venerdì 3 aprile 2020

Il nostro contributo alla lotta al coronavirus

Print Friendly and PDF

Intervento del dott. Aldo Capozza, specialista in Chirurgia generale

Il mio contributo a questa emergenza sanitaria che tutto il nostro paese sta vivendo.

Ci sono molti specialisti capaci di darci le notizie precise che tutti desideriamo. Questa sera vorrei dare il mio contributo a questa emergenza sanitaria che tutto il nostro paese sta vivendo.
dobbiamo capire tutti che ci sono delle norme a cui dobbiamo scrupolosamente attenerci. Regole che ci aiutano a superare questo momento
A cosa serve stare in casa.
Immaginate un capitano che ha un plotone di soldati che devono salvaguardare una fortezza, ma sono privi di armi e sono attaccati da un nemico crudele. Il capitano dice "nascondiamoci, perchè dobbiamo impedire che questo nemico possa attaccarci e così raggiungiamo due vantaggi importanti: il primo é che il nemico, non vedendoci, si stanchi di stare a guardare e se ne va; il secondo é che il buon capitano ha chiamato i soccorsi e sta aspettando altri soldati che sono con armi pronte a fronteggiare il nemico.
Questo non é vigliaccheria, ma strategia militare.
Questo noi facciamo, l'unica arma che noi abbiamo é toglierci di mezzo, nasconderci, perchè il nemico é talmente vigliacco che usa il nostro corpo, le nostre gambe per spostarsi.
E' difficile, capisco che é pesante. Molti amici e pazienti mi dicono che Tizio o Caio in tv ha detto che non ha difficoltà, Giustamente, con una casa di 300-400 metri quadri, è più facile adattarsi, ma non per chi ha un appartamento di 70 metri, nel quale deve convivere con moglie, figli, suocera.
Io non amo molto questi messaggi dei personaggi del mondo dello spettacolo, preferisco il messaggio di un comune mortale come me. Io vivo in una casa media con mia moglie e le mie due figlie e un gatto.
Non abbandonate gli animali, perché essi non portano infezioni; é peccato abbandonarli ma teneteli in casa. Io stesso che mi sposto per lavoro, ho raccolto per strada un gatto abbandonato che si é avvicinato appena mi ha visto. L'ho portato nella mia campagna, affidandolo ad una famiglia che ci abita.
E' importante stare in casa, dedicarsi a qualcosa, e capisco, sembra che stiamo agli arresti domiciliari, ma non é così. Stiamo prendendo energia, stiamo guadagnando tempo, per attaccare questo nemico, per riprenderci la nostra vita.
Lasciamo perdere quelli che dicono "siamo partiti tardi". Queste cose le potremo dire quando avremo vinto questa dura guerra, poi vedremo cosa fare, per affrontare il domani.
Oggi, lasciamo perdere, abbiamo capito che questa é la strada giusta.
Le ultime notizie arrivate pochi minuti fa, da tre giorni la salita é rallentata, certo ci sono dei morti, ma é il prezzo che stiamo pagando in questa guerra.
E' aumentato il numero di persone guarite. Lo so é una sconfitta per i medici, ci addolora sapere che tanti sono morti. Ma io non smetterò mai di ringraziare tanti medici, infermieri che stanno combattendo in prima linea. Io non voglio dimenticare tutto il resto, persone che lavorano in altri settori, che portano avanti insieme la situazione, come l'elettricista, il tecnico, l'esercito; persone che aiutano questi medici.
C'é questa infezione che sta sterminando un'intera popolazione ma non dimentichiamo, però non dimentichiamo che ci sono altre patologie. Come chirurgo, io continuo ad operare. Non possiamo abbandonare persone che hanno neoplasie, stringiamo i denti e si continua a lavorare, non come prima, ci siamo spostati in un'altra struttura.
Altro problema che riguarda lo stare a casa. rispettare le norme igieniche. C'è gente qualificata deve dirlo, non la gente dello spettacolo. Non é corretto. Lavarsi le mani é importante, non necessariamente con alcool a varechina, basta un buon sapone. La frutta é da sciacquare. Nel mercato viene toccata, ora per fortuna non più. Per precauzione occorre lavare la frutta e poi lavarsi le mani. Lasciare le scarpe fuori casa, perchè sul pavimento i bambini giocano e mettono in bocca quello che cade. Munirsi di pantofole,o andare scalzi, ne guadagna la postura.
No footing dieci volte al giorno, ma per il cane, la passeggiata 3 volte al giorno é sufficiente.
Invece si esce 5 volte per due ore alla volta. Ho litigato con due signori, che con i cani chiacchieravano per ore.
Sono importanti le attività sportive, ma di punto in bianco tutti sono diventati sportivi. Ai supermercati, file enormi, la gente esce con sacchi di farina, borsoni con pasta, siamo più prudenti, evitiamo i contatti.
Io sto in casa, si dice, e poi si va a casa dei condomini, si deve stare con la propria famiglia. Stare in ambienti stretti può anche permettere di conoscersi meglio, magari si litiga, ma ricordiamo che ci stiamo giocando la vita, questo é importante.
