venerdì 25 gennaio 2019

LA GIORNATA DELLA MEMORIA - RIFLESSIONI

Print Friendly and PDF di Silvia Laddomada
Il giorno della memoria è una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio per commemorare le vittime della Shoah. E’ stata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo novembre 2005, a stabilire questa giornata, perché proprio il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata rossa, dopo l’offensiva contro i tedeschi sul fiume Vistola-Oder e proseguendo nel territorio tedesco verso Berlino, irruppero nel Campo di concentramento di Auschwitz, una cittadina poco distante da Cracovia, liberando i superstiti.
L’uccisione con armi da fuoco di gente inerme, donne, vecchi, bambini, causava spesso negli stessi assassini crisi nervose e disturbi mentali, tanto che molti SS, reclutati tra i criminali, riuscivano ad eseguire gli ordini solo sotto l’effetto di alcol. Quindi nell’inverno del ‘41 nacque il progetto dei campi di sterminio, destinati all’eliminazione sistematica della popolazione ebraica, costruiti in 900 località, tra Germania, Austria e Polonia.
La scoperta di un tale luogo, le testimonianze dei sopravvissuti, rivelarono compiutamente, per la prima volta al mondo, l’orrore del genocidio nazista. I tedeschi si erano già ritirati 15 giorni prima, portandosi i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia. L’apertura dei cancelli mostrò anche gli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati nel lager nazista. Erano 900 i campi di concentramento disseminati in tutta Europa, ma in modo più massiccio in Polonia.
A gennaio 1942 si cominciò a parlare di soluzione finale, quindi furono escogitate le camere a gas. I forni crematori furono realizzati per cancellare qualsiasi testimonianza della Shoah, dello sterminio di massa. Uccisi nelle camere a gas gli internati venivano sepolti in grandi fosse nel terreno, ma era impossibile tenere segreti questi luoghi, così nei forni crematori, si riusciva a bruciare fino a 10.000 corpi di prigionieri morti. Il progetto hitleriano, però, non ebbe successo, la liberazione dei sopravvissuti da parte dei russi, il 27 gennaio, ha fatto sì che tutta questa tragedia venisse conosciuta. Tra i sopravvissuti ritornati alle loro case, molti hanno scritto dei libri, per raccontare come si svolgeva la vita in quelli che hanno chiamato “inferni organizzati dall’uomo”. Il ricordo più amaro e doloroso di tutti i superstiti era lo stato di degradazione ed avvilimento al quale si riducevano a poco a poco gli internati. La fame, la persecuzione, il terrore delle percosse e della morte, annientavano in loro tutti quei sentimenti e quelle passioni, quegli affetti e quei pensieri che sono la ricchezza più vera e più grande dell’uomo. Unico, ossessionante restava il desiderio di sopravvivere. Scompariva ogni senso di dignità e di giustizia, giacché essere coraggiosi e reagire ai soprusi voleva dire soltanto essere destinati a una morte bestiale.
Si parla di un vero e proprio genocidio, di una distruzione pianificata degli Ebrei, 6 milioni di individui, a cui si aggiungono centinaia di migliaia di altre persone, tra zingari,malati mentali, disabili, omosessuali; uccisi perché parte di una sub umanità, erano “diversi”, erano dei cosiddetti “sottouomini”. La persecuzione dei “diversi” è ancora oggi praticata in molte società, ma il progetto hitleriano dello sterminio totale del popolo ebraico fu la manifestazione più delirante e al tempo stesso quella più scientificamente organizzata. Gli Ebrei erano una razza inferiore, erano da emarginare. Era questa la convinzione di Hitler, capo del partito nazionalsocialista (nazista), all’interno della repubblica di Weimar, nata nel 1919, alla fine della 1^ guerra mondiale. Le condizioni imposte alla Germania dagli Stati vincitori erano state durissime: perdita ingente di territorio, obbligo di disarmo, obbligo a risarcire i danni provocati dal conflitto.
In Germania si era diffuso un malcontento generale, Hitler ne approfittò; additò come responsabili della sconfitta della Germania gli Ebrei e gli Slavi russi, parlò di un complotto giudaico-bolscevico a danno della Germania. Ebrei e comunisti vennero accusati di tenebrosi delitti e perfidi complotti contro la Patria: la decadenza della Germania era dovuta alla mescolanza con razze inferiori, e queste andavano sacrificate, solo così la nazione tedesca poteva ritrovare la posizione di predominio europeo che le spettava. La scelta di passare al progetto di sterminio, fu presa dopo l’avanzata dei tedeschi in Polonia e in Russia, regioni abitate da milioni di Ebrei. Nel 1941 gruppi speciali di SS, con l’appoggio di governi collaborazionisti, rastrellavano gli Ebrei e li fucilavano. Ma non sempre questi reparti speciali riuscivano a smaltire “il lavoro di morte” in tempo utile per seguire l’avanzata dell’esercito.

