mercoledì 6 luglio 2016

Inferno:XXXXIII Canto (Il Conte Ugolino)

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Testo
declamato da                Alessandro SERIO














La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
                            
Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
                          
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
                                   
Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
                           
Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.                                      
Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
                               
però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
                                   
Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
                     
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.
                            
Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
                      
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
                                 
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
                               
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.                    
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
                         
Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
                        
Io non piangea, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".

Perciò non lacrimai né rispuos’io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
                            
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
                           
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
                                            
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".
                           
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?
                             
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".
                     
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,
                      
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
                      
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
                         
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
                                 
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
                          
Ché se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
                         
Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
                                
Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;
                   
ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
                            
E avvegna che, sì come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,                             
già mi parea sentire alquanto vento:
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?».
                         
Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove».                        
E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: «O anime crudeli,
tanto che data v’è l’ultima posta,
                                   
levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
                         
Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

                     





Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo».
                               
«Oh!», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scienza porto.
                              
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
                                
E perché tu più volentier mi rade
le ’nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade
                             
come fec’io, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.                       
Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.                        
Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
                         
«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni».
                   
«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche,
                           
che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.
                        
Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi». E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
                                        
Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?
                    
Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.                               

 "...però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso..."

"...Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: 'Padre mio, ché non m'aiuti?'..."

"...Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi gli occhi". E io non gliel'apersi;
e cortesia fu lui l'esser villano...





INFERNO: XXXIII CANTO                          

          (Il Conte Ugolino)



RELAZIONE DI SILVIA LADDOMADA




 

Stiamo nel 9° cerchio dell'Inferno, quello più vicino al centro della terra e a Lucifero. E' il lago Cocito, un lago di ghiaccio in cui sono immersi i traditori, peggiori dei fraudolenti, degli ingannatori delle Malebolge. Il lago è diviso in 4 settori: la Caina per i traditori dei parenti, l'Antenora per i traditori della patria, la Tolomea per i traditori degli amici, la Giudecca per i traditori dei benefattori. Sono stati tutti peccatori spregevoli, perché hanno ingannato persone a cui erano legati da vincoli di parentela, di amicizia, di doveri, di ospitalità, rinnegando i più alti valori della natura umana.
La loro pena simboleggia il gelo del loro cuore.

















Nel settore di Antenora l'attenzione di Dante è attirata da un'anima che addenta con rabbia la nuca di un'altra anima, quest'ultima silenziosa, pietrificata, un gesto orrendo, sacrilego. E' il conte Ugolino, l'altro è l'arcivescovo Ruggeri, entrambi signori della città di Pisa, nel 1280 uno guelfo, l'altro ghibellino). Sono personaggi storici, realmente esistiti. Ugolino della Gherardesca era un nobile feudatario di origine longobardica, grande e prestigioso uomo politico in Toscana ai tempi di Dante. Sono periodi tristi della storia d'Italia: la spregiudicatezza dei grandi feudatari, la loro inaffidabilità politica provocano tradimenti, morti, lotte civili continue tra le città.















Il conte Ugolino si comportava come un tiranno, era un uomo ambizioso, senza scrupoli, di cui erano noti difetti e inganni. Nel corso delle guerre tra le città marinare (Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, città che gestivano gli scambi commerciali con l'Impero bizantino e i paesi d'Oriente), il conte governava Pisa, con il nipote Nino Visconti.
Per spadroneggiare da solo, aveva organizzato una congiura contro il nipote, chiedendo l'aiuto di un altro ambizioso signore, l'arcivescovo Ruggieri, il quale, nonostante la carica religiosa,era uno dei protagonisti della vita politica di Pisa. Entrambi tradirono Nino Visconti.
Sappiamo che le repubbliche marinare entrarono in conflitto per motivi di concorrenza commerciale. Pisa aveva saccheggiato Amalfi già nel 1135. Nel 1284, nella battaglia della Meloria (vicino Livorno), fu battuta da Genova. Il conte Ugolino comandava l'ala sinistra dello schieramento navale pisano e riuscì a salvarsi a stento con poche navi. Dopo pochi mesi, nominato podestà della città di Pisa, fece delle concessioni territoriali a Firenze e a Lucca, per staccarle dalla lega con la città di Genova. Nel 1288, la fazione dell'arcivescovo Ruggieri riuscì a prendere il sopravvento; dopo aver tramato contro il nipote del Conte, si volse contro di lui. Fingendosi amico di Ugolino, lo chiamò col pretesto di consolidare la loro amicizia e invece, nel frattempo, aveva scatenato una sollevazione popolare, per cui il Conte fu accusato di aver tradito Pisa, cedendo i possedimenti a Firenze e a Lucca, e quindi, per volere dell'arcivescovo, venne catturato, insieme ai due figli e ai due figli del nipote Visconti (1288). Furono rinchiusi in una torre per 8 mesi, e poi abbandonati senza più cibo, ne acqua. Il papa Niccolò VI rimproverò l'Arcivescovo per ciò che aveva fatto, ma grazie alla morte del Pontefice, l'Arcivescovo riuscì a conservare la Diocesi fino alla morte (1295).

Questa la storia.

