mercoledì 15 giugno 2016

LA DIVINA COMMEDIA: CANTO XXVI - INFERNO (ULISSE)

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TESTO INTEGRALE CANTO XXVI - INFERNO

                  (ULISSE) 

Letto da Giacomo SALVEMINI

 

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza


Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’più m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.

E ’l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».

«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: «Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
 
Relazione sul Canto XXVI - INFERNO
di Silvia LADDOMADA

Il protagonista del 26° canto è Ulisse, una figura nota dell'epica classica; personaggio famoso, nato dai racconti degli aedi, esponenti della vita culturale greca, che tramandavano le gloriose imprese di grandi uomini, di eroi, di divinità. Omero, autore dell'Iliade e dell'Odissea, ha raccontato la guerra di Troia, nella quale si è distinto, tra i Greci, proprio Ulisse, intelligente e astuto, autore di ardue imprese, la più nota delle quali è il famoso cavallo di legno, offerto in dono alla dea Atena, protettrice di Troia, dichiarando di rinunciare alla guerra, ormai decennale. Sappiamo che il cavallo fu un inganno, escogitato proprio da Ulisse e dall'amico Diomede, per distruggere la città.
Nell'Odissea, Omero racconta le straordinarie avventure capitate a quest'uomo intelligente, che peregrinò per altri dieci anni, ingannando Polifemo, le sirene, la maga Circe, prima di tornare in Grecia, ad Itaca, dove lo aspettavano il padre Laerte, il figlio Telemaco e la paziente moglie Penelope
Il racconto dantesco si sgancia dalle fonti classiche. Dante non conosceva i poemi omerici, aveva letto “Le roman de Troie”, scritta da un narratore francese , Benoit de Saint Maure, nel 1170 e aveva letto certamente le opere degli scrittori latini, come il poeta Ovidio, che nelle “Metamorfosi”, parlando di eroi antichi, dice che Macareo, un compagno di Ulisse racconta come l'eroe, dopo la sosta presso la maga Circe (a Gaeta), avesse convinto i compagni a riprendere il mare, pur contro il parere della stessa maga, che lo aveva messo al corrente dei pericoli che avrebbe incontrato.
Ma dove va Ulisse? Qui Dante traccia una nuova identità del personaggio.
Intanto è un mentitore: ha mentito ai troiani, ai compagni di viaggio, merita l'Inferno, precisamente la bolgia dei consiglieri fraudolenti.
Qui, egli lo incontra nel suo viaggio ultraterreno: nell'ottavo cerchio, detto Malebolge, l'immenso regno della frode, dell'inganno in tutte le sue forme, nei confronti di chi si fida. Un cerchio diviso in dieci zone: ruffiani e seduttori, lusingatori, simoniaci, indovini e maghi, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia e scismatici, falsari.
Nelle Malebolge si respira un nuovo clima: non c'è più quel rispetto e quella pietà umana che aveva caratterizzato i colloqui del poeta con molti dei dannati incontrati finora. Qui emerge il disprezzo che Dante prova per peccati avvilenti e degradanti, e per personaggi di bassa lega, molti dei quali fiorentini. Si vergogna Dante della sua Firenze, contro cui lancia un'invettiva, e, ironicamente, le dice : godi Firenze, perché il tuo nome noto in tutto il mondo, risuona anche nell'Inferno, per la quantità di dannati che la rappresentano. Ma Ulisse fa eccezione. Dante non lo disprezza, Dante uomo è magnanimo con lui.
Ulisse è il grande uomo solitario di Malebolge, come disse il critico letterario De Sanctis.
Intanto Virgilio e Dante hanno lasciato la settima bolgia, quella dei ladri, e affacciandosi nell'ottava, Dante vede il fondo rischiarato da tante fiammelle, che lui paragona alle lucciole che brillano al crepuscolo. E' la bolgia dei consiglieri fraudolenti, cioè di coloro che hanno spinto gli altri ad azioni temerarie, ingannandoli con i loro consigli. Sono immersi completamente in una lingua di fuoco.
( contrappasso per analogia: nella vita hanno usato la lingua per dare i loro infiammati consigli)
Dante nota che una lingua ha due punte e chiede spiegazione a Virgilio. Questi gli comunica che in quella fiamma sono avvolte le anime di Ulisse e dell'amico Diomede, entrambi condannati alla stessa pena, perché hanno commesso gli stessi peccati. Sempre insieme, anche nell'aldilà.
E' Virgilio che si rivolge a Ulisse, e gli chiede di raccontare cosa sia accaduto dopo aver lasciato la maga Circe a Gaeta. E qui inizia l'affascinante e grandiosa invenzione dantesca. Ulisse racconta che con il piccolo gruppo dei sopravvissuti intraprese un viaggio verso l'ignoto.
Questa decisione di Ulisse è al centro del colloquio tra Dante e l'eroe greco. L'Ulisse dantesco diventa il simbolo della curiosità e della sete di conoscenza dell'uomo, disposto a misurarsi con i propri limiti, per scoprire il nuovo.
Ulisse racconta di aver rivolto ai pochi compagni rimasti con lui “un'orazion picciola”, un breve discorso, non privo di astuzia. Facendo leva sull'orgoglio di quei fidati compagni che avevano come lui indirizzato la vita al sapere e alla scoperta, conquista il loro appoggio e li sprona a un'avventura che nessun uomo aveva mai tentato: quella di forzare i limiti della conoscenza e spingersi alla scoperta dell'ignoto. Considerate la vostra origine, egli dice, siete stati creati per segnalarvi nel valore, per arricchirvi di cognizioni, e non per vegetare come bestie, come bruti. Non vogliate negare al poco tempo della vita che vi resta, della possibilità di conoscere il mondo disabitato.
E così, da Gaeta, Ulisse volge la prua della piccola nave verso ovest, supera le colonne d'Ercole, guadagna il mare aperto, procede verso sud-ovest, entra nell'emisfero australe e intravvede un'altissima montagna. Un grido di gioia, ma un turbine, improvviso e violento, fa capovolgere e inabissare la nave. Il volo intrapreso è stato folle, dice ora Ulisse. Sembra che egli comprenda il senso della punizione divina per la sua presunzione.
Dopo l'immagine del naufragio, del mare che si chiude sulla nave, della calma e del silenzio spettrale che circonda l'episodio, è chiaro il messaggio che Dante rivolge al lettore.
Siamo nel luogo in cui sono puniti i consiglieri fraudolenti e Ulisse lo è, perché l'orazion picciola è in realtà un'orazione arguta e fraudolenta, ma quasi dimentichiamo che quest'anima è immersa in una fiamma, ci rimane l'immagine di un'enorme solitudine oceanica in cui naviga Ulisse.
Siamo angosciati e timorosi, perché costretti a pensare alla sua temeraria infrazione ai divieti divini.
Questa trasgressione non è accettata da Dante, uomo del medioevo cristiano. Pur se nobile nella sua origine il desiderio di conoscenza può trasformarsi in superbo orgoglio, eccesso di fiducia nelle capacità umane. Per questo l'eroe del folle volo precipita verso la morte.
Emerge , dal racconto, il tema del limite del sapere umano e delle conoscenze, rappresentato dalle colonne d'Ercole. Oggi questo luogo, noto come Stretto di Gibilterra, è attraversato senza problemi, ma nell'antichità quelle colonne rocciose dei due promontori, quello marocchino e quello spagnolo, ai lati dello Stretto, si attribuivano ad Ercole, il quale aveva anche scritto “non plus ultra”, non più oltre, per scoraggiare chi avesse voluto avventurarsi nelle correnti dell'Oceano.
Per Dante e per buona parte della cultura medievale, le colonne d'Ercole separavano l'emisfero noto e popolato da quello ignoto e disabitato. Quest'ultimo era per Dante il territorio del soprannaturale, perciò vi colloca la sede del Purgatorio, la montagna altissima intravista da Ulisse. Il problema è affrontato da un punto di vista religioso: è un errore, anzi un peccato, supporre di poter perseguire virtù e conoscenza, sconfinando con le sole forze umane nel territorio dell'ignoto.
Pensiamo al peccato di superbia di Adamo ed Eva e alla punizione divina: la cacciata dall'Eden, dal paradiso terrestre, uguale al naufragio di Ulisse.
L'errore di Ulisse, quindi, è stato quello di oltrepassare le colonne d'Ercole, è stato quello di voler indagare il mondo dell'essere, fidando solo sulla miseria dell'umana intelligenza. Ecco perché Dante non lo disprezza, da un lato quasi lo ammira, perché anch'egli è animato dalla sete di conoscenza, ma mentre Ulisse è il simbolo dell'umanità curiosa , dotata di particolari strumenti intellettivi, che presume di dare risposte alle proprie ansie, facendo a meno di Dio, Dante si lascia guidare, nel suo viaggio alla ricerca della Verità, dalla ragione ma soprattutto dalla grazia divina.
All'inizio del canto Dante dice di aver capito cose che ancor lo rattristano, e si sforza di frenare il suo ingegno, affinché esso non corra senza la guida della virtù, perché se la Provvidenza gli ha dato una grande intelligenza, egli non diventi superbo e orgoglioso per questo.
Concludo ricordando ciò che Virgilio dice a Dante all'inizio del viaggio in Purgatorio. “State contenti, umana gente al quia; chè se possuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria”. Un monito e un freno alla presunzione intellettuale.