Primo Levi – "Se questo è un uomo". In questo libro Levi ha raccontato la sua esperienza di prigioniero nel lager di Auschwitz, racconta il processo di annientamento della personalità. Lo scrittore propone una riflessione sulle emozioni, sui sentimenti, sugli stati d’animo che la nuova situazione genera. Nel lager la persona diventa numero, massa indistinta; non riconoscendosi come individuo, cerca di sopravvivere al freddo, alla fame, alla fatica, alle malattie, al dolore, con mille espedienti, spesso schiacciando gli altri, rinnegando quei principi di solidarietà, libertà, coraggio delle proprie idee. Dalla rinuncia ai valori propri degli essere umani, nasce un altro sentimento che accompagnerà per tutta la vita coloro che nel lager si sono salvati: la vergogna, il senso di colpa. Sul piano razionale non c’è nulla di cui vergognarsi, i sopravvissuti si vergognano di essere scampati alla morte e provano sensi di colpa per non aver fatto nulla, o poco, contro il sistema di cui erano prigionieri. Negli occhi di chi ascolta i ricordi, il sopravvissuto crede di vedere un giudizio su ciò che non ha fatto, su ciò che non ha detto, perciò si sente spinto a giustificarsi: i prigionieri si sentono colpevoli di omissioni di soccorso verso il compagno malato, bisognoso, vecchio, inesperto. “ Forse quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare. Ma se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate. Anche la nostra”.
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genocidio: etimologia greca e latina- genos + cidio. Gruppo etnico + uccidere olocausto: etimologia greca - bruciare tutto. E' un rito religioso, che prevede di bruciare interamente degli animali sacrificali. Essendo un termine carico di valenza religiosa, non é opportuno pensare di paragonare lo sterminio a un sacrificio a Dio. Shoah: etimologia ebraica - distruzione totale, annientamento.

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Quello che é rimasto di Auschwitz é stato classificato, dall'Unesco, patrimonio dell'Umanità, con la speranza che possa servire da monito a non ricadere in un'efferatezza inconcepibile come quella attuata dai nazisti.
I tedeschi non volevano ammettere l'esistenza della Shoah, allora pochi mesi dopo la fine della guerra,gli alleati costrinsero un centinaio di borghesi e reduci, scelti a caso, a recarsi a Dachau, dove scoprirono una fossa comune nella quale era ammucchiato un migliaio di cadaveri.


 Gli scheletrici volti dei sopravvissuti al campo di concentramento di Ebensee, in Austria.



Detenute scampate al lager di Dachau fotografate dopo la loro liberazione.
 
 SU "MINERVA NEWS" - SITO ASSOCIAZIONE MINERVA:
"PREZIOSI SOLDATINI DI PIOMBO DI ALFIO E AMANZIO BORMIOLI" DI FRANCO PRESICCI


giovedì 17 gennaio 2019

"Gente di Dublino" di James Joyce

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RELAZIONE DI SILVIA LADDOMADA


All’inizio del 1900, la crisi della fiducia nella scienza, grazie alla quale ci sarebbe stato un progresso e un benessere infinito, portò alla nascita di nuove correnti filosofiche irrazionalistiche e di nuovi movimenti letterari ed artistici, accomunati da un atteggiamento rivoluzionario, provocatorio, aggressivo, nei confronti della società borghese. 
Ricordiamo il Cubismo, il Dadaismo, l’Espressionismo, il Futurismo, il Surrealismo, che privilegiava l’esplorazione delle zone oscure dell’inconscio, seguendo la psicoanalisi di Freud. Essi esprimevano il disagio interiore dell’uomo moderno, quell’angoscia esistenziale che gli animi più sensibili provavano al crollo delle certezze positivistiche, con la prospettiva di una catastrofe imminente, che si concretizzò nel primo conflitto mondiale. Anzi, fu proprio il desiderio di sfuggire all’angoscia a spingere molti intellettuali e uomini di cultura a vedere, nella grande Guerra, una paradossale occasione di riscatto esistenziale.
Nei toni enfatici dei giovani interventisti, nell’entusiasmo con cui un’intera generazione scelse l’arruolamento volontario, si può scorgere il miraggio di un’occasione storica per riaffermare, in linea con le filosofie irrazionalistiche di inizio secolo, la propria capacità di incidere sugli eventi, di ridare vigore alla propria individualità repressa, attraverso l’azione concreta, anche violenta.
Mossi da questa illusione di gloria e di riscatto individuale, molti intellettuali inneggiarono alla guerra e molti vi parteciparono in prima persona (Ungaretti, D’Annunzio, Marinetti, Papini).
La realtà fu drammaticamente diversa dai velleitari sogni di gloria. Nella partecipazione al conflitto molti esponenti della nuova generazione ritrovarono le medesime condizioni di massificazione e anonimato della società da cui tentavano di fuggire.

Come la poesia, anche la narrativa, a livello europeo, nei primi trent’anni del 1900, riflette l’angoscia esistenziale dell’uomo moderno. Cambiano i contenuti e cambiano le forme di scrittura.
Se il romanzo tradizionale seguiva la vicenda di uno o più personaggi secondo uno svolgimento logico e cronologico lineare, nel nuovo romanzo domina il tema del ricordo, della memoria, della malattia, del disagio psichico. Non c’è una trama; nella mente confusa del personaggio, il presente si mescola con la memoria del passato; gli stessi personaggi sono delle figure modeste, piene di contraddizioni, di turbamenti, di crisi nevrotiche. E’ evidente l’influsso della psicoanalisi e la scoperta dell’inconscio.
Questo disagio viene espresso con nuove tecniche, il soliloquio: il protagonista parla ad alta voce a un immaginario interlocutore; il monologo interiore: il protagonista pensa ad alta voce, seguendo un legame logico; il flusso di coscienza: l’autore riporta il fluire dei pensieri dei personaggi così come si succedono nel suo inconscio, quindi in assoluta libertà, in forma volutamente disorganizzata, senza legami logici, ma solo per associazione di idee.
James Joyce può essere considerato uno dei padri fondatori del romanzo novecentesco,(già prima di lui Flaubert aveva incentrato il suo noto romanzo, Madame Bovary, sui moti di coscienza), grazie soprattutto alla scelta delle nuove tematiche e alla predilezione per queste tecniche espressive sperimentali.
 