Entrambi traditori, entrambi la stessa pena, ma la giustizia divina li ha posti uno vicino all'altro. Abbiamo già visto due peccatori insieme, Paolo e Francesca associati dall'amore, anche se colpevole; Ulisse e Diomede (fiamma a due punte), associati nelle volontà unica di ingannare; il conte e l'arcivescovo sono uniti però dall'odio reciproco.
E qui comincia l'arte poetica di Dante. Non un cenno al fatto storico, non un cenno al loro comportamento politico. Al tempo di Dante tutti sapevano che la politica si reggeva sui tradimenti reciproci. Ciò che preme a Dante è l'infelice sorte del conte e soprattutto l'immatura morte dei quattro giovani, che non c'entravano. Coinvolgere i figli nella cattiva sorte dei padri era il risultato di un modo disumano di fare politica; Dante pensa a se stesso, anch'egli aveva sperimentato questo: i suoi figli, raggiunta la maggiore età, furono costretti all'esilio, pagando da innocenti le responsabilità paterne. 













Dante, in questo nono cerchio è sprezzante con le anime, più di quanto sia stato nelle Malebolge. Quella “plebe mal creata” gli sembra degna di rimproveri, di calci, perfino di promesse ingannevoli. Però, in questo abisso di ferocia, egli ha collocato l'episodio più patetico dell'intero poema. Patetico non è il traditore Ugolino, ma il tradito Ugolino.
All'inizio del canto una scena cannibalesca: Ugolino affonda i denti nel cranio dell'arcivescovo, ed è pronto a raccontare, pulendosi la bocca sui capelli della vittima, per mettere in risalto il torto del suo avversario.
Dante sa calibrare il racconto, sa cogliere il precipitare dei prigionieri verso la disperazione, Dante sa suscitare lo sdegno e la pietà, verso questo peccatore, dei lettori. Man mano che il conte racconta, non pensiamo quasi più alla pena che sconta nell'Inferno, ma alla sofferenza inflitta a lui e ai figli, quando era sulla terra.
Cosa è accaduto in quella torre? Dopo 8 mesi di infelice e ingiusta prigionia, il conte sogna una scena di caccia: un lupo e i suoi lupacchiotti sono inseguiti da avidi cacciatori, tra cui l'arcivescovo Ruggieri. Ad un tratto sopraggiungono delle cagne affamate, che sbranano il lupo e i suoi figli. Un sogno premonitore, e, si sa, nel Medioevo i sogni del mattino erano rivelatori di verità.



Il conte si sveglia agitato, sente i suoi ragazzi che nel sonno piangono, chiedendo da mangiare. La loro situazione diventa tragica quando capiscono che la porta, attraverso cui arrivava il cibo, viene chiusa a chiave. Il conte fa intendere a Dante lo strazio di un padre, che deve controllarsi per impedire che i figli, smarriti e angosciati, debbano soffrire ancora. Quindi si frena, ma il giorno dopo, per la disperazione, compie un gesto inconsulto: si morde le mani, e i giovani offrono se stessi come pasto al padre affamato. E muoiono, a uno a uno. Scontato lo strazio del conte, politico malvagio, ma padre amorevole con i figli.
Poi, scendono le ultime ambigue parole del conte, prima di riprendere il suo feroce pasto a danno dell'arcivescovo. “Poi, più che il dolor, potè il digiuno”. Cosa vogliono dire queste ultime parole? Ugolino, dopo aver pianto disperatamente sui corpi dei figli morti, morì anch'egli per fame? O il conte Ugolino, per sopravvivere ancora, si cibò dei corpi dei figli? Si può pensare a due possibili agonie, per fame o per antropofazia. La critica è divisa sull'interpretazione da dare a questi versi. Forse Dante ha voluto che lo sospettassimo, correva questa diceria ai suoi tempi, ma la visione che ci lascia è terribile. 













Ugolino non parla più, l'atto bestiale di riprendere a rosicchiare il capo dell'altro non suscita certo la nostra simpatia, ma ci riporta a quella congiura, il traditore è stato tradito, la sua morte è stata straziante, quella dei giovani ancora di più. Questa compassione che noi proviamo, quasi ci spinge a dare il consenso a quei morsi atroci, a quell'atto bestiale. Del resto il tutto si svolge in un luogo soprannaturale, c'è quasi il permesso di Dio: l'arcivescovo è collocato in eterno proprio davanti al conte, la vittima è stato il suo carnefice. La crudeltà di Ugolino è eterna, perché eterno è il suo rancore. Da ciò lo sdegno di Dante verso i pisani, verso i reggitori di un Comune, verso un uomo di Chiesa, per aver imposto un supplizio crudele al conte, e per averlo esteso alla discendenza. Dante arriva ad augurarsi che Pisa venga sommersa dall'Arno, chiedendo alle isole Capraia e Gorgona di bloccare la foce del fiume. 















Nella seconda parte del canto, Dante e Virgilio passano nel Settore Tolomea dove sono condannati i traditori degli amici e degli ospiti; il vento freddo alimentato da Lucifero che agita le ali fa sì che il ghiaccio che li copre solidifichi anche le lacrime dei condannati. Dante incontra due peccatori, un guelfo fiorentino, frate Alberigo, che finse di riconciliarsi con due parenti invitandoli a pranzo, ma al momento della frutta, i suoi servi trucidarono i due ospiti.  