INTERVENTI:
- Carmine PRISCO
"L’isola di Itaca (Ιθάκη) è uno degli 8 comuni in cui è divisa in Grecia la regione delle isole ionie. Il suo capoluogo è la cittadina di Ithaki, chiamata anche Vathi (Βάθη), pittoresco porto in stile veneziano adagiato a forma di anfiteatro in una ampia baia naturale. Il nome di Itaca è noto in tutto il mondo per il suo legame con Ulisse (Odisseo), l’eroe greco cantato da Omero nell’Iliade e nell’Odissea, che nella letteratura mondiale e nell’immaginario collettivo è considerato il simbolo della avventura, della ricerca, del destino dell’uomo fatto per “seguire virtute e canoscenza”, come gli fa dire il nostro Alighieri (Inferno- canto XXVI- 119).
Il poeta greco Kostantino Kavafis ha dedicato a Itaca una sua composizione, scritta nel 1911.

Veduta della baia di Ithaki (Vathi)
Il titolo (Ιθάκη) si riferisce al celeberrimo viaggio di Ulisse, il protagonista dell’Odissea di Omero. Itaca è una struggente poesia sul senso della vita, concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni. Il poeta afferma in questa lirica che non bisogna avere fretta di giungere a destinazione, alla propria "Itaca", ma bisogna approfittare del viaggio (e quindi della vita) per esplorare il mondo, crescere intellettualmente e ampliare il proprio patrimonio di conoscenze. E se poi Itaca si rivelerà deludente, valeva comunque la pena raggiungerla, per tutto ciò che si è vissuto per arrivarci."