Gente di Dublino” è stata la prima opera narrativa di Joyce; è una raccolta di quindici racconti pubblicati nel 1914, in cui l’autore esprime una critica impietosa nei confronti dei suoi concittadini, la cui vita, gretta e meschina, diviene il simbolo di una condizione esistenziale di esclusione dalla vita e di colpevole apatia.
Nello scenario grigio e triste di Dublino, si svolgono le vicende quotidiane di gente qualunque. Gli abitanti di questa città vivono nello squallore, prigionieri di una vita priva di sentimenti autentici, prigionieri dei loro dubbi, delle loro incertezze.
Personaggi immobili, incapaci di costruirsi e decidere della propria vita, personaggi tormentati; tutto quello che esiste oltre il cerchio chiuso della propria soffocante quotidianità diviene oggetto delle loro aspirazioni disperate, dei loro sogni. Sogni destinati a rimanere irrealizzabili, desideri a cui non si riesce a dare compimento.

Leggeremo il racconto che ha come protagonista una giovane appena ventenne, Eveline. Un ottimo esempio di analisi psicologica dell’insoddisfazione del presente e dell’incapacità di accettare la sfida in futuro. 
Il racconto è una continua oscillazione della mente tra memoria e riflessione, l’autore con le sue tecniche del monologo interiore e del discorso indiretto libero, che serve a riferire in modo vivace e immediato i pensieri della protagonista, ci presenta Eveline che vuole fuggire dal quartiere in cui vive, ma finirà poi per rimanervi, senza più speranza. La sconfitta, alla fine, le sembra migliore dell’avventura.

Pur essendo innamorata del marinaio Frank, partire é per lei l’unica via d’uscita dalla noiosa quotidianità, ella vive un sentimento spento. Ciò che la seduce non sembra l’uomo, ma la possibilità di cominciare una vita diversa (una nuova casa). Quando si ricorderà della promessa fatta alla madre di tenere unita la famiglia, Eveline sembrerà quasi risollevata: ha il pretesto per evitare di scegliere, per adagiarsi nel suo presente, vivrà solo di illusioni; l’illusione di aver obbedito al desiderio materno, l’illusione che il padre non sia – contro ogni evidenza- quell’individuo brutale e violento che in realtà è.
Nella prima parte Joyce usa il monologo interiore, il pensiero scorre liberamente sui  ricordi: il padre violento, i fratelli, la mamma scomparsa, la difficile vita di casa. Un ambiente domestico che la protagonista sembra scoprire per la prima volta, benché oggetti e arredi siano tanto polverosi. Il passato si sovrappone al presente e alla tentazione di allontanarsi per sempre dalla  triste realtà, divisa tra il lavoro ai Magazzini e le incombenze domestiche.
La parte finale è più rapida. I cancelli, oltre cui Frank si allontana, raffigurano la chiusura esistenziale di Eveline, prigioniera di se stessa, più che degli altri o di una situazione esterna.
Il sogno di fuga fallisce nel momento in cui sta per diventare realtà.