Un altro dannato è il genovese Branca d'Oria, che però non è morto, osserva Dante, e Alberigo gli spiega che nel cerchio dei traditori, spesso l'anima arriva prima della morte e nel corpo del peccatore entra un demone. Dante non è cortese con lui, promette di togliere dagli occhi il duro velo di ghiaccio, per consentirgli di sfogare per un momento l'intimo dolore, ma poi non glieli libera, ritenendolo quasi un atto di giustizia. Colpevole anche Genova di aver avuto simili traditori; ai genovesi Dante augura di essere dispersi per il mondo.







mercoledì 29 giugno 2016

Il Futuro degli investimenti va…Gestito/Inferno:XXXIII Canto(Il Conte Ugolino)

Print Friendly and PDF Relazione di                                      PARROCCHIA DI 
                                                                             SANTA MARIA
Giancarlo ARGESE                                          GORETTI



                      
                                                                        La crisi dei  mercati finanziari in generale ha cambiato sensibilmente le abitudini dei risparmiatori e alcuni aspetti della vita: il lavoro, le decisioni d’acquisto, il risparmio.
In un clima di incertezza con i tassi d’interesse a breve ai minimi storici,  i risparmiatori hanno conseguentemente rimesso in discussione le proprie scelte d’investimento.Infatti, in contesti di mercati finanziari  come l’attuale,  i timori di sbagliare il momento dell’investimento inducono l’investitore a  rimanere fermo ad attendere tempi migliori.  E’ evidente  che il timing costituisca una componente importante  per la determinazione del risultato, ma è difficile capire a  priori il momento giusto.La situazione attuale, insieme ad una sempre crescente attenzione verso una corretta pianificazione finanziaria  ha focalizzato nuovamente l’attenzione sui programmi di investimento mirati alla realizzazione di obiettivi di accumulo nel lungo periodo, il cosi detto PAC – Piano d’accumulo.
Il “piano di accumulo” ha una storia  lunga: come modalità di partecipazione è apparsa fin dai primi anni 70 attraverso l’unico Fondo Comune presente e commercializzato in Italia da Fideuram.  Si tratta infatti di uno strumento versatile, che consente di avvicinare al risparmio anche chi non dispone di somme elevate da investire, permettendo di modulare non solo la frequenza bensì anche l’importo dei versamenti.
Tra i vantaggi del PAC, uno dei più importanti è realizzare l’acquisto di quote a prezzi diversi nel tempo, riducendo significativamente l’effetto del market timing e dunque la volatilità complessiva dell’investimento.
Su questo orizzonte il piano di accumulo ottiene risultati migliori di un investimento in unica soluzione, il cosi detto  “PIC” (Piano incremento capitale) di ammontare pari al totale dei versamenti del piano . Gli effetti  di riduzione della volatilità delle strategie di accumulo su un orizzonte di lungo periodo restano costantemente al di sopra delle strategie PIC. In altri termini, il “cost averaging” del piano di accumulo permette di ridurre il rischio di capitale nel corso dell’investimento.
Il PAC è lo strumento ideale per chi vuole crearsi un capitale nel tempo, anche disponendo di piccoli importi, pianificando nel migliore dei modi le proprie entrate e uscite.
Il PAC permette di investire anche piccoli importi, che attraverso le quote dei fondi comuni /Sicav acquistate, è possibile distribuire le rate   in Titoli di Stato, Obbligazioni o Azioni costantemente monitorati e gestiti da un team di professionisti che lavorano per massimizzare i rendimenti  riducendo la volatilità dell’investimento, cosi  si limitano i pericoli della curva emozionale e la necessità di gestirla.
Per concludere, l’investimento ricorrente e pianificato di lungo periodo appare una soluzione appropriata nei periodi di elevata incertezza, come lo scenario attuale. Ad esso è tuttavia necessario affiancare una solida attività di consulenza, partendo dalla conoscenza del risparmiatore e la sua propensione al rischio, e che imposti correttamente la diversificazione del portafoglio. A tal proposito, appare utile che lo sviluppo di prodotto si orienti verso una sempre maggiore flessibilità dello strumento, al fine di permettere  un’allocazione efficiente degli attivi in funzione del profilo del risparmiatore, sia una maggiore convergenza verso l’obiettivo prefissato, prevedendo meccanismi di correzione dell’esposizione al rischio con l’approssimarsi della scadenza del piano.
 
Gli  ultimi anni confermano come l’emotività dei risparmiatori,  possa indurre scelte dettate alternativamente dall’euforia o dal panico (ingresso sui massimi e uscita sui minimi) che compromettono il rapporto dei risparmiatori con i mercati finanziari.

“Se aggiungi poco al poco, ma fai questo sovente, il poco
diventerà molto”

Esiodo (VII sec A.C.)

