domenica 14 marzo 2021

UN MISTERO DI NOME PONZIO PILATO - RELAZIONE DI GIANPAOLO ANNESE

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Introduzione di Silvia LADDOMADA 

Abbiamo parlato del governatore della Giudea, Ponzio Pilato, che aveva esattamente funzione di prefetto, con incarichi militari.

 

Questa figura ci ha interessato soprattutto per il ruolo avuto nel processo a Gesù. E' stata per noi un'occasione per guardare in modo diverso quest'uomo, e anche per capire, forse, quanto gli sia costato quel lavarsi le mani, che era un rito ebreo.

 

Voleva dire che preferiva stare fuori da quella storia e forse questo poteva essere per gli Ebrei, un'occasione per riflettere. Se Pilato se ne lavava le mani, forse dovevano pensare che stavano imboccando una strada sbagliata?

 

Per noi é stata un' utile occasione per ampliare le nostre conoscenze.

Abbiamo avuto una visione diversa da quella ufficiale. Una prospettiva, un punto di vista diverso. Un arricchimento culturale, perché la cultura procede sul dubbio: più dubitiamo, più approfondiamo. Più approfondiamo, più l'orizzonte si allarga, perché saliamo come nani sulle spalle dei giganti, che sono il nostro bagaglio culturale.

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GLI INTERROGATIVI  DI GIANPAOLO ANNESE

E’ un incontro tra religione e storia, una riflessione sulla base di libri e documenti pubblicati negli ultimi anni in materia. Un interesse che nasce, chiedo scusa per la parentesi personale, quando da piccolo assistevo alle Passio Christi organizzate dalla parrocchia san francesco e quando in chiesa durante il triduo pasquale c’era il momento della lettura della Passio: mi ha sempre colpito l’attenzione, la sensibilità che i Vangeli mostrano nei confronti di Pilato. I Vangeli sono solitamente molto duri nei confronti dei nemici di Gesù, i farisei vengono chiamati sepolcri imbiancati, i mercanti del tempio scacciati con la frusta, Giuda che finisce impiccato. A Pilato invece viene riservata una cauta prudenza, quasi un rispetto, eppure dovrebbe essere il maggiore responsabile.

Perché?                                        

Si dirà che i Vangeli sono stati scritti da evangelisti che avevano l’obiettivo di attribuire all’intero popolo ebraico la morte di Gesù e quindi scagionare i romani, ma come vedremo potrebbe esserci anche altro. Alcuni interrogativi:

1)Perché Pilato sembra non voler condannare Gesù e poi cede?

2) Davvero un governatore romano ha paura della reazione del popolo?

3) E perché il popolo di Gerusalemme doveva rivoltarsi contro Gesù dopo averlo accolto con le palme solo qualche giorno prima?

4) Pilato fu un complice, un despota, un codardo?

5) Perché Pilato viene ricordato nel Simbolo niceno, nel Credo che si recita in chiesa? “...Fu crocifisso sotto Ponzio Pilato morì e fu sepolto…”

I primi Cristiani volevano tramandare un’informazione che non doveva essere troppo esplicita e nello stesso tempo non si poteva rimuovere?

Fonti storiche

Pilato viene considerato un personaggio marginale dei Vangeli, ma è stato colui che ha detto l’ultima parola sulla morte di Gesù di Nazareth, la cui sorte decide in mezza giornata. Di Pilato abbiamo poche tracce. A parlare di lui tra gli altri sono Flavio Giuseppe, Filone di Alessandria, Tertulliano, Tacito

che definisce il cristianesimo “esecrabile superstizione, orribile e vergognosa”. Fino ad autori contemporanei come lo storico Millar con le sue riflessioni sul processo a Gesù, Aldo Schiavone autore di ‘Ponzio Pilato’ (opera pilota di questa relazione), Mario Brelich con l’Opera del tradimento, Prima dei Vangeli di Erhman, Il Regno di Emmanuele Carrere, lo scrittore russo Mikhail Bulgakov con il suo capolavoro Il Maestro e Margherita, Corrado Augias, Josè Saramago.

 Gerusalemme

Siamo nel mese di Nisan, i calcoli rimandano a un giovedì 6 aprile, manca qualche giorno alla Pasqua ebraica. Pilato è nel suo palazzo, la fortezza costruita da Erode il Grande, che sovrasta l’altipiano. Gerusalemme conta 40mila abitanti. Pilato governatore della Giudea dal 26, andava a prendere il posto di tale Valerio Grato. La Giudea era una regione abbastanza piccola, ma dal profilo religioso molto particolare: si trattava di una società teocratica, con un legame diretto tra Dio e il popolo eletto, solo Dio poteva governare il popolo di Israele. La distinzione fra un predicatore e un fuorilegge quindi era sottile.