                                                                            
Eveline
James Joyce, Gente di Dublino
  



Sedeva alla finestra osservando la sera invadere il viale. Teneva la testa appoggiata alle tende e nelle narici aveva l'odore della cretonne polverosa. Era stanca.Passava poca gente. L'uomo dell'ultima casa passò diretto ad essa; ne udì i passi risonare secchi sul marciapiede di calcestruzzo e dopo scricchiolare sul sentiero di scorie davanti alle nuove case rosse.
Un tempo lì c'era stato un campo dove giocavano tutte le sere con i figli dell'altra gente. Poi uno di Belfast aveva comprato il campo e vi aveva costruito case, non come le loro piccole e scure, ma case chiare di mat­toni con tetti lucenti. I bambini del viale giocavano insieme in quel campo: i Devines, i Waters, i Dunns, il piccolo Keogh lo storpio, lei e i suoi fratelli e sorelle. Ernest, però, non giocava mai: era troppo grande. Suo padre spesso andava a stanarli fuori del campo con il bastone di rovo; ma di solito il piccolo Keogh faceva la guardia e gridava quando vedeva suo padre venire. Pure sembravano essere stati abbastanza feli­ci allora. Suo padre non era così malridotto; e per di più sua madre era viva. Era tanto tempo fa; lei e i suoi fratelli e sorelle erano tutti cresciu­ti, sua madre era morta. Anche Tizzie Dunn era morta e i Waters erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Adesso stava per andare via come gli altri, per lasciare la sua casa. Casa! Guardò in giro per la stanza, passando in rivista tutti gli ogget­ti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni, domandandosi da dove mai venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe mai rivisto gli oggetti familiari dai quali non aveva mai imma­ginato di venire separata. Eppure durante tutti quegli anni non aveva mai scoperto il nome del prete la cui fotografia ingiallita era appesa al muro, sopra l'armonium rotto, accanto alla stampa colorata delle pro­messe fatte alla beata Margaret Mary Alacoque. Era stato un amico di scuola di suo padre. Ogni volta che mostrava la fotografia a un ospite suo padre vi accennava di sfuggita con le parole:
« È a Melbourne adesso».
   Aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la sua casa. Era saggio?
   Cercò di ponderare ogni aspetto della questione. A casa aveva comun­que tetto e cibo; aveva intorno quelli che aveva conosciuto tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare sodo, sia a casa sia al negozio. Cosa avrebbero detto di lei ai grandi magazzini scoprendo che era scappata con uno? Che era una stupida, forse; e avrebbero rioccupato il suo po­sto con un'inserzione. La signorina Gavan sarebbe stata contenta. Ce l'aveva sempre avuta con lei, soprattutto ogni volta che c'era gente che ascoltava.
«Signorina Hill, non vede che le signore aspettano?»
«Un po' di vita, signorina Hill, per favore.»
    Non avrebbe versato molte lacrime nel lasciare i grandi magazzini.
Ma nella sua nuova casa, in un lontano paese ignoto, non sarebbe stato così. Allora sarebbe sposata: lei, Eveline. La gente l'avrebbe trat­tata con rispetto. Non come era stata trattata sua madre. Persino ora, sebbene avesse diciannove anni passati, talvolta si sentiva esposta al pericolo della violenza paterna. Sapeva che era questo che le aveva dato le palpitazioni. Quando crescevano non le si era mai lanciato con­tro, come faceva con Harry ed Ernest, perché era una ragazza; ma ulti­mamente aveva cominciato a minacciarla e a dirle cosa non le avrebbe fatto, non fosse stato per riguardo a sua madre morta. E ora non aveva nessuno che la proteggesse, Ernest era morto e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre in qualche posto in cam­pagna. Inoltre, l'invariabile battibecco per i soldi le sere del sabato aveva cominciato a stancarla indicibilmente. Dava sempre tutto il suo stipendio (sette scellini) e Harry mandava sempre quello che poteva, ma il guaio era riuscire a farsi dare qualche soldo dal padre. Diceva che lei sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i soldi faticosamente guadagnati da spendere e spandere per strada, e molto di più, perché di solito il sabato sera era piuttosto malridotto. Alla fine le dava i soldi chiedendole se era nelle sue intenzioni fare la spesa per il pranzo domenicale. Allora doveva precipitarsi fuori il più rapidamente possibile per andare al mercato, tenendo stretto in mano il borsellino di cuoio nero mentre si faceva strada a gomitate fra la folla, tornando a casa tardi carica di provviste. Era una bella fatica mandare avanti la casa e fare in modo che i due bambini che le erano rimasti af­fidati, andassero a scuola regolarmente e prendessero regolarmente i pasti. Era un duro lavoro, una vita dura, ma ora che stava per lasciarla non la trovava una vita del tutto indesiderabile.
Con Frank stava per esplorare un'altra vita. Frank era molto buono, virile, aperto. Doveva partire con lui sul battello della notte per diven­tare sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires, dove aveva una casa che l'aspettava. Come ricordava bene la prima volta che l'aveva visto; alloggiava in una casa sulla strada principale dove lei andava in visita. Parevano poche settimane fa. Stava in piedi al cancello, con il berretto a visiera spinto indietro sulla testa e i capelli che gli ricadevano in avanti su un viso di bronzo. Poi si erano conosciuti. L'attendeva tutte le sere fuori dei grandi magazzini e l'accompagnava a casa. L'aveva por­tata a vedere La Zingarellae lei era esultante mentre sedeva con lui in una parte del teatro insolita. Gli piaceva terribilmente la musica e can­tava un poco. La gente sapeva che le faceva la corte e, quando lui can­tava della ragazza che ama un marinaio, si sentiva sempre piacevol­mente confusa. La chiamava Poppens per scherzo. Dapprima avere un ragazzo l'aveva eccitata e poi aveva cominciato a trovarlo simpatico. Raccontava di paesi lontani. Aveva cominciato come mozzo a una ster­lina al mese su una nave della linea Allan che salpava per il Canada. Le aveva enumerato i nomi delle navi su cui era stato e i nomi dei diversi servizi. Aveva attraversato lo stretto di Magellano e le raccontava sto­rie dei terribili patagoni. A Buenos Aires era stato fortunato, disse, ed era venuto nella vecchia patria solo per una vacanza. Naturalmente, suo padre aveva scoperto la relazione e le aveva proibito di avere a che fare con lui.
«Li conosco questi marinai» aveva detto.
Un giorno aveva bisticciato con Frank, e dopo questo lei doveva in­contrarsi con l'amante di nascosto.La sera si incupì nel viale. Il bianco di due lettere in grembo divenne indistinto.
 Una era per Harry; l'altra per suo padre. Ernest era stato il suo preferito, ma voleva bene anche a Harry. Suo padre era andato in­vecchiando ultimamente, osservò; gli sarebbe mancata. Qualche volta poteva essere molto carino. Non molto tempo prima, quando per un giorno era stata male, le aveva letto ad alta voce una storia di spiriti e ahbrustolito il pane sul fuoco. Un altro giorno, quando sua madre era viva, erano tutti andati a fare un picnic sul colle di Howth. Lo ricordò che si metteva il cappello di sua madre per fare ridere i bambini.
Le rimaneva ben poco tempo, ma continuava a sedere accanto alla finestra, appoggiando la testa alla tenda, aspirando l'odore di cretonne polverosa. Lontano nel viale udiva un organetto suonare. Conosceva il motivo. Strano che dovesse venire proprio quella sera a rammentarle la promessa a sua madre, la promessa di mandare avanti la casa il più a lungo possibile. Ricordò l'ultima notte della malattia di sua madre; era di nuovo nella buia stanza soffocante dall'altro lato dell'ingresso e fuo­ri udiva un malinconico motivo italiano. Al suonatore d'organetto era stato ordinato di andarsene dandogli un sixpence. Ricordò suo padre tornare con sussiego nella camera della malata dicendo:
«Maledetti italiani! Venire qua! ».
Mentre fantasticava, la visione pietosa della vita di sua madre gettò il suo maleficio fino nel profondo del suo essere: quella vita di sacrifici banali conclusasi con la pazzia. Tremò mentre riudiva la voce materna dire continuamente con assurda insistenza:
«Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!».
Si alzò con un improvviso moto di terrore. Fuggire! Doveva fuggire! Frank l'avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l'amore. Ma lei voleva vivere. Aveva diritto alla felicità. Frank l'avrebbe presa fra le sue braccia, stretta fra le sue braccia. L'avrebbe salvata. 
Stava in mezzo alla folla ondeggiante nella stazione al North Wall. Lui le teneva la mano e lei sapeva che le stava parlando, che ripeteva qualcosa sulla traversata più e più volte. La stazione era piena di solda­ti con bagagli scuri. Attraverso le ampie porte dei capannoni intravede­va la massa nera della nave, ormeggiata accanto al muro del molo, con gli oblò illuminati. Non rispose nulla. Si sentiva le guance pallide e fredde e, da un labirinto di angoscia, pregò Dio di guidarla, di indicarle quale era il suo dovere. La nave mandò un lungo fischio lugubre nella bruma. Se andava, domani sarebbe stata sul mare con Frank, diretta a tutto vapore verso Buenos Aires. I biglietti per la traversata erano stati presi. Poteva ancora tirarsi indietro dopo tutto quello che lui aveva fat­to per lei? L'angoscia le fece venire la nausea mentre continuava a muovere le labbra in silenziosa fervente preghiera.
Una campana le squillò sul cuore. Lo sentì afferrarle la mano:
«Vieni!».
Tutti i mari del mondo le si rovesciarono intorno al cuore. La stava attirando dentro di essi: l'avrebbe affogata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera di ferro.
«Vieni! »
No! No! No! Era impossibile. Le mani strinsero convulse e freneti­che il ferro. Lanciò in mezzo ai mari un grido di tormento. «Eveline! Evvy! »
Lui si precipitò oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli urlarono di andare avanti, ma la chiamava ancora. Fissò su di lui il viso bianco, passivo, da animale indifeso. I suoi occhi non gli dettero nessun segno di amore o di addio o di riconoscimento.