 ITACA
"Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara‘ questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne’ nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
va in molte citta‘ egizie
impara una quantita‘ di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
Konstantinos Petrou Kavafis

metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra‘ deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia‘ tu avrai capito cio‘ che Itaca vuole significare
"




- Anna  PRESCIUTTI  

ha letto alcuni versi de "L'ultimo viaggio", tratto dai Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli


 il vero

     Ed il prato fiorito era nel mare,
nel mare liscio come un cielo; e il canto
non risonava delle due Sirene,
ancora, perché il prato era lontano.
E il vecchio Eroe sentì che una sommessa
forza, corrente sotto il mare calmo,
spingea la nave verso le Sirene;

e disse agli altri d’inalzare i remi:
     La nave corre ora da sé, compagni!
Non turbi il rombo del remeggio i canti
delle Sirene. Ormai le udremo. Il canto
placidi udite, il braccio su lo scalmo.
     E la corrente tacita e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
     E il divino Odisseo vide alla punta
dell’isola fiorita le Sirene
stese tra i fiori, con il capo eretto
su gli ozïosi cubiti, guardando
il mare calmo avanti sé, guardando
il roseo sole che sorgea di contro;
guardando immote; e la lor ombra lunga
dietro rigava l’isola dei fiori.
     Dormite? L’alba già passò. Già gli occhi
vi cerca il sole tra le ciglia molli.
Sirene, io sono ancora quel mortale
che v’ascoltò, ma non poté sostare.
     E la corrente tacita e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
     E il vecchio vide che le due Sirene,...

....

le ciglia alzate su le due pupille,
avanti sé miravano, nel sole
fisse, od in lui, nella sua nave nera.
E su la calma immobile del mare,
alta e sicura egli inalzò la voce.
     Son io! Son io, che torno per sapere!
Ché molto io vidi, come voi vedete
me. Sì; ma tutto ch’io guardai nel mondo,
mi riguardò; mi domandò: Chi sono?
     E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
     E il Vecchio vide un grande mucchio d’ossa
d’uomini, e pelli raggrinzate intorno,
presso le due Sirene, immobilmente
stese sul lido, simili a due scogli.
     Vedo. Sia pure. Questo duro ossame
cresca quel mucchio. Ma, voi due, parlate!
Ma dite un vero, un solo a me, tra il tutto,
prima ch’io muoia, a ciò ch’io sia vissuto!
     E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
     E s’ergean su la nave alte le fronti,
con gli occhi fissi, delle due Sirene.
     Solo mi resta un attimo. Vi prego!
Ditemi almeno chi sono io! chi ero!
     E tra i due scogli si spezzò la nave.




L'ULTIMO VIAGGIO DI ULISSE
(in Opere, a cura di G. Contini) 

L'ultimo viaggio è il più ampio e significativo dei Poemi conviviali. Diviso in ventiquattro brevi canti (come l'Odissea era divisa in ventiquattro libri), descrive la delusione dell'Ulisse omerico nel rivisitare i luoghi delle sue avventure.
I versi che presentiamo, tratti dall'ultimo canto (XXIV), rievocano l'ultimo approdo all'isola  di Ogigia e l'incontro di Ulisse con la ninfa Calypso, che secondo la narrazione omerica aveva ospitato per sette anni l'eroe prima del rientro in patria.
La forma metrica è in endecasillabi sciolti.

  E il mare azzurro che l’amò, più oltre
spinse Odisseo, per nove giorni e notti,
e lo sospinse all’isola lontana,
alla spelonca, cui fioriva all’orlo
carica d’uve la pampinea vite.
E fosca intorno le crescea la selva
d’ontani e d’odoriferi cipressi;
e falchi e gufi e garrule cornacchie
v’aveano il nido. E non dei vivi alcuno,
nè dio nè uomo, vi poneva il piede.
Or tra le foglie della selva i falchi
battean le rumorose ale, e dai buchi
soffiavano, dei vecchi alberi, i gufi,
e dai rami le garrule cornacchie
garrian di cosa che avvenia nel mare.
Ed ella che tessea dentro cantando,
presso la vampa d’olezzante cedro,
stupì, frastuono udendo nella selva,
e in cuore disse: Ahimè, ch’udii la voce
delle cornacchie e il rifiatar dei gufi!
E tra le dense foglie aliano i falchi.
Non forse hanno veduto a fior dell’onda
un qualche dio, che come un grande smergo
viene sui gorghi sterili del mare?
O muove già senz’orma come il vento,
sui prati molli di viola e d’appio?
Ma mi sia lungi dall’orecchio il detto!
In odio hanno gli dei la solitaria
Nasconditrice. E ben lo so, da quando
l’uomo che amavo, rimandai sul mare
al suo dolore. O che vedete, o gufi
dagli occhi tondi, e garrule cornacchie?
     Ed ecco usciva con la spola in mano,
d’oro, e guardò. Giaceva in terra, fuori
del mare, al piè della spelonca, un uomo,
sommosso ancor dall’ultima onda: e il bianco
capo accennava di saper quell’antro,
tremando un poco; e sopra l’uomo un tralcio
pendea con lunghi grappoli dell’uve.
     Era Odisseo: lo riportava il mare
alla sua dea: lo riportava morto
alla Nasconditrice solitaria,
all’isola deserta che frondeggia
nell’ombelico dell’eterno mare.
Nudo tornava chi rigò di pianto
le vesti eterne che la dea gli dava;
bianco e tremante nella morte ancora,
chi l’immortale gioventù non volle.
     Ed ella avvolse l’uomo nella nube
dei suoi capelli; ed ululò sul flutto
sterile, dove non l’udia nessuno:
— Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più! —













mercoledì 8 giugno 2016

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LAUDATO SI’