Fino a quando vi rimane Pilato

Pilato, probabilmente di origine sannita, vi rimarrà fino al 36, fino a una sanguinosa repressione a Samaria (ne prenderà il posto tale Marcello su indicazione del legato di Siria Vitellio), quindi sei anni dopo la morte di Cristo (sull’anno ci sono dei dubbi). Non sappiamo dove fosse prima, non ci sono tracce. Era solitamente di stanza a Cesarea, ma nelle festività si spostava a Gerusalemme.

Regione occupata dai Romani

Consideriamo che si tratta di Regioni occupate dai Romani, ma l’occupazione non era per nulla accettata come altrove, il popolo d’Israele aveva stretto un patto con Dio e quindi poteva essere governata solo dalla Legge divina non umana. Non ci sono precedenti nel Mediterraneo. Questo determina un clima costantemente insurrezionale con rivolte frequenti.

Giovanni, capitolo 18, vs 1-14

Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno. Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: «E' meglio che un uomo solo muoia per il popolo».

Gesù arrestato

Probabilmente i sommi sacerdoti erano riusciti a convincere le autorità romane che Gesù non era solo un problema di carattere religioso, ma la sua predicazione si era trasformata in sobillazione politica che quindi andava fermata anche per mantenere l’ordine pubblico ed evitare una sanguinosa repressione da parte dei romani. “Conviene che un solo uomo muoia per la salvezza di tutto il popolo”, dice Caifa nel Vangelo di Giovanni.

Sul monte degli Ulivi, nell’orto del Getsemani, va in scena l’arresto vero e proprio. Quando la polizia del Tempio si presenta, una spada, forse quella di Pietro, ferisce una delle guardie, Giovanni dice che si tratta del servo del sommo sacerdote. Gesù lo ferma: “Rimetti la spada nel fodero. Non devo forse io bere il calice che il Padre mi ha dato?”. Gesù è certo e convinto che nulla potrà più fermare il suo destino.


A casa di Caifa

L’arresto viene concluso, Gesù viene portato da Anna, nella casa del sommo sacerdote Caifa. È plausibile che in quella sede, in una sede non ufficiale, si sia pensato di individuare un’accusa da fare a Gesù, non ancora formale, perché erano stati i Romani a chiederlo.

Gv, capitolo 18, vs 28-32

Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest'uomo?». Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire.

Gesù in catene davanti a Pilato

L’unica accusa che poteva reggere al giudizio romano era quello di Lesa maestà, e cioè Gesù con la su predicazione e il suo comportamento intendeva, secondo l’accusa, mettersi a capo di una rivoluzione per guidare la Giudea, contro Roma. Un’accusa che a Roma viene punita secondo le regole della lex Iulia maiestatis: Gesù muore non perché si proclama figlio di Dio. Se avessero seguito questa strada non sarebbe morto perché ai Romani non interessava questa accusa, Gesù muore per lesa maestà, perché si proclama re.

Gv, capitolo 18, vs 33 - 40

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

Sei tu il re dei giudei?”, chiede Pilato. “Dici questo da te o altri te lo hanno detto?”. Ora, solitamente come nei film di polizia, l’interrogante potrebbe infuriarsi e dire: “Qui le domande le faccio io, stai al tuo posto”, e magari farlo anche frustare subito tanto per far capire chi comanda, avrebbe potuto farlo. E invece, incredibilmente, Pilato non affonda il colpo, è incuriosito, quasi, lo diciamo con assoluta prudenza introducendo l’argomento centrale di questa serata, affascinato dalla figura che ha di fronte. L’interrogatorio si trasforma dunque in dialogo. “Sei tu il re dei giudei?”. Gesù risponde: “Il mio Regno non è di questo mondo. Se lo fosse i miei sottoposti si sarebbero battuti per me, ma il mio Regno non è di qui”. Pilato a questo punto si tranquillizza, capisce che Gesù non sta mettendo in discussione l’occupazione romana. Pilato sembra davvero incuriosito da questo mondo, le parti quasi si invertono. Matteo e Marco, fa notare lo storico Schiavone, usano un termine ‘Thaumazein’ che in greco vuol dire stupirsi, ammirare sgomento, soprattutto è stupito dal fatto che si aspettava un esagitato e invece ha di fronte una persona completamente diversa.