 

Auguri Donato                               per i tuoi ottant'anni!                  Che tutti insieme festeggiamo con l'auspicio di rivederci ancora per lunghi anni...

                                                                                                                                                                     SU "MINERVA NEWS" sito Minerva: 
"Lo scrittore giornalista Goffredo Palmerini"

martedì 18 dicembre 2018

CENA SOCIALE CON TOMBOLATA A "TUTTOBUONO"

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I soci e gli “amici” all’Università del Tempo Libero e del Sapere “Minerva” si sono dati appuntamento nel ristorante “Tuttobuono” di Crispiano, non per un incontro culturale, ma per incontro gastronomico. “La cultura arricchisce sempre” è lo slogan dell’Università, ma in prossimità del Natale, anche sedersi tutti intorno a un tavolo e condividere una cena sociale e una tombolata, ha avuto la sua valenza culturale: è stata una gradita occasione di socializzazione e di consolidamento di una sincera amicizia, tra gli assidui frequentatori degli incontri settimanali e nuovi amici. Alcuni amici e collaboratori assidui erano assenti per giustificati motivi, ma presenti nel pensiero di tutti.
Negli intervalli della cena sono stati organizzati dei giri di tombola, gioco tradizionale, ma che contribuisce tanto a creare la giusta atmosfera natalizia.
Ristorante-Pizzeria "Tuttobuono"
Non sono mancati i premi per i fortunati vincitori, ma alla fine anche i non fortunati hanno ricevuto un premio di consolazione.
A sorpresa, il proprietario del ristorante, Pino Russano, che ha collaborato all’iniziativa, ha offerto, con estrazione a sorte, un buono per una cena per due persone.
Il nostro progetto è quello di offrire l’opportunità di ampliare i propri orizzonti culturali, di arricchire il bagaglio delle proprie conoscenze, con conversazioni e relazioni nell’ambito umanistico, scientifico e pratico.
A tutti, l’augurio di trascorrere un sereno periodo di feste natalizie.
Riprenderemo i nostri incontri a gennaio.
                                                                 Silvia Laddomada
 
SU MINERVA NEWS (SITO:associazioneminervacrispiano), "Il fascino, la spettacolarità del presepe" di Franco Presicci.