Dott. Giancarlo Argese
Private Banker
Fideuram – Intesa   Sanpaolo Private Banker



Cell. +39 335 5684694
Agenzia di Lecce 0832 258211
Agenzia di Taranto 099 4527712


 
MADRE TERESA DI CALCUTTA”: UN SUCCESSO DEI GIOVANI DI AZIONE CATTOLICA

Crispiano, 5 luglio 2016

I Giovani di Azione Cattolica della parrocchia di Santa Maria Goretti hanno presentato, sul sagrato della chiesa, il musical “Madre Teresa”, un'opera di Pietro Castellacci e Michele Paulicelli (autori anche del musical “Forza venite, gente”). Di fronte a un numeroso pubblico, attento ed emotivamente coinvolto, i Giovani hanno raccontato la vita di questa piccola suora, morta il 5 settembre 1997, facendo risaltare, con musica, canti, balletti, dialoghi, la sua grande umiltà e generosità, la sua dedizione agli abbandonati, agli ammalati, il suo lavoro nelle più precarie situazioni di povertà, insieme a tante consorelle, che come lei intendono essere “matita di Dio”, negli angoli più remoti del mondo.


Attraverso dei video, il pubblico ha ascoltato anche, dalla viva voce della suora, alcune preghiere, invocazioni, i suoi inviti a vivere la vita con gioia.
Una figura che si prevede sarà canonizzata il prossimo 4 settembre da papa Francesco.
A raccontare la vita esemplare di Madre Teresa di Calcutta, interpretata da Sara Angelini, la briosa sister Bettina(Sara Argese); interlocutore un giornalista(Enrico Marraffa) in cerca di scoop, all'inizio restio a capire e a condividere gli ideali vissuti da suor Bettina al seguito della Madre, infine convertito a una vita di missione tra gli emarginati. I Giovani, guidati dal parroco don Mimmo Rizzo e dal presidente di Azione Cattolica Michele Greco, hanno scelto di rappresentare proprio questo musical per raccontare da vicino una delle più potenti figure di santità degli ultimi anni.
Per la realizzazione di questo spettacolo, la regia è stata di Massimo Fontò e Luca Greco; la scenografia di Paolo Elettrico e Francesco Luccarelli; la coreografia di Valentina Caramia, Giovanna Luccarelli, Sara Speziale e Beatrice Aloia.
Il lavoro rappresenta il culmine di un percorso durato anni, nei quali si sono avvicendati ragazzi, non professionisti, che hanno trovato , nel teatro, un potente strumento di aggregazione e di evangelizzazione, offrendo agli spettatori , un pezzo delle loro vite , vissute alla sequela di Gesù”.

A conclusione, il presidente Greco e il parroco don Mimmo hanno rivolto il loro saluto ai giovani, esprimendo la propria soddisfazione per il loro impegno. Don Mimmo ha aggiunto: i giovani non sono solo il domani, ma sono l'oggi; i loro ideali, i loro sogni, i loro valori rappresentano la positività dell'attuale società. Ha comunicato infine che la rappresentazione verrà replicata l'11 agosto a Pescopagano (Potenza), nel periodo in cui i Giovani saranno impegnati nel campo scuola a Castelgrande.
Congratulazione al gruppo sono state espresse anche da don Vincenzo Caiazzo, cappellano dell'Aeronautica militare, il quale ha ricordato l'esperienza di lavoro e di generosità, fatta a Roma, proprio nell'Istituto delle Suore di Madre Teresa, insieme a don Mimmo Rizzo e a don Francesco Simone, parroco di San Michele Arcangelo della frazione di San Simone. La serata è stata presentata da Alessandro Fontò.

Il gruppo, vanta la realizzazione di numerose opere teatrali di stampo religioso tra cui opere inedite, scritte dagli stessi ragazzi: "Sole e sangue , storia di una Santa”, recital| sulla vita di Santa Maria Goretti; "Caahl, un vescovo venuto dal mare", musical sulla vita di San Cataldo; “La Forza di un Sogno”, recital sulla vita di San Francesco D'Assisi; "Sotto il cielo d’Ars”, recital sulla vita di San Giovanni Maria Vianney. Sempre loro hanno messo in scena opere di famosi autori teatrali contemporanei : “Il sogno di Giuseppe” di Pietro Castellacci; "Il Risorto” di Daniele Ricci; “Chiara di Dio” di Carlo Tedeschi.
Ripetuti applausi sono stati rivolti al Corpo di ballo, formato da Chiara Ciro, Emanuela Greco, Adriana Perniola, Francesca Solito, Stefania Greco, Federica Ricci, Anna Scardillo, Virginia Lanzalonga, Alisia Fusiello, Federica Palmisano, Alessia Maggi, Alessia Fontò, Francesca Ricci, Andrea De Girolamo, Antonio Mosca, Valerio Serino, Mattia Marchionna, Andrea Fiorino, Roberto Bagorda, Daniele Carbotti, Vittorio Albanese, Jovo Knezvich Tapia, Federica Semeraro, Adriana Mancini, Francesca Capuzzimati, Francesca Fiorino e Francesca Catalano.
Altri interpreti: Adriana Di Cesare (Donna indiana), Davide Tinelli (il Missionario) e Federica Murana (reporter), Domenico Dompietro (Gesù Cristo).
Assistenti di scena: Emanuele Catalano, Davide Bagorda, Mattia Campana, Samuele Lucaselli, Mirco Lecce, Roger Locorotondo, Loris Ciafardini.