Pilato a quel punto convoca i vertici giudei che erano davanti al palazzo e dice “Io non trovo in lui nessuna colpa”. Per uscire dall’impasse Pilato propone uno scambio di prigionieri, propone di liberare Barabba, convinto che le autorità giudaiche non avrebbero mai chiesto la liberazione di un prigioniero così inviso a Roma, una che voleva sovvertire l’ordine costituito, nemico giurato anche del potere locale. Barabba, nota l’autore di ‘Ponzio Pilato’, lo aveva trovato apposta per salvare Gesù e permettere ai sommi sacerdoti di non perdere la faccia. Da come si vede è molto improbabile che ci sia una folla a scegliere, semplicemente Pilato propone di liberare Barabba o Gesù. La folla servirà per includere nella scelta un intero popolo. Ma in Giovanni non si parla di folla, si parla solo genericamente di giudei, che comprendono probabilmente gli uomini del sinedrio e al massimo i loro servi. Parliamo quindi di una scelta avvenuta in una cerchia ristretta, non certo il coinvolgimento dell’intero popolo di Gerusalemme.

MATTEO, 27, vs 24-26

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Pilato si lava le mani?

Pilato chiede per tre volte: “Che cosa ha fatto dunque di male?”. Ed è a questo punto, lo racconta solo Matteo, che Pilato si lava le mani: “Io sono innocente di questo sangue, vedetevela voi”. E la folla risponde “Il suo sangue ricada su noi e i nostri figli”. Passaggio delicato, secondo molti studiosi questo gesto non è mai avvenuto, e tra l’altro è alla base dell’antisemitismo cristiano, perché con questo gesto il popolo giudeo si assume tutta la colpa dell’uccisione di Gesù, popolo deicida (perfidi giudei).

Perché non ci sarebbe mai stato questo gesto? Perché è un gesto che fa parte della tradizione ebraica (vecchio testamento, Deuteronomio, capitolo 21, versetti 1-9), mentre e la formula il suo sangue ricada su di noi…(Libro dell’Esodo, 24 vs 8) ed è difficile che un procuratore romano possa averlo fatto e che tra l’altro per la tradizione biblica si compie dopo l’uccisione della vittima non prima. Il motivo è da ricondurre al tentativo delle comunità proto-cristiane di prendere le distanze definitivamente dalla religione ebraica.

Giovanni – CAPITOLO 19, VS 1- 11

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».

 Pilato allora fa fustigare Gesù, pensando di infliggergli una punizione che possa essere sufficiente per i sommi sacerdoti. Ma loro rispondono: “Crocifiggilo, crocifiggilo, dice di essere il figlio di Dio, per noi deve morire”. Qui il sinedrio chiede quasi un favore ai Romani, voi che rispettate il nostro culto, dovete rispettare anche la nostra regola secondo cui chi bestemmia deve essere messo a morte. 

Si è fatto figlio di Dio, è un’espressione che turba anche Pilato. I vangeli usano un termine greco Mallon Efobethe, che vuol dire spaventatissimo. Un senso di inquietudine, la consapevolezza che stia succedendo qualcosa di grosso afferra Pilato. Rientra nel pretorio. “Di dove sei?” chiede a Gesù. Pilato sa tutto di lui, la provenienza, la sua attività. E’ chiaro che vuole sapere altro: “Da dove vengono i tuoi pensieri? Perché i tuoi nemici ti odiano?”. Cioè Pilato non parla più dei crimini commessi o delle accuse formulate, vuole sapere di Gesù. Gesù non risponde. Il prefetto incalza: “Non mi parli? Non sai che ho il poter di farti rilasciare o di crocifiggerti?”. E Gesù risponde: “Tu non avresti nessun poter se non ti fosse stato conferito dall’alto”. Qui Gesù non sta tanto minimizzando il potere di Pilato, non è una prova di forza, ma sta dicendo chiaramente che tutto quello che sta accadendo in quel momento, anche il potere di Pilato, rientra in un preciso disegno divino, del Padre che Gesù sta scegliendo liberamente di assecondare. E qui torna la frase dell’orto degli Ulivi: “Non dovrei forse bere la coppa che il padre mi ha dato?”, viene ribadita la volontà di andare fino in fondo.

La condanna a morte

Gv, 19, vs 12 -16

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Da quel momento

Giovanni a un certo punto dice: “Da quel momento Pilato cercava di rilasciarlo”. “Se rilasci costui non sei amico di Cesare, crocifiggilo”. Posto che una denuncia delle autorità giudaiche a Roma non avrebbe avuto molti effetti, questo passaggio è strano perché era in realtà un po’ che Pilato cercava di rilasciare Gesù.