Lettera enciclica sulla cura della casa comune

RELAZIONE                                                    DELLA PROF.SSA VALERIA BASILE



Novità:
“Voglio rivolgermi ad ogni persona che abita questo pianeta”. Francesco va ben oltre i classici destinatari dei documenti pontifici che tradizionalmente erano indirizzati al mondo cattolico ed estende ulteriormente la platea dei lettori che già con Giovanni XXIII era stata ampliata a tutti gli uomini di buona volontà (Pacem in terris 1963).
Su questo tema deve concorrere l’attenzione di tutti e per questo non ci sono confini ideologici invalicabili: le citazioni del Patriarca ecumenico di Constantinopoli Bartolomeo, del maestro spirituale islamico All Al-Khawwas, di filosofi e teologi come Romano Guardini, di alcuni principi proposti dalla Conferenza di Rio 1992 e la proposta di brani come la Carta della Terra (Aia 2000), dimostrano la massima inclusività manifestata dal Pontefice.
Parole Chiave:
La Cura: questo vocabolo va inteso in due modi differenti: prendersi cura nel senso di custodire e curare nel senso di provare a guarire la malattia del pianeta;
La Vocazione: si può pensare ad una vera e propria chiamata alla custodia del creato che contraddistingue l’esperienza umana dalle sue origini. Lo si evince dalla Parola di Dio che, sin dai primi capitoli del libro della Genesi con i due racconti della creazione, pone l’uomo al centro dell’interesse di Dio. L’uomo è chiamato a coltivare e custodire, cioè può assoggettare a sé la natura senza dimenticare di salvaguardarla. I racconti della creazione suggeriscono inoltre che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Queste tre relazioni si sono rotte con il peccato, ovvero con il rifiuto da parte dell’uomo di riconoscersi creatura limitata e oggi il peccato si manifesta con tutta la sua forza di distruzione nella guerre, nella diverse forme di violenza, nell’abbandono dei più fragili, negli attacchi contro la natura.
La Gratitudine: ricordare che la terra è un dono, qualcosa che ci precede, che ci è stato dato, è una eredità comune. L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti.

Il Titolo:
n. 10 “Credo che Francesco d’Assisi sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale; era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso. In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore”.                                         L’obiettivo:                                                         N. 19 “Non è quello di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare rasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare.
 
Nel 
capitolo I –Quello che sta accadendo alla nostra casa- il Papa si fa aiutare da esperti di prim’ordine nel fare un’analisi, una fotografia della situazione molto accurata e aggiornata. Si tocca la questione dell’inquinamento (dovuto alle inalazioni di elevate quantità di fumo prodotto dai combustibili utilizzati per cucinare e riscaldarsi, i fumi dell’industria, le discariche , l’acidificazione del suolo e dell’acqua dovuto a fertilizzanti, insetticidi, diserbanti, pesticidi tossici), intimamente legata alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura; il riscaldamento del sistema climatico, dovuto alla grande concentrazione di gas serra emessi dall’attività umana, che ha come gravi conseguenze lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello del mare etc.; l’acqua pulita e potabile la cui domanda, in molti luoghi, supera l’offerta sostenibile; la perdita della biodiversità, ovvero la morte ogni anno di migliaia di specie di vegetali e animali, perse per sempre.
Nel capitolo II – Il Vangelo della creazione – il Papa spiega che se si tiene conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molteplici cause, si deve anche riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. È necessario ricorrere alle diverse ricchezze culturali dei popoli e nessun ramo della scienza e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa. Per questo il Papa fa un vero e proprio excursus tra i racconti biblici, partendo da quelli della creazione, passando attraverso i salmi e gli scritti profetici, fino ai racconti evangelici, per narrare la vocazione dell’uomo e il messaggio di ogni creatura nell’armonia del creato.
Nel capitolo III – La radice umana della crisi ecologica- troviamo un approfondimento sulla tecnologia che, pur presentando aspetti molto positivi, mostra tutte le sue potenzialità distruttive, dovute al fatto che l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza. Citando Guardini “l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano in ordine alla responsabilità, ai valori e alla coscienza”.
L’antropocentrismo moderno, dice il Papa, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano “non sente più la natura né come norma valida, né come rifugio. La vede come spazi e materia in cui realizzare un’opera nella quale gettarsi tutto e non importa che cosa ne risulterà” ( R. Guardini). Se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura senza risanare tutte le relazioni umane, superando il relativismo pratico, ovvero dare priorità ai propri interessi contingenti e tutto il resto diventa relativo, se non irrilevante.
Nel capitolo IV – Un’ecologia integrale – il Papa propone un progetto di ecologia integrale, questa è la novità del suo messaggio. Egli parte da un principio secondo cui tutto è intimamente connesso, tutto è in relazione. Insieme con l’ecologia ambientale, c’è l’ecologia sociale, la condizione umana; c’è un’ecologia economica ed anche una culturale. Si tratta di un’ecologia che coinvolge tutte le dimensioni umane e sociali.
Nel capitolo V – Alcune linee di orientamento e di azione- il Papa parla della necessità di un cambiamento del modello di sviluppo globale e ciò comporta anche l’accettazione di una naturale decrescita. Il papa fa notare come alcune cose non siano necessarie per la vita, per il sostegno quotidiano, ma sono bisogni indotti dal mercato.
Nel capitolo VI – Educazione e spiritualità ecologica – Papa Francesco ricorda che nessun progetto può essere efficace se non è animato da una coscienza formata e responsabile, suggerendo spunti per crescere in questa direzione.
Il capitolo finale, va al cuore della conversione ecologica a cui l’Enciclica invita. Innanzitutto è necessario ridisegnare abitudini e comportamenti. L’educazione e la formazione restano sfide centrali e sono coinvolti tutti gli ambiti educativi, in primis la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi (213).
La frase che apre il sesto capitolo dell’Enciclica sintetizza chiaramente la tematica, nello stile tipico di Papa Francesco: “Molte cose devono riorientare la propria rotta ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare”(202). Egli quindi inizia a prospettare un percorso per questo cambiamento.