                                       Silvia Laddomada

mercoledì 22 giugno 2016

AUGURI ROSETTA!

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A U G U R I    R O S E T T A!

Rosetta Miccoli
La prof.ssa Rosetta Miccoli, dal 1° settembre va in pensione. Lascia nella scuola il ricordo della sua cordialità e della sua dedizione agli studenti.
Ora merita la gioia di godere gli affetti famigliari e una lunga vita colma di serenità e benessere.
Il traguardo raggiunto ha voluto festeggiarlo anche con gli amici dell'Associazione “Minerva”, offrendo un gustoso e raffinato buffet.
Nella circostanza l' “amica di infanzia”, insieme ad un omaggio floreale, ha voluto dedicarle un pensiero particolare.
 
Gli Amici dell'Associazione "Minerva" festeggiano Rosetta

 
 
Rosetta, Antonella, Silvia
Rosetta,
ricordo ancora quella bambina con i riccioli d'oro e il vestitino celeste arricciato, che ho conosciuto all'asilo.
Abbiamo vissuto insieme l'esperienza della scuola elementare e media e dell'Azione Cattolica.
Poi la vita ci ha portati su altri percorsi, studio, famiglia, lavoro. Le nostre strade però, non erano parallele.
Ad un tratto ci siamo reincontrate nel lavoro, nello stesso luogo, nella stessa Scuola, in cui “ieri” tu hai applaudito al mio pensionamento, “oggi” io applaudo al tuo.
Auguriamoci di condividere in serenità esperienze nuove e ricche di buoni sentimenti, non soltanto nell'Associazione “Minerva”, dove ancora una volta ci siamo incontrate, ma anche nella vita che auspichiamo lunga e in buona salute”.

                                                                                    L'amica di sempre Silvia






martedì 21 giugno 2016

ESCURSIONE AL BORGO ANTICO DI TARANTO E VISITA AL MUSEO SPARTANO-RELAZIONE DEL PROF. MIMMO CALABRETTI

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Museo Spartano - Taranto


Positivo riscontro e soddisfazione dei partecipanti, questa la risposta all'escursione culturale al borgo antico di Taranto, organizzata dall'Università del Tempo libero e del Sapere “Minerva”. Eleonora Massafra, esperta e brillante guida turistica, ha permesso, ad un gruppo di partecipanti agli incontri culturali del martedì, e alle loro famiglie, di percorrere le stradine, i vicoletti del borgo antico della nostra città capoluogo, alla scoperta delle tracce storiche dei nostri antenati greci.
                                       
Escursionisti crispianesi






   



I turisti crispianesi hanno ammirato, compiaciuti, il vario patrimonio architettonico della Taranto sotterranea, disseminato e incastonato nelle abitazioni del borgo, dove le tracce degli insediamenti greci si stratificano con quelle dei bizantini, dei romani e delle epoche successive. Degni di nota i tanti palazzi nobiliari, la cui facciata spesso conserva e mostra al passante le decorazioni in pietra calcarea, frutto dell'arte manuale di diverse maestranze.
Chiesa S.Michele dedicata all'Immacolata
La guida ha anche consentito la visita alla chiesa di San Michele (del 1700), oggi dedicata all'Immacolata, adottata, ristrutturata, aperta al culto e curata dall'Ordine dei Cavalieri di  Malta, in collaborazione con la Confraternita dell'Immacolata, accanto alla quale vi è una piccola ex canonica, arredata secondo lo stile del 18° secolo. Un tempo era annessa a un convento, in cui oggi è ospitato il Conservatorio provinciale Giovanni Paisiello. Sono stati apprezzati anche la sensibilità culturale e l'entusiasmo con cui viene curata la chiesetta di S. Maria della Scala, risalente al 1100;
Il palazzo Notaristefano (del Barone)
sul tetto della Chiesa, è stato allestito un piccolo museo di arte, cultura, religiosità. La Chiesa, che ha subìto alterne vicende, nella seconda metà del 1900  era stata lasciata all'abbandono per oltre 40 anni.
Chiesetta Madonna della Scala
Solo da qualche decennio è stata recuperata, ristrutturata, aperta al pubblico, grazie alla disponibilità del pittore Nicola Giudetti e dell'amico Pasquale Chioca.
da sx:G. Salvemini-P. Chioca
Un borgo di cui è stato colto il desiderio di riscatto sociale e il desiderio di elevazione culturale; un “Isola” che si apre con fiducia al flusso turistico, grazie a una collaborazione sinergica tra forze politiche, sociali, commerciali e culturali.
Il Cappellone di San Cataldo - Taranto
Non poteva mancare la visita guidata al Duomo di San Cataldo, alla Cripta e all'annesso Cappellone, un vero capolavoro di arte Barocca. Seguendo la lettura artistica, fatta da Eleonora, e varcando l'artistico cancello d'ottone, tante emozioni hanno suscitato, nei turisti crispianesi, i suggestivi marmi policromi intarsiati alle pareti, con colori e immagini che si inseguono, visibili alla luce proveniente dai personali cellulari dei visitatori. Si resta stupefatti per l'eccelsa bravura dell'artista che ha affrescato la cupola, dove è ritratto il vescovo irlandese nella gloria dei Santi. All'interno dell'altare marmoreo, impreziosito da madreperle e lapislazzuli è conservata la tomba del Santo, visibile attraverso una grata marmorea e delle finestrelle laterali. Al di sopra dell'altare, la nicchia in cui vi è il simulacro d'argento di San Cataldo.   
Vicoletto borgo antico
L'escursione turistico-culturale si è conclusa con la visita alla casa seicentesca della Marchesa De Beaumont-Bonelli (originaria della regione francese di Navarra),