giovedì 6 dicembre 2018

I DONI DI DEMETRA, TRA PRATO E SOTTOBOSCO

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Nell'incontro culturale si è parlato di prodotti alimentari che la natura copiosamente e spontaneamente ci dona in questa stagione: erbe selvatiche e funghi.                               L'agronomo Cosimo Clemente ha offerto l'opportunità di imparare a conoscere queste prelibatezze, a selezionarle e a gustarle.
Non poteva mancare la notizia o la riflessione culturale, come é d'obbligo in questi incontri. I funghi sono considerati oggetti misteriosi, perché sono vegetali che non possiedono radici, né foglie, né fiori, né clorofilla. Il fungo ha sempre interessato l'uomo, fin dai tempi più remoti. Per gli Egiziani i funghi erano "erbe dell'immortalità", "figli degli Dei", mandati sulla terra attraverso i fulmini, per questo solo i Faraoni potevano mangiarli. Altre leggende si soffermano sugli effetti velenosi o allucinogeni dei funghi. Secondo una leggenda cristiana delle origini, i funghi sarebbero nati dalle briciole di pane cadute in un bosco da due pagnotte, che Gesù e san Pietro stavano mangiando mentre camminavano nella foresta. Le due pagnotte erano una bianca e una nera, le briciole cadute, dettero origine ai funghi buoni e a quelli velenosi.
Molti sono gli studi sulle proprietà dei funghi, ma resta sempre il legame con vecchie tradizioni, miti e leggende che considerano il fungo come qualcosa appartenente ad un mondo misterioso, legato a fenomeni ultraterreni e a forze sovrumane. La raccolta delle erbe spontanee commestibili é antica quanto l'umanità. All'inizio della preistoria gli uomini erano nomadi, cacciatori e raccoglitori si muovevano in cerca di cibo; molto più tardi si é passati all'allevamento e alla coltivazione, quindi non più tribù di nomadi, ma piccoli villaggi di famiglie stabilmente dimoranti in un territorio. Nei paesi industrializzati sono andate perdute molte delle tradizioni che nei secoli avevano caratterizzato popoli e culture.
Tra queste, la tradizione del saper riconoscere e cucinare le erbe selvatiche commestibili. Questa pratica é andata perduta sia per l'enorme disponibilità di cibo dovuto alla meccanizzazione delle attività agricole, sia per fatti culturali. Raccogliere erbe campestri e cibarsi di esse, venivano considerate un'abitudine dei poveri, per cui le nuove generazioni del dopoguerra non hanno voluto apprendere questo genere di sapere dei contadini. Nel corso dei secoli l'utilizzo é aumentato, purtroppo, nei periodi di carestia, segno che a questa alimentazione si ricorreva nei momenti di necessità. Oggi la ricerca scientifica ha confermato l'utilità delle erbe spontanee addirittura per la prevenzione di alcuni disturbi.
Oggi i cibi e le pratiche contadine sono percepite come più genuini, rispetto a quelli industriali; ecco perché "le verdure di campagna" tornano sui banchi dei mercati, nei menù di ristoranti di nicchia e sulle tavole di chi pratica la raccolta diretta - Vecchie erbe commestibili dalle benefiche proprietà per la salute. Attraverso la pratica della raccolta spontanea, si sperimenta il contatto diretto con la natura, si risveglia un sentimento di rispetto reverenziale per Madre Terra, che dona alimenti ai suoi figli, verdure e funghi in queste fredde stagioni.
Ci si rende conto di quanto amore la Natura é in grado di offrire, anche in piena epoca tecnologica. Madre Natura, quindi.
Non si puo' fare a meno di ritornare agli antichi miti, raccontati dai nostri antenati, in epoche remote, quando ancora non si conosceva la scrittura e i racconti venivano tramandati oralmente. Si parla di un'età mitologica, lontana, fantasiosa. Ma perché i miti? Il mito é una narrazione sacra, nasce dal bisogno dell'uomo primitivo di trovare una spiegazione a fenomeni naturali (la pioggia, il fulmine, il giorno e la notte, le stagioni) oppure dal bisogno di rispondere ai tanti interrogativi sull'esistenza e sul mondo. Racconti che prevedono l'intervento di figure antropomorfe, cioè di esseri aventi sembianze umane, ma considerati eroi, semidei, dei, esseri immortali e onnipotenti, che hanno compiuto azioni fantastiche, modificando il mondo degli uomini con il loro intervento. Abbiamo citato Demetra. Demetra ( o Cerere per i Romani) era la sorella di Zeus (Giove per i Romani), dea della fertilità dei campi. Per i Greci era la divinità che aveva insegnato agli uomini l'agricoltura, favorendone il progresso. Era la Madre Terra, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte.
Demetra e Persefone
 



















Il più importante mito legato a Demetra é la sua relazione con la bellissima figlia Persefone (Proserpina per i Romani). La giovane dea mentre giocava con alcune ninfe sulle coste della Sicilia (lago di Pergusa, oggi Siracusa) fu rapita da Ada, dio dei morti (Plutone per i Romani) e divenne la dea del mondo sotterraneo. Demetra punì le ninfe che non si erano opposte al rapimento, trasformandole in sirene, e poi, disperata cominciò ad andare in cerca della figlia perduta. La vita sulla terra si fermò, niente più raccolti, niente più fioritura, niente più stagioni, una vera carestia. Gli uomini, affamati, protestavano, alcune divinità, impietosite si rivolsero a Zeus perché convincesse Ada a restituire Persefone a sua madre. Ade però, prima di farla ritornare sulla Terra, aveva invitato Persefone a mangiare sei, sette semi di melograno, il cibo dei morti.
Così ella aveva infranto il digiuno, di regola negli Inferi, per cui Ade la costringeva a ritornare nel mondo sotterraneo, alcuni mesi all'anno, da 6 a 7, quanti i semi mangiati. Persefone uscì dagli Inferi, riabbracciò sua madre, la terra rifiorì e le piante crebbero rigogliose, ma solo per 6-7 mesi all'anno, all'inizio dell'autunno Persefone ritorna tra le ombre dell'aldilà. La terra ridiventa spoglia e infeconda, la vegetazione ingiallisce e muore. Ecco il mito che spiega la variazione delle stagioni. Cosimo Clemente ha quindi invitato i presenti a selezionare le verdure, da lui raccolte, e poi ha illustrato le loro caratteristiche, le loro virtù benefiche. Interessante poi la presentazione dei funghi, anche qui una copiosa quantità di diversi esemplari, descrivendo per ognuno forme, colori, tipi di terreno in cui nascono.                                                                Non sono mancati suggerimenti e semplici ricette per gustarli al meglio.                                               Infine, plaudendo alla disponibilità e generosità del relatore, tutti hanno portato a casa una porzione dei doni di Demetra.
                                                                     Silvia Laddomada