E allora qui si aprono due strade a cui ciascuno di noi è libero di credere perché purtroppo non sapremo mai la verità. La prima strada è quella più lineare. E cioè c’è un braccio di ferro in corso tra autorità romana e autorità giudaica, Pilato non vuole cedere ai capricci dei sommi sacerdoti ma neanche inimicarseli del tutto e creare turbamento dell’ordine pubblico. Il braccio di ferro continuerà anche dopo la morte di Gesù, sulla croce verrà scritto Inri, il re dei giudei, ma i sommi sacerdoti contesteranno: “Lui dice di essere il re dei giudei”, e Pilato risponde: “Quello che ho scritto, ho scritto”. Oppure il governatore autorizzò la deposizione dalla croce da subito, mentre i sommi sacerdoti avevano chiesto dopo il Sabato. Un Pilato quindi che gestisce in maniera politico-diplomatica un caso spinoso.

La seconda strada

E poi c’è una seconda strada. Fino ad oggi poco battuta. Eppure altrettanto fondata se si esaminano alla lettera i testi evangelici. Secondo lo storico Schiavone in questo passaggio di Giovanni manca un pezzo, qualcosa di profondo. Qualcosa che è stato volutamente nascosto, ma che ai primi cristiani doveva essere chiaro perché nel testo evangelico non sfuggono alcuni riferimenti.

Gesù non ha mai fatto niente nel corso dei giorni della sua passione per ribaltare l’esito a suo favore, sin dall’arresto e la sua comparsa davanti ai sommi sacerdoti. Bene secondo questa tesi a un certo punto, “da quel momento” dice Giovanni, Pilato collega tutti gli elementi, valutando l’atteggiamento del prigioniero, è attratto da questa personalità. Capisce che Gesù voleva morire. Pilato cioè decide di assecondare il misterioso disegno, decide di accompagnare Gesù verso il suo obiettivo. Schiavone arriva a parlare quasi di un patto tra i due che l’evangelista intuisce, ma non se la sente di esplicitare.

Resta appunto questo alone di non detto intorno alla figura di Pilato. Come se la prima comunità cristiana fosse stata custode di un segreto su Pilato che non si poteva esplicitare, ma nemmeno rimuovere. Su che base, per esempio, uno scrittore autorevolissimo come Tertulliano definisce Pilato ‘Cristiano nel cuore”, pro sua conscientia cristianus? Sapeva qualcosa che noi non sappiamo? Probabilmente, ci aiuta a capire lo storico, si trattava di una figura che si arrende alla profezia di Gesù su sé stesso, l’inevitabilità della morte del prigioniero. Come il centurione davanti alla croce. Parlare di conversione è esagerato, si può dire però che Pilato possa essere stato toccato da Pilato. La chiesa etiope ortodossa sostiene che Pilato si convertì al Cristianesimo e morì da Martire, ne celebra la ricorrenza il 25 giugno. Bulgakov lo immagina su un raggio di luna che dopo la sua morte passeggia al fianco di Gesù.

Questa riflessione da parte degli evangelisti non poteva essere fatta per due ragioni:

  1. Avrebbe compromesso il discorso molto importante in quel momento di individuare i responsabili della morte di Gesù: vale a dire i vertici del potere giudaico, addirittura l’intero popolo giudaico.

  2. Perché avrebbe potuto rompere, fa notare Schiavone, quel delicato equilibrio tra libero arbitrio e predestinazione: Gesù aveva deciso una morte in piena libertà, Pilato aveva deciso di condannare Gesù in piena libertà, non c’era un copione prestabilito, un disegno ineluttabile. L’uomo non è una marionetta in mano a a Dio. Non ci dovevano essere ambiguità su questo. “Per non sminuire la portata di un evento senza precedenti: cioè la morte del figlio di Dio fattosi uomo per salvare l’umanità”.

Quella traccia è rimasta per esempio nella riformulazione costantinopolitana del Simbolo niceno nel IV secolo: “Credo in un solo Dio padre onnipotente, creatore del cielo e della terra di tutte le cose visibili e invisibili”. Fu aggiunto “fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato”. Un modo per collocare storicamente l’evento della crocifissione? Sarebbe stato sufficiente citare a quel punto l’imperatore Tiberio. E invece si stabilisce Pilato. “Perché - e concludo con le parole di Aldo Schiavone - in quella scelta c’era l’eco, ormai lontana, di un ricordo, di un conto da chiudere, di una verità da non perdere del tutto. Quei nomi – Gesù e Ponzio Pilato – dovevano stare insieme come in quella mattina in cui si consumò l’indicibile. Per sempre”.







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