Puntare su un altro stile di vita [203-208]

La prima sezione orienta verso un nuovo stile di vita e incoraggia singoli e gruppi a rifiutare il consumismo imperante, fatto di acquisti e spese superflue, ricordando a tutti che acquistare è sempre un atto morale oltre che economico (206). Il consumismo ossessivo appare oggi giusto e ragionevole e dona all’uomo una falsa sensazione di libertà, la libertà di consumare, che in realtà, cela una schiavitù da coloro che detengono il potere economico e finanziario.
Lo stesso bisogno di consumo e di possesso rivela la condizione del cuore dell’uomo, un cuore vuoto, autoreferenziale, avido e l’assenza di un vero bene comune: disastri naturali e catastrofi sociali camminano di pari passo!
Ogni persona tuttavia, in quanto tale, ha una dignità, che non può dimenticare, che nessuno può toglierle e a partire da essa può rigenerarsi, può ritornare a scegliere il bene, la verità, la bellezza, può intraprendere nuove strade verso la vera libertà.











A tal proposito il Papa richiama la Carta della Terra facendo sue le parole del documento ovvero la speranza che la nostra epoca possa essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità...e per la gioiosa celebrazione della vita (207)1

Educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente [209-215]

La seconda sezione invita tutti a educarsi all’alleanza tra umanità e ambiente. Il Papa sottolinea come l’educazione ambientale abbia allargato i suoi obiettivi focalizzandosi sul recupero ecologico a partire da quello interiore, con se stessi, passando a quello solidale, con gli altri, fino a quello naturale con tutti gli esseri viventi e a quello spirituale con Dio. Il Pontefice richiama la necessità di un’etica dell’ecologia (210) ovvero un’educazione ambientale che non significhi semplicemente informare i cittadini ma che riesca a far maturare delle abitudini sane, coltivare solide virtù per rendere possibile la donazione di sé in un impegno ecologico che diventi stile di vita. Non si può sottovalutare l’importanza di percorsi di educazione ambientale capaci di incidere su gesti e azioni quotidiane che il Papa elenca con un linguaggio estremamente semplice e familiare:
1. coprirsi un po’ di più invece di accendere il riscaldamento
2. evitare l’uso di materiale plastico o di carta
3. ridurre il consumo di acqua
4. differenziare i rifiuti
5. cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare
6. utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo
7. spegnere luci inutili
8. piantare alberi
9. riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente
e conclude dicendo che tutto ciò può essere un atto d’amore che esprime la nostra dignità (211).
Non bisogna pensare che questi gesti non possano cambiare il mondo anzi tali azioni concrete sono il germe di un bene che si diffonde nella società a volte in maniera non visibile, per cui la società stessa sperimenta la gioia profonda di esistere mondo in maniera costruttiva  non distruttiva.
In questa rinnovata educazione ambientale gioca un ruolo primario la famiglia, luogo in cui si sperimentano le prime abitudini di amore e di cura della vita, l’uso corretto delle cose che riceviamo, il rispetto per l’ambiente; nella famiglia si impara a chiedere permesso, grazie, scusa, a dominare l’aggressività. Piccoli gesti che aiutano a costruire una cultura delle vita condivisa e nel rispetto per quello che ci circonda.

La  conversione ecologica [216-221]

L’espressione “conversione ecologica” utilizzata dal Pontefice indica una necessaria spiritualità ecologica, fondata sulla fede o, ancora più esattamente, sull’incontro con Gesù. Papa Francesco “ci ricorda che l’attenzione nei confronti del creato nella sua interezza costituisce una modalità essenziale attraverso la quale mostrare la positività delle conseguenze determinate dall’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che ci circonda. Possiamo pensare ad una vera e propria chiamata, ad una vocazione alla custodia del creato che contraddistingue l’esperienza umana dalle sue origini.
La conversione ecologica implica gratitudine e gratuità, ovvero riconoscimento del mondo come dono di Dio, ma anche l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature (220), cioè il riconoscimento della comunione universale tra gli uomini e che ogni creatura riflette l’immagine di Dio.