SUL SITO MINERVA NEWS - "I TUMORI DELLA MAMMELLA" DI ALDO CAPOZZA.

sabato 1 dicembre 2018

“Tumore della mammella – prevenzione, cura e aspetti psicologici”

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Questo il tema dell’incontro settimanale dell’Università “Minerva”, organizzato in collaborazione con l’Ambulatorio specialistico “Crispiano Medical Center (C.M.C.) di Tiziano Solito.

Laddomada-Capozza-Arena



Relatore il dott. Aldo Capozza, medico specialista

Chirurgia generale, Senologia e Malattie dell’apparato

digerente.

Laureato a Pisa, specializzato in Senologia a Modena, 

Capozza ha lavorato, come chirurgo, agli ospedali di 

Taranto e di Martina. 

Ora a Crispiano, presterà, presso il C.M.C., la sua

opera di Senologo.




(Silvia Laddomada) - “Mi auguro che questo incontro sia a voi gradito, nonostante la modesta sala, sia per la ricchezza delle informazioni che metteremo tutti nello zaino, sia per la soddisfazione di ascoltare un relatore che, vi assicuro, saprà conquistare l’attenzione e la fiducia di tutti.

Tiziano Solito-Laddomada-Capozza-Arena
Un medico specialista competente, che ha fatto della sua vita una missione, con un brillante percorso professionale. Siamo qui questa sera grazie alla generosa disponibilità dell’ambulatorio specialistico C.M.C. di Tiziano Solito, che ha sponsorizzato questa meritevole iniziativa. Il dott. Aldo Capozza ha cominciato proprio a Crispiano la sua esperienza di medico e dopo 45 anni, in vista ormai del suo collocamento a riposo, tornerà a Crispiano con un ambizioso progetto: promuovere a largo raggio l’informazione medico-scientifica e sensibilizzare ad una maggiore attenzione alla prevenzione e alla cura delle patologie. Una scelta che ci fa sentire orgogliosi, come crispianesi e come promotori dell’Università del Tempo Libero e del Sapere “Minerva”. Tutti i cittadini hanno diritto a ricevere le migliori cure, sempre e in ogni parte d’Italia. Diritto che, con la grossa crisi di organico che stanno vivendo le strutture sanitarie pubbliche, è a grave rischio. Ben venga quindi una formazione personale basata su conoscenze certe, in alternativa a tante forme di conoscenze ingannevoli che passano attraverso i social e che generano pregiudizi deleteri per il benessere psico-fisico individuale. Oggi che statisticamente la vita si è allungata, occorre garantire un corretto miglioramento del proprio stile e assicurare “più vita agli anni”. 
Silvia Laddomada-Aldo Capozza-Anna Arena
Io come direttrice dell’Università “Minerva” esprimo ufficialmente la gratitudine di tutti noi per il sostegno del C.M.C. e per la collaborazione che il dott. Capozza avvierà con noi. Sarà un valore aggiunto all’attività iniziata 4 anni fa, con incontri culturali e formativi settimanali in cui sono state trattate tematiche letterarie, storiche, giuridiche, artistiche, informatiche, religiose e sanitarie. In questo anno accademico siamo ben lieti di avviare uno specifico percorso medico sanitario, a scadenza mensile, che vedrà alla regia il dott. Capozza e come attori protagonisti medici di varie specializzazioni, ma anche oratori di indiscussa referenzialità. Il dott. Capozza, come sappiamo, ci parlerà del male del secolo, con una delicatezza e naturalezza come lui sa fare, e concluderemo con l’intervento della psicoterapeuta dott.ssa Anna Arena, valido supporto nella cura della patologia e nel sostegno a chi ha a cuore la salute dei proprio cari. Grazie”.

Davanti ad una sala gremita di ospiti, anche provenienti dalla provincia, il dott. Capozza ha esordito salutando il suo maestro dott. Pasquale Bruno, ha ringraziato tutti i presenti ed ha ricordato la memoria di Uccio Capani e Enzo Rinaldi (zio Enzo), amici degli anni di inizio carriera a Crispiano. Ha poi introdotto il tema della serata affermando che il tumore è la patologia del secolo, che può colpire a qualsiasi età; c’è senz’altro una predisposizione famigliare, ma è necessaria la prevenzione, che passa attraverso la conoscenza e l’attuazione di un corretto stile di vita, per evitare che la patologia degeneri e poi si affronti il difficile viaggio della speranza, non condiviso dal relatore. “Veronesi ha detto che abbiamo sconfitto il cancro, io non voglio smentirlo, ma ciò è possibile solo se le cose vengono fatte per bene e da persone esperte”.
Intanto bisogna ricordare che i più comuni fattori di rischio sono: alcol, fumo, vita sedentaria, obesità, eccesso di insulina, pillola anticoncezionale, prima mestruazione al di sotto dei 12 anni, assenza di gravidanza, alimentazione scorretta (preferibile quella mediterranea). E’ utile anche correggere alcune abitudini: niente cosmetici, deodoranti, profumi, basta un semplice sapone neutro per lavarsi; la biancheria intima da preferirsi è in cotone bianco. Ma ovviamente “il troppo stroppia”, quindi se ci si alimenta con moderazione, ci si può concedere sempre qualche soddisfazione gastronomica, o qualche capo di abbigliamento intimo più colorato e civettuolo. E’ molto utile l’attività fisica, non necessariamente in palestra, è molto salutare un giro in bicicletta all’aria aperta, o una piacevole passeggiata: 5000 passi al giorno sono sufficienti. Prevenzione è anche rapporto di fiducia col medico. Già intorno ai 30 anni, la donna deve fare una visita senologica, prima di avvertire qualche sintomo. Spetta al senologo correggere lo stile di vita della paziente, dando semplici consigli, e indirizzandola verso una mammografia annuale e, quando è necessario, ricorrere alla risonanza magnetica e alla microistologia, per conoscere il tipo di displasia da cui la donna è stata colpita. Avuta la diagnosi, senologo e oncologo devono insieme studiare il caso e, se necessario, procedere con l’intervento.
Intervento del Cons. regionale Renato Perrini
Il dott. Capozza si è dichiarato contrario alla mutilazione completa della mammella. Un “medico esperto”, che si impegna a “fare le cose per bene”, si avvale dell’evoluzione della terapia chirurgica e procede con la quadrantectomia, cioè il taglio interessa solo un quadrante della mammella, e attua subito la ricostituzione del seno. “Personalmente – ha detto il dottore – ritengo di ridurre il danno il meno possibile, al fine di non mortificare la donna, colpita nel suo io due volte: la malattia e la mutilazione. Ritengo che in questi casi il medico non debba trincerarsi dietro un camice bianco, ma debba seguire h24 la propria paziente, instaurare con lei un rapporto di fiducia e di amicizia, che vada al di là della sala operatoria e della struttura ospedaliera, perché la donna deve capire che nulla è cambiato nella sua vita famigliare e di coppia. E’ necessaria quindi la vicinanza dei medici, anche nel cammino di ripresa, affinché la terapia post-operatoria sia seguita scrupolosamente. La serietà e la sensibilità del comportamento del personale medico, la prevenzione, il tempestivo intervento hanno portato all’85% la percentuale della sopravvivenza post-operatoria”. Il dott. Capozza ritiene però necessario anche un supporto psicologico per la donna e per le persone a lei care.
La Psicoterapeuta Anna Arena
E’ quindi intervenuta la dottoressa Anna Arena, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, che ha posto all’attenzione dei presenti i complessi meccanismi emotivi che si manifestano nel comportamento della donna, che ha visto sconvolta la propria salute e menomata la sua femminilità. C’è in tutte uno stato di disorientamento – ha detto la dottoressa – una confusione, un’angoscia, un’ansia, ma anche tanta tristezza per ciò che ha subìto e a volte tanta rabbia per l’ingiustizia: “accade proprio a me?”, come se le cose brutte dovessero accadere solo agli altri. C’è poi la donna capace di superare lo shock emotivo, capace di gestire le emozioni negative, protegge dal dolore le persone care, è portata a negare, o almeno a evitare di parlare di sé e della sua condizione. In entrambi i casi il livello emotivo è alto: occorre prenderla per mano, sia quando si rassegna passivamente, credendo di essere impotente e dipendere sempre dagli altri, sia quando cerca di essere combattiva, di aiutarsi da sola. Bisogna capire che la mutilazione, parziale o totale, provoca comunque un cambiamento nella donna, sia fisico che psichico: la perdita dei capelli la mortifica, la porta alla perdita del senso di sé, al disgusto per il proprio corpo, alla vergogna, all’ansia, alla depressione. Con l’aiuto di figure di supporto, la donna deve imparare a gestire le emozioni negative, ad accettare le paure, le ansie, a superarle e andare avanti. 

L'Assessore Aurora Bagnalasta
Anche il partner, in queste situazioni, ha bisogno di supporto psicologico. Può succedere che il cambiamento fisico della donna non venga accettato, per cui si crea un circolo vizioso, pericoloso per la vita di coppia. Infatti la donna è portata ad esprimere facilmente le emozioni negative, l’uomo è più propenso a sfuggirle, questo può influire nella donna, che si sentirà incompresa e tenderà ad esprimere più visibilmente le sue paure, mentre l’uomo sembrerà sempre più lontano. La soluzione è quella di imparare, con l’aiuto di esperti psicologici, ad affrontare insieme la malattia, a superare il disagio e ricomporre l’armonia famigliare. Erano presenti all’incontro l’Assessore comunale alla Cultura e ai Servizi Sociali Aurora Bagnalasta e il Consigliere regionale Renato Perrini, che ha ricordato il suo impegno per le strutture ospedaliere e in particolare per rafforzare il ruolo di polo oncologico dell’Ospedale Moscati (Ospedale nord), auspicando anche la presenza, in tutti i servizi pubblici sanitari, di professionisti psicologi.