da sx:Annese-Massafra-Bellacicco








           oggi proprietà del dr. Marcello Bellacicco, e con la visita del sottostante museo spartano, allestito nell'ipogeo del palazzo della Marchesa che, nel suo livello più basso, arriva a 4 metri al di sotto del livello del mare.
Grande interesse ed emozione ha suscitato la visita alle stanze della casa, che conserva affreschi e pavimenti originari, arredata con gusto e rispetto dell'epoca storica a cui risale, da parte del dr. Bellacicco, il quale offre al turista un'opportunità di arricchimento culturale.

Museo spartano
Del tutto originale è il museo spartano, esteso circa 800 mq., con ingresso dal corso Vittorio Emanuele, nel quale sono documentate le epoche e i periodi storici, a partire dalla fondazione di Taranto ad opera degli Spartani (706 a.C.) fino al 17° secolo, e continuamente arricchito da chi collabora, con opere artistiche, affreschi, riproduzioni di maschere teatrali, di costumi spartani e di documenti storici.
Interno casa dr. Bellacicco
La peculiarità di questo ipogeo-museo è la presenza di un tunnel transitabile che lo collega direttamente sul livello del mar grande, ed è percorso, sotto il pavimento, da un fiume sotterraneo visibile, che convoglia verso il mare l'acqua proveniente dalle Murge tarantine. Il gruppo di Crispiano è ritornato in sede, esprimendo la propria meraviglia per tanta bellezza e per l'evidente volontà di riqualificazione, che non balza agli onori della cronaca. L'Università “Minerva” continuerà a favorire l'arricchimento culturale con incontri settimanali programmati e con ulteriori escursioni, volte alla conoscenza storico-culturale del territorio.

                                   Silvia Laddomada































DAL 25 APRILE AL 2 GIUGNO 

RELAZIONE DEL PROF. MIMMO CALABRETTI



Partiamo dall'ingresso in guerra...
I successi immediati della Germania ( Polonia, Norvegia) uniti alla convinzione che ‘con un pugno di morti’ si sarebbe seduto alla spartizione dei territori conquistati, indussero Mussolini ad entrare in guerra al fianco della Germania... era il 10 giugno del 1940. Gli insuccessi del nostro esercito in Grecia (a cui Mussolini voleva 'spezzare le reni'), in Albania e nel nord Africa ci fecero provare subito l’umiliazione di essere impreparati alla guerra ed essere inferiori all’esercito tedesco, senza il cui aiuto saremmo stati subito travolti da paesi anche più poveri dell'Italia. Il fallimento della spedizione in Russia nei due inverni 42/43 , i bombardamenti degli aerei anglo-americani, le distruzioni e le morti misero a dura prova i nostri soldati e la popolazione italiana che avvertivano sempre di più la stanchezza per una guerra inutile e l'avversione per chi l'aveva provocata.
Il 25 luglio del ’43 il Gran Consiglio del fascismo mise in minoranza Mussolini che venne arrestato. L'annuncio dell'arresto di Mussolini suscitò una grande gioia, subito delusa dal nuovo capo del governo Pietro Badoglio, il quale dichiarò con un secco comunicato, con le testuali parole trasmesse dall'EIAR (l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), ‘ la guerra continua’. Badoglio volle giocare d'astuzia su due fronti — Da un lato intavolò trattative segrete con gli anglo americani sbarcati in Sicilia -— dall'altro garantì la sua buona fede ai Tedeschi e ordinò alle nostre truppe di reprimere ogni dimostrazione antifascista. Ma quando l'8 settembre del 43 gli stessi alleati diedero l’annuncio dell’armistizio, il nostro esercito, rimasto senza ordini dei superiori, molti dei quali, tra cui il Maresciallo d'Italia BADOGLIO, erano in fuga insieme al re, non seppe chi combattere e avvenne quello che fu chiamato ‘lo sbandamento’.
Da questo momento i tedeschi sentitisi (giustamente) traditi divennero i nostri nemici... e si rivolsero contro soldati e civili con inaudita spietatezza...I soldati che erano in Iugoslavia, in Grecia , a Corfù, e nelle Isole furono massacrati dai tedeschi o deportati nei campi di concentramento. A Cefalonia migliaia di nostri soldati della divisione Aqui furono oggetto di fucilazioni sommarie. Quella stessa notte dell’8 settembre gli alleati sbarcano a Salerno ...il re e la sua corte lasciarono (vergognosamente) Roma, per riparare a Brindisi già liberata dagli alleati. I partiti di opposizione comunicarono la costituzione del COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE. Ne facevano parte il PC, PSIUP, la DC, il PLI, il Partito d’Azione e Democrazia del Lavoro. Mussolini venne liberato e messo a capo della Repubblica Sociale di Salò. Il 18 febbraio 1944 il generale Rodolfo Graziani emanò un bando che comminava la pena di morte ai renitenti alla leva repubblichina. Se fino a questo momento si era combattuta una guerra regolare, anche se sofferta, per la popolazione e per i nostri soldati sprovvisti di tutto... da questo momento, con la costituzione della Repubblica di Salò, si scatena l'odio e la guerra diventa guerra civile...da un lato i partigiani che avevano dato vita già da tempo alla Resistenza e dall'altro i "tedeschi e i repubblichini”, che spesso si resero responsabili di ignobili incombenze. Il ’44 inizia con l'attentato in via Rasella a Roma e il conseguente eccidio delle Fosse Ardeatine (23 marzo)... Nel corso dell'inverno, i tedeschi hanno bloccato l'avanzata degli anglo-americani sulla linea gotica e il prezzo pagato dalle popolazioni civili è stato altissimo come dimostrano le atrocità commesse dai nazisti a Sant'Anna di Stazzema (12 agosto) e a Marzabotto (20 sett.). 