Gioia e pace [222-227]

In questa sezione si tocca con mano la spiritualità francescana che pervade l’intera Enciclica; Papa Francesco incoraggia alla sobrietà, alla capacità di godere con poco, alla semplicità, all’umiltà e alla bellezza di altri piaceri: gli incontri fraterni, il servizio, il mettere a frutto i propri carismi nella musica e nell’arte, il contatto con la
natura, la preghiera (223).
Una vita vissuta in semplicità e sobrietà è liberante ed è una vita in pienezza, che rende capaci di ridurre i bisogni insoddisfatti, di far diminuire la stanchezza e l’ansia, che permette di essere in pace con se stessi, una pace interiore strettamente legata alla cura dell’ecologia e del bene comune. Un’ecologia integrale richiede di dedicare un po’ di tempo per recuperare la serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, per contemplare il Creatore, che vive tra di noi in ciò che ci circonda e la cui presenza «non deve essere costruita, ma scoperta e svelata (225). In un contesto di amore del creato, il Papa sfida i credenti a ritornare alla pratica della preghiera di ringraziamento prima e dopo i pasti in modo che essi si ricordino della loro dipendenza da Dio per la vita, fortifichino il loro senso di gratitudine per il dono della creazione e siano riconoscenti verso coloro che con il loro lavoro forniscono questi beni.



Amore civile e politico [228-232]

Nella quinta sezione il Pontefice afferma che la cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica le capacità di vivere insieme e di riconoscersi responsabili verso gli altri e verso il mondo. Propone qui una preghiera appassionata: “Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, della onestà ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura delle cura dell’ambiente” (229).
Diventa necessario pensare a strategie che incoraggino una cultura della cura e che coinvolga tutta la vita sociale, dalla politica all’associazionismo, dall’economia alla cultura.

Intervenire a favore del bene comune! È questo l’invito del Papa che, anche in questo caso, non si risparmia nel dare indicazioni concrete: proteggere, risanare, migliorare, abbellire qualcosa che è di tutti ( un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza (232).
In questo modo una comunità si libera dall’indifferenza, coltiva un’identità comune, sviluppa un senso di solidarietà e consapevolezza di abitare una casa comune.
Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali.(232).
COMMENTO ALL'ENCICLICA DI            PAPA FRANCESCO E IL CONFRONTO CON LA MODERNITA' 
(da Avvenire.it)

Di Mauro Cozzoli

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    La Laudato si’ di papa Francesco è un’enciclica appartenente alla Dottrina sociale della Chiesa, di cui costituisce uno snodo storico d’importanza pari alla Rerum novarum di Leone XIII e alla Populorum progressio di Paolo VI. Encicliche in cui la Chiesa si è misurata con le grandi questioni sociali della modernità: la Rerum novarum con la questione operaia, la Populorum progressio con la questione del sottosviluppo, la Laudato si’ con la questione ecologica. Una questione sociale è tale in rapporto a eventi nuovi che comportano rivolgimenti radicali e ad ampio spettro per l’umanità e il mondo, e da cui la Chiesa non può dirsi fuori. Senza per questo invadere ambiti o attribuirsi compiti che non le competono. Il Papa affronta la questione ecologica con la competenza e il metodo del magistero sociale della Chiesa, scandito dalla denuncia dei mali e dei rischi da scongiurare e dall’annuncio dei beni e dei fini da perseguire. Sul primo versante, c’è l’analisi critica dei dissesti ecologici, delle loro minacce e della loro portata planetaria. Non solo sul piano ricognitivo d’ogni forma d’inquinamento, delle dissipazioni delle risorse, degli squilibri ecosistemici e climatici, dell’estinzione di specie viventi, del consumo avido e sprecone. Ma anche sul piano etico-sociale delle ingiustizie che sperperi, soprusi, cupidigie e negligenze significano; della corruzione e della speculazione in campo ecologico, dei «crimini contro la natura», delle omissioni e delle complicità della politica; e insieme del «deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico».
Sul secondo versante, sono tracciate le linee di pensiero e di azione di una sensibilità e premura per il creato, che devono sollecitare e ispirare programmi e comportamenti. Linee riconducibili a questi tre assi tematici su cui polarizziamo qui l’attenzione: «conversione ecologica», «ecologia integrale», «spiritualità ecologica». Espressioni insieme del primato delle motivazioni e delle finalità sui programmi, le legislazioni e le soluzioni tecniche. Esse mirano alla formazione delle coscienze che muovono la prassi, e della cultura che crea mentalità e disponibilità. Le migliori regole e i più aggiornati manifesti ecologici varranno poco senza motivi e scopi persuasivi: «Non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o princìpi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare». A questo bisogno di significati, valori e princìpi risponde l’enciclica, a un livello di pensiero universalmente umano e specificamente cristiano.

La «conversione» dice di una disponibilità e un impegno per l’ambiente possibili solo a cominciare da una revisione in radice dei paradigmi di giudizio e dei modelli e stili di vita, senza cui l’ecologia o non affiora alle responsabilità delle coscienze o resta solo una moda e una sensibilità di facciata. La conversione ecologica è un processo «personale e comunitario» di liberazione da mentalità e prassi dettate dal «consumismo ossessivo», dalla «cultura dello scarto» e «dello spreco», dal «paradigma tecnocratico» e «tecno-economico», da «una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse», dal «mito del progresso». Liberi da questi determinismi si diventa liberi di «scelte e soluzioni alternative», volte alla custodia e alla cura dell’ambiente e all’utilizzo equo e responsabile delle risorse, per un verso; all’inclusione dei non-produttivi e nonconsumatori (i poveri e gli emarginati), per altro verso. Libertà innervata e illuminata dalle «virtù ecologiche»: sobrietà, semplicità, umiltà, solidarietà, gratuità, giustizia, amore. Virtù che dispongono a «passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere», plasmando nuove mentalità e stili di vita. L’approccio all’ecologia e ai suoi problemi dev’essere «integrale», perché «tutto è connesso» e «interdipendente» nella «casa comune».

