mercoledì 8 novembre 2017

ANNA FRANK di Silvia Laddomada

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Anna Frank

L'incontro ha avuto inizio con la proiezione del film "MI RICORDO ANNA FRANK" con Emilio Solfrizzi.
Regia di Alberto Negrin





L’occasione per parlare di questa ragazzina tedesca, di origine ebraica è stata offerta da un gesto discutibile dei tifosi della Lazio, che hanno tappezzato nello stadio Olimpico, la curva avversaria con delle foto di Anna Frank che indossava la maglia giallo rossa della Roma, più alcune scritte antisemitiche dove la parola “ebreo” viene usata come insulto.
Il presidente della Lazio è andato a deporre davanti alla sinagoga romana una corona di fiori bianchi e celesti, che sono i colori della sua squadra. Però si è lasciato sfuggire una battuta infelice nell’aereo per Roma. “Famo ‘sta sceneggiata”. Forse per questo la corona è finita nel Tevere.
Anna era nata nel 1929 a Francoforte sul Meno, da un’agiata famiglia di ebrei, il padre era banchiere. Nel 1933 Hitler emanò le leggi razziali, che predicavano l’odio per gli ebrei. Ma perché? L’antisemitismo si basa sulla presunta distinzione dell’umanità in razze. Ai due estremi della scala i razzisti pongono “gli ariani” e all’ultimo gradino “ i semiti “, gli ebrei. Secondo alcune teorie gli ariani provenivano dal Nord Europa: capelli biondi, pelle chiara, occhi chiari. Per gli ariani gli ebrei erano portatori di controvalori, rappresentavano lo spirito del commercio, della speculazione, tipici di un popolo senza patria, senza una fissa dimora, con un solo obiettivo: rubare al resto dell’umanità; l’ebreo era un cancro da estirpare dal corpo sano dell’umanità; era l’anello intermedio tra l’uomo civilizzato, ariano, e la scimmia.

Dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali, la famiglia di Anna emigrò in Olanda e si stabilì ad Amsterdam, dove il padre Otto Frank fondò una piccola ditta commerciale.      Nel 1940 i tedeschi invasero l’Olanda e misero in atto le discriminazioni razziali. Anna e la sorella Margot ( nata nel 1926 ) lasciarono la scuola Montessori e furono trasferite in un liceo ebraico. Nel 1942 la situazione degli ebrei in Olanda era peggiorata, per cui il padre decise di trovare un nascondiglio per la famiglia.
Così il 6 luglio la famiglia Frank ( 4 persone ), insieme alla coppia Van Dean e il figlio Peter e il dentista Dussel, si chiusero in un alloggio segreto, nella casa dove Otto Frank aveva l’Ufficio, abbandonati a se stessi, alla noia, alla paura, visitati solo dai fedeli amici, che conoscevano il segreto dello scaffale scorrevole. Erano tutti ebrei benestanti, a cui la storia aveva insegnato ad adattarsi alla miseria e al pericolo. Anna è una bambina, 14 anni, la sola che cerca di guardare oltre, che cerca nella propria storia un significato universale. Una strana famiglia di 8 persone, che devono convivere, per 743 giorni senza mai vedere la luce, mentre a pochi passi infuriava l’odio nazista.
 
Purtroppo ci fu una segnalazione: il 4 aprile 1944 un tedesco e quattro olandesi della polizia nazista irruppero nell’alloggio segreto, i rifugiati furono arrestati, l’alloggio saccheggiato dalla Gestapo. Il gruppo fu avviato a Westerbork, il più grande campo di concentramento tedesco in Olanda. Il 2 settembre 1944 i Frank furono condotti ad Auschwitz, dove il padre fu separato dalle figlie e dalla moglie, che morì subito per stenti. Il 30 ottobre 1944, Anna, la sorella Margot e altre giovani donne furono inviate a Bergen Belsen. A gennaio 1945 le due sorelle si ammalarono di tifo, a marzo Anna morì, pochi giorni dopo la morte della sorella. Furono sepolte in una fossa comune, 3 settimane prima che le truppe inglesi liberassero Bergen Belsen. Tutti gli abitanti del nascondiglio segreto morirono, sopravvisse solo il padre, Otto Frank. In un mucchio di vecchi libri , riviste e giornali rimasti a terra, le amiche di Anna, Elli e Miap trovarono il diario. A guerra finita lo consegnarono al padre di Anna, che nel 1947 lo pubblicò ad Amsterdam.
Il diario è un documento fondamentale nella letteratura dell’Olocausto. Anna racconta ad una ipotetica amica Kitty le sue emozioni, i timori, i sogni e le speranze di una ragazzina che deve affrontare la crudeltà di un’esistenza sotto minaccia. Anna affida al suo diario il racconto dei fatti quotidiani, le relazioni spesso turbolenti con la sua famiglia e con coloro che condivisero il rifugio segreto, racconta i suoi turbamenti, i sentimenti d’amore, tipici di un’adolescente, il suo idillio con Peter. Nel diario Anna riflette, come in uno specchio, la vita di quella comunità segregata, indifesa, pietosa, che ce li fa sentire vicini anche oltre le pagine del diario. Pochi giorni prima di essere scoperti, Anna scriveva: “ E’ un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si svolgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui saranno forse ancora attuabili” (15 luglio 1944).

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