Gli ultimi mesi di guerra in Italia sono stati terribili... tutto venne perpetrato dai tedeschi in fuga e dai repubblichini: stragi, mattanze, linciaggi, eccidi, caccia alle tonache e a chi nascondeva ebrei e soldati alleati sbandati. Il 18 aprile del '45 a Torino viene proclamato lo sciopero generale e la mobilitazione si estende in tutti i principali centri del Nord. Cuneo, Bologna, Genova vengono liberate dai partigiani prima dell’arrivo degli alleati. Le forze della Resistenza e la popolazione civile riescono a salvare dalla distruzione il porto di Genova e i principali impianti industriali . All'inizio di aprile anche Torino, dopo 4 giorni di duri scontri con i tedeschi, viene liberata dalle formazioni partigiane. Nei giorni della dissoluzione del regime fascista Mussolini cerca di mettersi in salvo. Il 18 aprile arriva con parte dei suoi ministri a Milano. Grazie alla mediazione del Cardinale Schuster il duce ottiene di incontrare alcuni dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia per concordare una resa onorevole, ma ormai non é più in grado di dettare condizioni e i capi dei partigiani non cedono alle sue richieste. Mussolini tenta di giocare la carta della fuga in incognito, travestito da soldato tedesco, ma viene riconosciuto e catturato da un gruppo di partigiani della 52 brigata Garibaldi. La notte successiva, il 28 aprile a Giulino in provincia di Como, viene fucilato dal comandante partigiano Walter Audisio, detto Comandante Valerio; insieme a Mussolini viene uccisa anche la sua amante Claretta Petacci.

Successive informazioni rivelarono che l' uccisione di Mussolini fu voluta dal governo inglese (Churcill), per far sparire il carteggio che egli intratteneva con Mussolini. I loro corpi vennero trasferiti a Milano con quelli di altri gerarchi ed esibiti in piazzale Loreto, nello stesso luogo dove il 10 agosto del ’44 i nazisti avevano fucilato ed esposto 15 partigiani. La folla infierì sui cadaveri con sputi, calci e colpi di pistola, fino a quando non li appesero a testa in giù alla tettoia di un distributore di benzina. Una scena drammatica da “macelleria messicana”, come la definì Ferruccio Parri, uno dei capi del CLN. Una feroce esplosione di violenza, che divenne la rappresentazione simbolica di quei giorni nei quali l'euforia per la fine della guerra convisse con il dolore per i drammi provocati. Alla gioia per il crollo del nazifascismo fece da contraltare la rabbia accumulata nei mesi di guerra civile. Spesso bastava un sospetto di aver collaborato con i tedeschi o semplicemente di aver simpatizzato per il regime perché si venisse uccisi...nell’aprile del '45 furono uccisi sacerdoti, industriali, imprenditori agricoli e quanti avevano solo dimostrato simpatia per il regime. Gli omicidi continuarono per due anni seppure in modo sporadico; furono migliaia e forse decine di migliaia! E’ quello che lo scrittore Gianpaolo Pansa ha chiamato ‘il sangue dei vinti’. 
Nell’immediato dopo guerra il fondatore dell’uomo qualunque, Guglielmo Giannini, diffuse la notizia, poi contraddetta, che le vittime delle vendette partigiane erano state 300 mila. Parlando alla Camera il ministro Scelba riferì, in seguito ad una apposita inchiesta, che i presunti omicidi politici avvenuti dopo il 25 aprile furono 1700. Lo storico Nazario Onofri , secondo una accurata ricostruzione fatta nell’Archivio centrale dello Stato, sostenne che i fascisti giustiziati furono circa 10mila, la maggior parte dei quali in Piemonte, Emilia Romagna, in Lombardia e in Liguria. Su questi dati si discute ancora oggi... si forniscono numeri diversi man mano che le questure e le prefetture aprono i famosi armadi tenuti chiusi.

