domenica 26 gennaio 2020

LA CRISI IN LIBIA - Incontro del 14 gen. 2020

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Argomento di attualità oltre che di geopolitica, trattato dal dott. Tommaso Chisena.




Alla Libia sono interessati diversi Stati del pianeta, legati da strategie spesso ambigue. Una guerra civile che accende il Mediterraneo con ripercussioni all'esterno. La Libia fu conquistata dall'Italia nel 1911, era divisa in Tripolitania e Cirenaica. Nel 1932, con Italo Balbo, la Libia divenne una colonia italiana che offriva una opportunità agli italiani disoccupati di trovare lavoro, senza dover emigrare in America. I cittadini italiani libici furono occupati nella costruzione di ponti, strade, ferrovie. Nel 1947 l'Italia dovette rinunciare alle sue colonie. Nel 1969 il colpo di stato di Gheddafi costrinse gli italiani, ormai cittadini libici, a tornare in Italia, lasciando tutto. Nel 2011, a marzo, è scoppiata una guerra civile. "La primavera araba", ha sconvolto gli equilibri in nord Africa; sono insorte le tribù ostili a Gheddafi. Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha legittimato l’intervento militare da parte dell’America e di alcuni Stati europei (Francia, Italia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Spagna, Norvegia). 

L’intervento della coalizione internazionale ha fatto crollare il regime: Gheddafi venne ucciso il 20 ottobre del 2011. Il paese é tornato nel caos e si é diviso in tribù contrapposte. Nel 2015 l’ONU ha nominato un governo di unità nazionale con sede a Tripoli, ma ad Est è nato un governo contrapposto. Oggi la Libia è quindi tornata divisa in Tripolitania, con capitale Tripoli e governata da Fayez Al Serraj, governo sunnita riconosciuto dall’Onu, con un Parlamento autoeletto; e la Cirenaica, con capitale Tobruk, con a capo il generale della forze armate Khalifa Haftrar, sciita, con un parlamento eletto. Governo appoggiato da Egitto, Emirati Arabi, Russia e Francia. Nel conflitto tra i due governi si è inserita la Turchia, il capo di governo Erdogan ha inviato i suoi militari a sostegno del governo legittimo di Serraj, col quale ha firmato un trattato sull'uso del Mediterraneo per un oleodotto diretto in Turchia. Interesse principale è quindi il controllo dei pozzi petroliferi, molti dei quali gestiti dall’Eni, dalla Total francese, dagli americani e dalla Spagna. Per un sicuro controllo del territorio Putin, che sostiene Haftar, ha incontrato a Istanbul il premier turco Erdogan, che sostiene Serraj, per ottenere il “cessate il fuoco”. 

In realtà Mosca e Ankara, stanno allargando il loro controllo sul paese nord africano con una politica che è frutto di competizione tra loro, per lo sfruttamento dei grandi giacimenti, ma anche di cooperazione. Turchia e Russia i veri protagonisti. La Turchia sta rientrando in Libia (ex territorio ottomano), da dove gli italiani l’avevano cacciata nel 1911, per farne una propria colonia. Oggi il popolo libico è ostaggio di una guerra civile che dura dal 2014, con continui colpi di scena. Dopo Gheddafi, si pensava di riconquistare la libertà, invece i libici oggi sono prigionieri del caos: tante milizie, gruppi terroristici provenienti da Sud, interessi in conflitto. E’ una guerra civile in cui i protagonisti cambiano le alleanze, mentre le influenze straniere si moltiplicano e si combattono. L’Italia non può rimanere a guardare e a parlare di Libia solo in chiave migratoria, deve avere una visione strategica; per la sua posizione geografica è indispensabile un suo intervento, anche perché l’Italia in Libia ha importanti interessi petroliferi, come gli impianti Eni e una conoscenza unica della popolazione e dell’ambiente. E’ un crocevia di rilievo; lo dimostrano le visite a Roma sia di Haftar che di Serraj.

Conquista della Libia, settembre 1911
Italiani espulsi dalla Libia, 1969-1970


Occorre anche stimolare un intervento europeo e richiamare la Francia, che appoggia Haftar, a non perseguire i suoi interessi fuori dal quadro europeo. Si attendono gli esiti dell'incontro di tutte le forze interessate, a Berlino. Un altro aspetto di questa crisi riguarda la divisione religiosa islamica tra sunniti e sciiti. In pratica, Al Serraj é sunnita, mentre Haftar é sciita. Nel mondo mussulmano l'80% é sunnita. Il fronte sunnita é guidato dall'Arabia saudita, custode dei luoghi santi dell'Islam. l'Iran guida il fronte sciita, 15% del mondo islamico. Il filo conduttore del conflitto tra le due fazioni dell'Islam é l'influenza nel Medio Oriente, ricco di petrolio, e nelle regioni circostanti. La crescente politicizzazione dell'Islam e il crescente numero dei fondamentalisti, nelle due fazioni, ha intensificato le tensioni, ha scatenato guerre civili e violenze terroristiche. 

Sono proprio i gruppi fondamentalisti che promuovono il terrorismo, presente nell'uno e nell'altro gruppo. (Gli sciiti jihadisti sono terroristi islamici il cui unico intento è conquistare il potere negli stati arabi per dominarli o porli sotto il controllo dell'Iran). Occorre trovare una soluzione pacifica, per evitare l'arrivo di cellule di jihadisti nella nostra Penisola e per difendere gli interessi energetici. Lo scontro dottrinale tra sciiti e sunniti risale alla morte di Maometto, allorché si doveva eleggere il successore del profeta, quale capo religioso e politico. I sunniti sostenevano che il nuovo leader dovesse essere eletto tra gli uomini più autorevoli della comunità e più vicino al profeta. Quindi fu eletto Abu Bakr, amico e consigliere di Maometto, nonché suocero, che divenne il primo califfo della nazione islamica. I mussulmani sciiti scelsero il cugino di Maometto, Alì, come discendente diretto. Entrambi i gruppi concordano sul fatto che Allah sia l'unico dio e Maometto il suo profeta. 

Osservano i cinque pilastri dell'islam, tra cui il ramadan il mese del digiuno, e condividono il libro sacro, il Corano. I sunniti, però, basano la loro pratica religiosa sugli atti del profeta e sui suoi insegnamenti (la sunna), gli sciiti vedono nei loro leader religiosi, gli ayatollah, un riflesso di Dio sulla terra. Quindi, sunniti, perchè seguono la Sunna; sciiti perché "shiaat Alì", partigiani di Alì. Arabia saudita e Iran sono quindi nemici storici. Una divisione che ha portato a continue tensioni nei secoli tra le due correnti religiose, con ripercussioni politiche, poiché alle loro spalle ci sono, rispettivamente, il blocco degli stati occidentali e il blocco degli stati orientali. Obiettivo comune, da combattere, é l'ISIS, ( stato islamico dell'Iraq e della Siria), un gruppo di terroristi islamici (di fede sunnita) che in maniera autonoma ha proclamato la nascita di un califfo in quei territori passati sotto il suo controllo. Una volta abbattuto l'ISIS, per mano di eserciti e milizie a maggioranza sciita, potrebbe scoppiare un conflitto tra sciiti e sunniti nel Medio Oriente, in cui verrebbero coinvolte le maggiori potenze mondiali, che nell'area hanno strategici interessi economici.
                                                                    Silvia Laddomada

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