C’è un’interazione tra tutte le componenti, viventi e non, umane e preumane; «tra la natura e la società che la abita», «gli ecosistemi e i diversi mondi di riferimento sociale»; tra le comunità nello spazio e le generazioni nel tempo. L’interdipendenza è un dato e insieme un compito. Compito di riconoscimento del «valore proprio di ogni creatura» e «delle diverse specie in se stesse», e della tutela che il valore comporta, ivi compreso l’essere umano e la sua natura. Compito di acquisizione dei beni ecologici alle esigenze del «bene comune». Compito di responsabilizzazione della società e delle istituzioni alle urgenze ambientali. Compito di giustizia, che si fa carico dei costi e dei «debiti ecologici», e non li scarica sulle aree più povere e indifese del mondo e sulle generazioni future. Compito di «dialogo con tutti», senza egemonie di parte, «per cercare insieme cammini di liberazione». «L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, a un progetto comune». Per questo «diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate.
Urge la presenza di una vera autorità politica mondiale». Senza con questo evadere dalle responsabilità di ciascuno, da ciò che ognuno può e deve fare: «Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo». La coscienza e la prassi di un’«ecologia integrale» ha un forte impatto educativo e performativo, volto a «concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune».

Per il cristiano l’ecologia e i suoi compiti hanno significato e valore «spirituale». La spiritualità cristiana «non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda». La spiritualità ci schiude al bello, dandoci uno sguardo contemplativo, ammirato e grato del creato. Sguardo liberatore da ogni attitudine captativa e consumistica: «Prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico». Ci fa liberi e fedeli nell’amore. «La natura è piena di parole d’amore», che solo un vedere contemplatore sa leggere. La spiritualità cristiana inoltre iscrive le responsabilità ecologiche nella relazione creaturale e salvifica dell’uomo con Dio.
Questo significa che hanno una carica di motivazione e di finalità più che secolare e umana. Esse appartengono alla fedeltà dei figli al Padre e al suo amore provvidente per tutte le creature; alla fedeltà a Cristo, «il Verbo incarnato, che ha incorporato nella sua persona parte dell’universo materiale, dove ha introdotto un germe di trasformazione definitiva»; alla fedeltà alle mozioni dello Spirito, «intimamente presente nel cuore dell’universo, animando e suscitando nuovi cammini». Fedeltà attinta ai sacramenti, dove «la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale».
Fedeltà vivificata dall’Eucaristia, in cui «il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia».
Fedeltà anticipatrice e prefiguratrice nella storia di quella
«meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati».



martedì 24 maggio 2016

XIII° Canto dell'Inferno e Relazione di S. Laddomada

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G.Stradano, La selva dei suicidi(1587)


Testo XIII° Canto dell'Inferno

           (Pier della Vigna)


Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco:

non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

E ’l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d’ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

«S’elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».

E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’io un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’io a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò il primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».






Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno...

"... Uomini fummo, e or sem fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi" ...
"... L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto..."





 
      

 RELAZIONE DI SILVIA LADDOMADA



    



  




Siamo nel 7° cerchio, dove sono condannati i violenti, distribuiti in tre gironi: i violenti contro il prossimo (tiranni, assassini), contro se stessi e contro i propri beni (suicidi e scialacquatori) e contro Dio (bestemmiatori), e le sue manifestazioni: natura (sodomiti) e arte (usurai).
Le anime di coloro che hanno usato violenza contro gli altri, versando il loro sangue, sono grandi personaggi del passato, tiranni sanguinari, sovrani, ma ci sono anche signori delle città italiane, contemporanei di Dante.
Essi sono immersi in un fiume di sangue bollente, il Flegetonte, che circonda il girone.
Contrappasso per analogia: in vita hanno versato il sangue degli altri, ora sono immersi in un fiume di sangue bollente, dal quale non possono uscire.
Sulle sponde di questo fiume ci sono gruppi di centauri, mitici esseri metà cavallo e metà uomo (allegoria dell'umanità che domina l'istinto animale o allegoria della violenza, realizzata mediante l'intelligenza).
Questi centauri sono pronti a scagliare frecce contro le anime che tentano di uscire dal sangue.
I dannati sono immersi in base alla gravità delle loro colpe (i tiranni fino agli occhi, gli omicidi fino alla gola, i predoni fino al petto o alla caviglia).
Virgilio chiede al capo dei centauri, Chirone, di permettere a Dante che “non è spirto che per l'aere vada”, di attraversare il fiume, per continuare il viaggio voluto da Dio.
Chirone li affida al centauro Nesso, per cui Dante e Virgilio salgono in groppa al centauro e questi li lascia al di là del fiume in una selva.
Per dare al lettore l'idea di questa selva intricata, Dante la paragona alla boscaglia in cui si rifugiano gli animali selvatici, nella zona della Maremma Toscana tra il paese toscano di Cecina(Li) e il borgo laziale di Corneto.
La selva è piena di alberi nodosi e spettrali, su cui crescono non frutti ma spine piene di “tosco”, cioè di veleno.
Su questi alberi sono appollaiate le Arpie, ripugnanti mostri mitologici, dal corpo di uccello rapace e dal volto di donna, tormentati da fame insaziabile.
(Simbolo della rapina che i suicidi hanno fatto della loro vita o simbolo del rimorso tormentoso che colpisce le loro anime).
Mostri di cui Virgilio nel suo poema, Eneide, aveva raccontato, quando Enea approdato in Sicilia, vide la sua tavola insozzata da queste figure mostruose, una delle quali predisse ai troiani pene e sventure prima di terminare il viaggio.
Dante in questa selva non vede nessuno, però sente gemiti e lamenti e immagina che provengano da anime nascoste tra quegli alberi cespugliosi.
Virgilio gli suggerisce di staccare un ramoscello e appena Dante l'ha fatto, dalla pianta esce del sangue e si ode una voce addolorata che invoca pietà per la sua triste sorte. 
Virgilio si scusa spiegando che era l'unico modo per convincere Dante che delle anime potessero essere trasformate in piante, e lo invita a rivelare il suo nome. 
Si tratta di Pier Della Vigna, cancelliere dell'imperatore Federico II, il quale racconta che al culmine del suo prestigio, i cortigiani invidiosi, lo accusarono di tradimento e lo fecero cadere in disgrazia.
Per la vergogna egli si suicidò.
Mentre Dante e Virgilio, ascoltano il racconto, si odono dei rumori ed essi vedono due anime che corrono, inseguite da cagne nere fameliche.
Sono due scialacquatori, violenti contro i propri beni, (un giovane senese e un giovane padovano, noti per sperpero di denaro e dei propri beni); uno dei quali, nascondendosi in un cespuglio viene comunque raggiunto e sbranato, provocando tante sofferenze alla pianta, in cui è tramutato un altro anonimo suicida (giudice), che si dichiara originario di Firenze e prega i poeti di raccogliere ai piedi del cespuglio i rami rotti.
Non dice Dante chi sia questo suicida, ma incontrare un fiorentino che si impicca in casa, è un chiaro riferimento alla violenza delle fazioni che sconvolgeva la vita civile di Firenze.
Pier Della Vigna era un poeta della scuola siciliana, fondata da Federico II a Palermo, nel ventennio del suo regno (1230-1250). 
Nella corte del re si radunavano tutti i poeti e letterati del centro-sud della penisola per cantare l'amore alla maniera dei trovatori provenzali; cantavano “l'amor cortese”, la donna come un essere irraggiungibile, esaltata per la sua bellezza fisica, la lealtà e la dedizione assoluta del poeta all'amata. 
Molti intellettuali oltre ad essere poeti erano anche funzionari della moderna monarchia del Sud Italia, creata da Federico II.
In particolare Pier Della Vigna (di Capua), era notaio, poi giudice della Magna Curia dell'impero e poi cancelliere e uomo di fiducia, anche personale, del sovrano, un potere senza limiti.
Dopo la sconfitta di Federico nella battaglia di Cremona nel 1248 (la guerra condotta dall'Imperatore contro i comuni italiani del Nord), Pier Della Vigna fu accusato di tradimento, portato in carcere a San Miniato e poi accecato con un ferro rovente.
Si suicidò poi a Pisa, sfracellandosi la testa contro il muro.
Molti cronisti del tempo parlarono di accuse infondate, e lo stesso Dante condivide questa opinione.
Un altro personaggio verso cui Dante prova tanta pietà; egli non parla, se non per dire che non può parlare: si commuove di fronte a un funzionario fedele, che si suicida perché ingiustamente accusato di tradimento.
In quanto uomo onesto egli ha sofferto senza colpa e Dante capisce il suo gesto, ma non lo giustifica.
Questo 13° canto è uno dei più drammatici della Commedia, in esso viene affrontato un tema di grande impatto umano e teologico, il suicidio.
A differenza dei filosofi classici, che arrivavano a legittimare il suicidio a considerarlo una manifestazione di grandezza d'animo (Catone, nel Purgatorio), per la religione cattolica il suicidio è una grande ingiuria nei confronti dell'amore di Dio. 
Ma quello che interessa a Dante non è tanto la condanna del peccatore, ma il tentare di capire come possa un uomo essere ingiusto con se stesso.
Per questo egli si serve di una figura nota per la sua moralità: un innocente, condannato ingiustamente, che con il suo gesto diventa colpevole verso se stesso.
C'è forse qualcosa che Dante sente di avere in comune col poeta, entrambi furono letterati impegnati nella vita civile e politica, vittime dell'invidia dei contemporanei e condannati da coloro a cui avevano dedicato la vita: Federico II per Pier Della Vigna e Firenze per Dante.
Ma Dante non ha ceduto alla tentazione del suicidio, ha preferito la strada dell'esilio. 
La tragica scelta del funzionario siciliano non impedisce a Dante di cantarne la grandezza morale, ma non può perdonare, perché Dio non perdona questo peccato, tant'è che con il Giudizio Universale i suicidi non rientreranno in possesso dei loro corpi ma, unici tra tutti i dannati, riporteranno le loro spoglie nella selva, per appenderle agli alberi. Il corpo rigettato starà per l'eternità davanti agli occhi dell'anima, che ancora lo vorrebbe ma non può.


Nel suo colloquio con Dante, Pier Della Vigna usa un linguaggio prezioso, elaborato, retorico, parla di se', delle cariche avute, dei suoi onori, ci trasporta nella splendida corte di Federico II e poi con tristezza ricorda il rovesciamento della sua fortuna: l'invidia dei cortigiani malevoli, che come una meretrice insinuò sospetti nel cuore di Federico che lo allontanò dalla corte, sconvolgendo il suo animo e portandolo al gesto estremo. Un linguaggio delicato, rispettoso, che Dante fa usare all'anima, quasi un omaggio alla figura di questo letterato, maestro nello stile, che alla fine sembra gioire per aver incontrato Dante, da cui spera di essere riabilitato, ricordando, una volta tornato sulla Terra, la sua fedeltà a Federico.