ARRIVIAMO ai primi di giugno del 1946...sono giorni di speranza per un cambiamento che verrà dal Referendum. E’IL PRIMO MOMENTO SIGNIFICATIVO DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA DOPO LA GUERRA. Tutti si sentono protagonisti, desiderano partecipare, far valere la propria opinione, scegliere il proprio futuro. Il 2 e il 3 giugno si torna al voto dopo più di 20 anni. Per la prima volta partecipano alla consultazione anche le donne. Gli elettori sono chiamati non solo a scegliere la forma dello Stato: MONARCHIA o REPUBBLICA, ma anche ad eleggere i propri rappresentanti all'ASSEMBLEA COSTITUENTE. Nella consultazione referendaria, socialisti, comunisti, repubblicani e azionisti si schierano per la Repubblica.
A favore della Monarchia si dichiarano i liberali, i monarchici e i qualunquisti di Guglielmo Giannini. Più prudente appare la posizione della Democrazia Cristiana, anche perché il compito di gestire quel difficile passaggio politico spetta proprio a De Gasperi, uno dei fondatori e degli esponenti di maggiore spicco del partito. L'affluenza ai seggi è elevata fin dalle prime ore del mattino... il clima è di grande tensione. Vittorio Emanuele III il 9 maggio abdica in favore del figlio Umberto, il volto più presentabile dei Savoia, i carabinieri sono ancora formalmente legati alla corona e i partigiani non hanno consegnato le armi usate durante la Resistenza. I risultati arrivano al Viminale con molta lentezza, la percentuale dei voti favorevoli alla Monarchia e alla Repubblica oscilla in continuazione... nella notte tra il 3 e il 4 giugno era in vantaggio la Monarchia, ma la situazione si capovolge nelle ore successive .

La mattina del 5 giugno i giornali scrivono del vantaggio della Repubblica ma non sono dati definitivi... nel pomeriggio dello stesso giorno, il ministro ROMITA tiene una conferenza stampa annunciando i risultati pressoché definitivi... mancano solo un migliaio di sezioni... e i voti sono favorevoli per la Repubblica. Si parla di voti validi e mai di schede nulle o bianche... perché?
LA SITUAZIONE SI COMPLICA, tanto che un gruppo di giuristi padovani presenta un ricorso sostenendo che, per vincere non bastava solo prendere più voti dell'avversario, ma era necessario superare il 50% dei voti espressi, compresi i voti nulli e le schede bianche. Il 10 giugno alle 18, nella Sala della Lupa a Montecitorio si attende la comunicazione ufficiale dell'esito del referendum. Il presidente della corte di Cassazione, Giuseppe Pagano, si limita a rendere noto il numero dei voti ottenuti da ciascun schieramento... senza proclamare ufficialmente il vincitore... Dei voti non validi ancora non si fa parola. Poco dopo il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, sale al Quirinale da Umberto II... per comunicare i risultati del voto e legittimare l'immediato passaggio alla Repubblica. Il re non riconosce il verdetto elettorale ritenendo quei risultati ancora provvisori. Inizia uno scontro tra governo e Casa reale. La tensione é altissima, il paese è sull'orlo del caos totale. Il re ribadisce di non voler cedere le sue prerogative, fino alla proclamazione ufficiale dei risultati del referendum, da parte della corte di Cassazione. Le piazze tornano a riempirsi di militanti degli opposti schieramenti, e si registrano incidenti. Ritorna il rischio di una guerra civile. Ma il re decide di compiere un gesto di responsabilità e sceglie la strada dell'esilio. Pochi minuti prima della partenza indirizza alla nazione un proclama nel quale si dichiara vittima di un gesto rivoluzionario, compiuto in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura. De Gasperi fu altrettanto duro nella risposta dicendo “un periodo che fu senza dignità si conclude con una pagina indegna” (non dimentichiamo che i Savoia adottarono le leggi razziali nel '38, diedero l'incarico di governo a Mussolini, e fuggì da Roma in un momento in cui bisognava rimanere).

Il 18 giugno la Corte di Cassazione comunicò i risultati definitivi della consultazione, confermando la vittoria repubblicana. Contemporaneamente al referendum gli italiani furono chiamati all’elezione dei propri rappresentanti all'Assemblea Costituente (la commissione dei 75 divisi in tre sottocommissioni 18 diritti e doveri, 38 ordinamento costituzionale della Repubblica, 18 rapporti economici e sociali) che dovevano redigere la Carta Costituzionale. L'esito della votazione premiò i partiti di massa: la DC, i socialisti del PSIUP , il Partito Comunista poi l'Unione Democratica Nazionale, il Fronte dell'Uomo Qualunque, il Partito Repubblicano, il Partito d'Azione. Ma c'erano un'altra decina di partiti: dei contadini, dei lavoratori cristiani, il partito sardo dei siciliani... Il 25 giugno l'Assemblea Costituente comincia i lavori sotto la presidenza di Giuseppe Saragat, mentre il capo provvisorio dello Stato viene eletto Enrico De Nicola. 
Il 22 dicembre l'Assemblea approva la nuova Carta costituzionale che entra in vigore il I° gennaio del '48. 

Repubblica 12 milioni e 700 mila
Monarchia 10 milioni e 700 mila
Furono date due schede: