldaie, con uncini, perché non resti a galla).

Virgilio, che teme l'assalto di tutti quei diavoli, cerca di trattare con uno di loro: Malacoda, il quale intima agli altri di non infastidire i pellegrini, anche se loro sarebbero ben felici di uncinarli.

I Barattieri

Tutti questi diavoli devono permettere, poi, a Dante e a Virgilio, di raggiungere la sesta bolgia, visto che lo scoglio che fa da ponte é crollato. Così i diavoli si volgono a Barbariccia, per avere il segnale della partenza,

ed elli avea del cul fatto trombetta.

(Diede il segnale di partenza con una scorreggia).

Alcuni dannati cercano di parlare con Dante, approfittando di un momento di distrazione dei diavoli, ma subito vengono sommersi e graffiati. E' una gara a chi é più attento, a volte sono i dannati che si concedono una pausa, uscendo dalla pece, completamente neri e irriconoscibili, e a tuffarsi giù prima che arrivi l'uncino del diavolo, quasi a prenderlo in giro.

E mentre la bizzarra compagnia avanza, scoppia una zuffa tra i diavoli, perché devono accompagnare i pellegrini, ma devono anche tenere a bada i dannati, che approfittano per alzarsi, per cui saltano e volano come un fulmine da un lato all'altro, finendo, alcuni di loro, nella pece.

Approfittando della confusione, Dante e Virgilio fuggono e si gettano nella sesta bolgia, anche perché hanno notato che i diavoli si scambiano segni di intesa, per ingannarli.

In questa commedia dei diavoli, Dante osserva con ironica superiorità un modo di agire uguale, tra uomini e diavoli.

La malizia umana é a volte peggiore di quella dei diavoli.

Questa bolgia é forse un'allegoria delle città italiane, divise da odi interni.

 


                     https://www.youtube.com/watch?v=mbFylEGd-Cg&t=14s


mercoledì 9 giugno 2021

LA DIVINA COMMEDIA: INFERNO MALEBOLGE (canti 16°, 17°, 18°)

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Relatrice SILVIA LADDOMADA

Virgilio e Dante continuano il loro percorso lungo l'argine del sabbione rovente del 7° cerchio, dove hanno incontrato i sodomiti e si sono intrattenuti col maestro Brunetto Latini.

Ad un tratto 3 sodomiti, attratti dalla foggia del vestito di Dante, capiscono che é un fiorentino e gli chiedono di parlare con loro.

Siccome devono sempre correre, sono costretti a procedere come "in un girotondo" per poter parlare col poeta.

Sono tre rinomati cittadini fiorentini, di parte guelfa, vissuti nella seconda metà del 1200, che avevano operato per il bene e la grandezza di Firenze, vittime della colpa di sodomia.

Ma nella Divina Commedia Dante separa sempre il comportamento morale dei personaggi dal loro operato.

Quindi colloca nel 7° cerchio i suoi concittadini, ma questo non gli impedisce di apprezzare le nobili qualità di queste persone e di altre che sono state tanto onorevoli.

Uno di loro, Jacopo Rusticucci, chiede a Dante se a Firenze c'é ancora "cortesia e valore".

Il poeta risponde che purtroppo c'é una nuova classe sociale, proveniente dal contado, attaccata al commercio e all'ambizione di ricchezza"

La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni".


Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’al ver si guata.


O Firenze i nuovi venuti che ti hanno invasa e i loro rapidi guadagni hanno in te prodotto orgoglio e intemperanza così grande, che già se ne duoli.

Questo gridai io a fronte alta. A questa mia esclamazione i tre, sentita questa risposta, si guardarono l'un l'altro con stupore e con dolore, dinanzi alla sicura affermazione del loro concittadino.

I tre fiorentini sodomiti
 

 

 

Le anime, nell'aldilà, possono prevedere il futuro, ma non sanno nulla del presente. In questa occasione Dante aggiunge questo particolare alla condizione delle anime, ma sopratutto lancia la sua invettiva, il suo giudizio negativo su Firenze.

Sembra maturata la grande occasione che permette a Dante, forte delle profezie ricevute, di giudicare la sua odiata-amata Firenze. La sua ira non l'affida alla voce altrui (Ciacco, Farinata, Brunetto), ora la sua indignazione sembra una solenne denuncia dei mali di Firenze, una protesta coraggiosamente espressa, una nota autobiografica. "Così gridai con la faccia levata", a fronte alta, appunto.

Continuando la discesa, Dante e Virgilio giungono sull'orlo di un baratro, dove si getta il Flegetonte, come una rumorosa cascata.

Da questo baratro si solleva una creatura mostruosa, che sembra volare nell'aria, o meglio, nuotare come un palombaro.

E' Gerione, custode dell' 8° cerchio, in cui sono condannati i fraudolenti, coloro che hanno ingannato il prossimo.

Gerione é un personaggio mitologico, nella classicità é un mostro a tre teste e 6 braccia. Dante rielabora l'immagine e lo rende ancora più mostruoso: il Gerione di Dante ha il viso umano, il corpo di serpente, le zampe di leone e la coda di scorpione.

E' l'allegoria della frode, del tradimento, sia contro chi si fida che contro chi non si fida.

Ha la falsa faccia dell'uomo giusto, tipica di chi vuole ingannare. La faccia di chi vuol salvare l'apparenza della sua natura insidiosa. Sarà Gerione a trasportarli nell' 8° cerchio.

Ma, mentre Virgilio cura le trattative per il trasporto, Dante si ferma a guardare i violenti contro l'arte, "gli usurai", accovacciati per terra nel sabbione, che si abbandonano a un pianto violento e disperato e tentano di ripararsi dalle fiamme che cadono dal cielo, con le mani, simili a cani alle prese con mosche e pulci.

Sono le anime di coloro che preferiscono il guadagno dell'usura al lavoro dignitoso e onesto.

Ognuno di loro fissa un sacchetto, appeso al collo, su cui é disegnato il proprio stemma famigliare. Dante non riconosce nessuno, ma nota le insegne di alcuni nobili famiglie: sui sacchetti appesi al collo é disegnato un leone, una scrofa, un'oca, 3 capre.

Lo stemma di famiglia, una vanità del passato é ora un rimprovero perenne, sembra essere diventato il marchio del loro degrado.

E' una visione avvilente, sono anime immeritevoli di stima, Dante non rivolge loro la parola e si affretta a raggiungere il maestro.

Sulle spalle di Gerione, i due poeti giungono nell' 8° cerchio, il cerchio di "Malebolge", termine inventato da Dante.

Dopo il gruppo di anime incontinenti, cioè incapaci di dominare le passioni, dopo gli eretici, dopo i violenti contro il prossimo, contro se stessi, contro Dio, la natura e l'arte, Dante incontra ora i peccatori di frode, di inganno, nei confronti di chi non si fida. Nel nono e ultimo cerchio incontrerà i traditori di chi si fida.

Il cerchio di Malebolge é costituito da pietre di color ferrigno, come tutta la parete dell' Inferno. Al centro di questo campo maledetto, si apre un pozzo immenso: il lago ghiacciato di Cocito, dove si é riversato il Flegetonte, fiume di sangue bollente ora solidificato. Lo spazio tra l'orlo del pozzo e la parete infernale é circolare e il suo fondo é diviso in 10 fossati, o bolge.

Dalla parete nell'Inferno partono tante sporgenze di roccia che convergono verso il centro, verso il pozzo e fanno da ponte su ogni bolgia.

Per rendere meglio l'immagine, Dante fa riferimento ai castelli medievali, circondati dai fossati e provvisti di ponti levatoi. Per cui, come dalle soglie delle fortezze partono i ponti levatoi, così dalla parete esterna partono degli scogli che s'incurvano sulle bolge (quindi i fossati) e terminano sul margine del pozzo.

Custodi di questo cerchio sono i diavoli, non più rappresentati come mostri pagani, ma come i diavoli raffigurati nelle tele medievali, con le corna e la coda.

In queste bolge Dante colloca i seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, cattivi consiglieri, seminatori di scandali e scismi, falsari e alchimisti.

Le anime di questo cerchio non ispirano nessuna pietà umana. Dante esprime tutto il suo disprezzo verso peccati avvilenti e degradanti e verso personaggi meschini. In Malebolge la colpa non ha nessuna scusa, perchè non si accompagna a qualche giustificato sentimento. Dante si chiude nel gelo dell'indifferenza e dell'orrore, senza scrupoli ed esitazioni. I personaggi sono tutti smascherati spietatamente e con pieno distacco. In queste bolge buio, peccato, viltà e odori nauseabondi si confondono, generando un'estetica del brutto, di cui Dante è creatore.

In questo cerchio cambia il registro linguistico, evidenziato da uno stile comico, realistico, fondato su termini umili, popolari, volgari e scurrili, e su rime aspre e dure.

Dante e Virgilio, scesi con uno scossone dal dorso di Gerione, cominciano il loro percorso mantenendosi lungo la parete infernale e guardano a destra i peccatori della 1^ bolgia: i seduttori che hanno ingannato donne indifese e i ruffiani, costretti a marciare in senso opposto, frustati dai diavoli cornuti; immagine che traduce, in termini popolari, l'idea ossessiva della tentazione e della colpa.

I Seduttori
Tra i seduttori Dante colloca un personaggio del suo tempo e uno mitologico. Tra di loro Dante individua e riconosce un nobile guelfo bolognese, Venedico Caccianemico, il quale accortosi dello sguardo di Dante, abbassa la testa, credendo di sottrarsi al riconoscimento. Ma Dante lo smaschera. E' inutile nascondersi. E l'anima confessa che si trova lì perchè aveva spinto la sorella a soddisfare le voglie di un marchese estense, per motivi politici.

E poi si giustifica pure, dicendo che nella bolgia ci sono più bolognesi di quanti ce ne siano vivi in Bologna.

Ma subito interviene un diavolo a fustigarlo, dicendo "via, ruffian, qui non sono femmine da conio" (via ruffiano, qui non ci sono femmine da ingannare").

Virgilio lo invita poi a guardare, tra le anime, un personaggio della mitologia: Giasone. 

E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, 
mi disse: «Guarda quel grande che vene, 
e per dolor non par lagrime spanda:

quanto aspetto reale ancor ritene!        

(Guarda quel grande che avanza e che nonostante l'angoscia, subisce la pena come se non l'avvertisse, senza spargere lacrime. E quanta regale fierezza conserva nell'aspetto).

Un atteggiamento simile lo aveva mostrato Capaneo (violento contro gli dei, cerca anche nell'Inferno di sfidare la volontà divina, cercando di non giacere supino, sul sabbione, come gli altri dannati, sotto le fiamme di fuoco che scendono dall'alto, bruciandoli).

Dobbiamo notare che di solito i personaggi mitologici che Dante colloca nell' Inferno hanno sempre una regale fierezza, un fascino proveniente dall'età delle favole.

Dante riconosce loro una dignità che non hanno gli altri peccatori.

Ha incontrato Giasone. E' quel personaggio mitologico che con la spedizione degli Argonauti riuscì a riprendere, dalla Colchide il vello d'oro del montone, che apparteneva al tempio di Delfi. Nell'impresa era stato aiutato da Medea, che aveva tradito suo padre per aiutare Giasone a conquistare il vello.

Ma lui l'aveva sedotta e abbandonata. Colpa per la quale Giasone é condannato tra i seduttori.

Sempre costeggiando la parete rocciosa, Dante e Virgilio giungono in prossimità della seconda bolgia. Qui vi sono gli adulatori, i lusingatori. Dante sente dei lamenti, dei rumori, simili a quelli che si sentono quando qualcuno mangia con ingordigia, come maiali che grufolano. Avanzando un pò sullo scoglio che fa da ponte, Dante scorge nel buio della fossa, le pareti ricoperte di muffa nauseabonda.

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso 
vidi gente attuffata in uno sterco 
che da li uman privadi parea mosso.                    

E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, 
vidi un col capo sì di merda lordo, 
che non parea s’era laico o cherco.                             

Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo 
di riguardar più me che li altri brutti?». 
E io a lui: «Perché, se ben ricordo,                              

già t’ho veduto coi capelli asciutti, 
e se’ Alessio Interminei da Lucca: 
però t’adocchio più che li altri tutti».                             

Ed elli allor, battendosi la zucca: 
«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe 
ond’io non ebbi mai la lingua stucca».                       

Vede gente "attuffata nello sterco", anime che si percuotono da sole, così come in vita hanno accarezzato gli altri con le parole, ora sono untuosi di merda, come untuosi erano stati i complimenti verso gli altri. Tra le anime lorde di sterco, Dante riconosce Alessio Interminelli, un nobile cavaliere guelfo di Lucca, noto per le sue abitudini a condire ogni discorso con adulazioni, complimenti, per la semplice e personale soddisfazione di farli, a differenza, invece dei ruffiani, che imbrogliano per conto di altri.

Quella degli adulatori, é una vera bolgia infernale. Il linguaggio volgare, plebeo, la rima aspra; tutto evidenzia la degradazione dell'uomo, avvilito e sommerso nei suoi rifiuti. Nell'immaginare questa fossa Dante si é rifatto certamente a quegli affreschi o mosaici medievali, che raffigurano peccatori e diavoli nel giorno del giudizio universale, immagini che suscitano ribrezzo e ammoniscono i viventi.

Nel caso di Interminelli, Dante precisa che incontrandolo nell'Inferno egli non é più quel cavaliere dai capelli curati, ora é privo di individualità, é un volgare personaggio, colto col capo lordo di merda, nel fondo di una bolgia, consapevole che la sua colpa, la lusinga facile, lo ha abbruttito in quel modo.


(Se ricordate, anche Filippo Argenti, immerso con gli iracondi nel fango dello Stige, apostrofato da Dante, aveva reagito, rischiando di far rovesciare la barca traghettata da Flegiàs. Qui, invece, non c'é nessuna reazione. Nell'immondizia in cui giace, Interminelli non ha nessuno scatto ribelle, se non la confessione della colpa e il gesto bestiale con cui si batte la zucca, la testa, cosi ignobilmente imbrattata).

Ma non basta.

Virgilio invita Dante a guardare un altro personaggio, questa volta tratto dalla mitologia: la meretrice Taide, resa celebre da una commedia del poeta latino Terenzio (Eunuco).   

Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», 
mi disse «il viso un poco più avante, 
sì che la faccia ben con l’occhio attinghe                   

di quella sozza e scapigliata fante 
che là si graffia con l’unghie merdose, 
e or s’accoscia e ora è in piedi stante.                        

Taide è, la puttana che rispuose 
al drudo suo quando disse "Ho io grazie 
grandi apo te?": "Anzi maravigliose!". 

E quinci sien le nostre viste sazie».       
                     

Una cortigiana greca al seguito di Alessandro Magno, che lusinga con erotiche provocazioni il suo amante, qui descritta come una donna sudicia e scarmigliata " che si graffia con l'unghie merdose". Alla fine é Virgilio che chiude. "E quinci siano le nostre viste sazie".

( E di questo luridume ci basti quanto abbiamo visto.)