Non mi interessa se personalmente ho appeso al chiodo la bicicletta, non vado in campagna, sto salvando la mia vita e quella della mia famiglia. Non condivido il discorso di chi dice che avendo 90 anni non gli interessa più di morire. Sta sbagliando, della sua vita é padrone lui, ma potrebbe contagiare gli altri, se continua a circolare liberamente.
Far capire a tutti che, rimanendo a casa, potranno dire domani, di aver aiutato quei medici che lontano da noi, stanno lottando per salvare altre vite.
Abbiamo sentito che molti medici sono stati aggrediti, qualche mese fa, in ospedali, in pronto soccorso, da persone incoscienti.
Alla luce di quello che succede oggi, se i medici non ci fossero, cosa sarebbe successo?
Allora i medici sono importanti!
Si dice che un medico ha sbagliato, diceva il mio maestro che chi non sbaglia é chi non fa niente. Purtroppo un errore ci può essere, bisogna avere la capacità di riparare l'errore che si fa, i medici sono umani e possono sbagliare.
Perciò prima di scaraventarsi contro i medici, pensateci; adesso perchè non lo fate?
Chiedete "aiutateci" a quelli che sono stati malmenati. Si sta lottando. Abbiamo visto le forme delle mascherine sul viso degli operatori sanitari. Anch'io la porto nei miei interventi, ma dopo 5-6 ore la tolgo, i pochi segni lasciati scompaiono.
Quelli manterranno quei segni per parecchio tempo. E' importante capire che dobbiamo stare in casa, perché aiutiamo quel medico.
Nel mio piccolo ci sono anch'io. Quando un paziente muore, per un medico é un fallimento.
Nella mia opera di chirurgo, ho visto con altri colleghi, tante patologie, ma non abbiamo mai avuto paura, perché avevano le armi per poter cambiare e guarire quel paziente.
Ora non abbiamo le armi, l'unica arma é quella che chiediamo a tutti: rimanete a casa, seguendo queste piccole norme.
Certo stiamo male, però siamo vivi. Consolatevi, sapendo che c'é un inizio ma c'é anche una fine.
Un grandissimo medico di malattie infettive ha detto poco fa una cosa intelligente, ci sarà la fine e arriveremo alla fine, non so quanti di noi arriveranno.
Facciamo in modo che tutti noi dobbiamo arrivarci, stiamo sentendo tutti che stiamo raggiungendo traguardi con farmaci, con vaccini. Ma non illudiamoci.
Vi chiedo di seguire trasmissioni di carattere scientifico; la gente di spettacolo faccia spettacolo, lasciamo che siano gli esperti a dare notizie.
Noi del nord, loro del sud, come dicono persone dello spettacolo. Cambiate canale; almeno si giustificassero o chiedessero scusa. Siamo italiani, dobbiamo lottare. Oggi hanno bisogno le regioni del nord, domani potrebbero avere bisogno quelle del sud.
Lasciamo perdere, andiamo avanti. Siamo orgogliosi di essere meridionali, nel mio piccolo sono meridionale, faccio il mio lavoro, non mi interessa. Le competizioni e le distinzioni lasciamole ai
campi di calcetto. Diamoci tutti un aiuto.
Anche il Vaticano dia un aiuto concreto, lasciamo perdere se il Governo fa bene o male, se il Parlamento si riunisce o meno. Non ci interessa.
Stiamo ottenendo qualcosa? Continuiamo su questa strada. Domani, fra un giorno, fra un mese saremo ben felici, servirà a farci capire i medici. Io lavoro con tutti voi, sono un chirurgo come medico, ho imposto a tutti di stare a casa, si deve sconfiggere quel nemico. Basta con o trucchi o trucchetti, fare la spesa, portare il cane, fare quello e poi questo. Non é dignitoso che un vigile, un poliziotto debba dirci di stare a casa, siamo adulti e lo dobbiamo capire da soli, non sono loro a doverci fare la morale, non siamo bimbi, abbiamo la nostra dignità, finora siamo stati liberi, ora dobbiamo riprendercela la nostra libertà.
I nostri padri hanno fatto la guerra, noi siamo in guerra, dobbiamo vincerla non piangendo o rimpiangendo, vedremo dopo cosa non ha funzionato. Non é rabbia, voglio solo dire che, come un giardiniere vede la pianta che sta male e sta male anche lui, anche i medici stanno male quando gli si chiede aiuto. Si stanno facendo sperimentazioni, ci vuole tempo. I vaccini, i farmaci, la gente ora chiede. Quando mai ci siamo interessati di come va la ricerca? Ora ci preoccupiamo? Oggi i i medici stanno facendo miracoli per darci un farmaco.
Purtroppo ci sono i passaggi da fare, bisogna essere sicuri che alcuni farmaci possono farci guarire dal virus, ma potrebbero comportare effetti collaterali e altro. Bisogna essere sicuri dell'effetto reale. E' difficile arrivare a conclusione, dobbiamo solo alleggerire il lavoro di chi vuole farci uscire dalla gabbia.
Invece di andare a fare la visita al vicino, usiamo i messaggi telefonici, si chiacchiera anche così.
Prima o poi torneremo alle nostre attività, vi prego non fate i furbi.
Rilassatevi cercando vecchi film, non guardiamo sempre i dati, seguiamo qualche trasmissione scientifica, basta un solo telegiornale, é inutile seguire su tutti i canali.
La Chiesa si deve interessare di chi sta male, ammiro i cappuccini che al cimitero assistono quelle famiglie che non possono salutare i cari che sono morti. Non dobbiamo più vedere carri militari pieni di bare. Restiamo a casa.

mercoledì 18 marzo 2020

LA GINESTRA di Giacomo Leopardi-17 marzo 2020

Print Friendly and PDF




RELAZIONE DI SILVIA LADDOMADA

Buonasera amici,

innanzitutto un grazie a tutti voi per gli auguri rivolti a me in occasione del mio 70° compleanno e a Mariangela, che festeggia anche lei il compleanno oggi.

Ma sopratutto vi ringrazio per la gentilezza, generosità e affetto mostrati tramite messaggi, grazie. Festeggeremo tutti insieme appena possibile. Voglio anche ricordare che oggi in Italia si festeggia la nascita dello Stato Italiano nella forma del regno d'Italia. Infatti il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia. Come ha ricordato il capo di governo Giuseppe Conte, l'anniversario cade nel mezzo di una delle emergenze sanitarie più gravi tra quelle che la nostra amata Italia abbia conosciuto. Un momento delicato, in cui stiamo affrontando una prova difficilissima. Dal 1861 il nostro Pese ha affrontato mille difficoltà, ma "gli italiani, con orgoglio e determinazione, hanno saputo rialzarsi e ripartire. A testa alta". Questo senso di comunità nazionale può aiutare a rafforzarci, a trovare risorse utili ad andare avanti. In questi giorni sui balconi di tutta Italia sono state esposte bandiere tricolori, cartelloni con il disegno dell'arcobaleno, con la scritta:

"TUTTO ANDRA' BENE", "CE LA FAREMO". 

Alle 12 e alle 18,00 gli Italiani hanno fissato degli appuntamenti, uscire sui balconi, affacciarsi dalle finestre, salire sul terrazzo, per cantare, suonare, accendere le luci. Sui social tanti video, immagini, che evidenziano la fantasia e la creatività di questa brava gente, che vive in Italia. "Sventoliamo orgogliosi il nostro tricolore - puntualizza Conte - Intoniamo fieri il nostro inno nazionale. Uniti, responsabili, coraggiosi". Un patriottismo da balcone? Può darsi. Ma é il segno di un Paese che resiste. Molte piazze, molti monumenti ed edifici si tingono con i nostri colori, in segno di solidarietà, anche a Sarajevo, a Betlemme, a Gerusalemme.... Attraverso i social ci scambiamo video, foto. Combattiamo così il senso di isolamento. Un applauso a tutti, a chi non ce l'ha fatta; a chi si prodiga nell'assistenza; a noi, per darci coraggio e per dire "ce la faremo". Siamo diventati simili ai bambini emotivi, a cui lo Stato, le autorità sanitarie, gli esperti, devono intervenire per riprenderci e per ribadire fino alla noia i doveri da osservare, per invitarci a non essere irresponsabili. Una psicosi collettiva. E' tempo di angoscia, davanti a noi l'ignoto, qualcosa che ci mette alla prova, che indebolisce le nostre certezze. Molti sono presi da attacchi di panico, da paure irrazionali e incontrollabili. Puntiamo il dito sul probabile untore, all'inizio tutti alla ricerca ossessionata del paziente zero, un mistero ancora irrisolto. Diffidenti dei cinesi noi, diffidenti di noi l'Europa e poi il mondo intero. L'Italia é chiusa in casa, gli italiani devono reinventarsi lo stile di vita, possono riscoprire se stessi, riflettere, emozionarsi. In questo tempo lungo, tanti uomini e donne, travolti dalla frenetica vita di questo mondo globalizzato, ritengono che non sia sbagliato riprendere il dialogo con Dio. Non bisogna vergognarsi di pregare, di affidarci a Dio e di farci consolare da Lui. Di fronte a questo virus, a questa calamità, sentiamo il bisogno di una social catena, per affrontare con dignità madre Natura che, come dice Leopardi, é madre dei mortali perché li ha generati, ma é matrigna, per il suo atteggiamento verso di loro. Di fronte alla forza della natura, l'uomo scopre la sua fragilità. La carestia, la guerra, la peste, come dice Manzoni, hanno sempre angosciato l'uomo nel corso della storia, e a nulla serve sentirsi il dominatore del mondo.
E passiamo ora a parlare di questa lirica leopardiana: La ginestra. 

Il poeta volle che nella pubblicazione dei suoi Canti, dei suoi Idilli, fosse messa per ultima, perchè la considerava il suo testamento morale e poetico. Era un invito all'umiltà, di fronte alla potenza della Natura, l'uomo é niente, può consolarsi formando con gli altri una "social catena", appunto, impegnandosi, come collettività, per una convivenza più umana. Può cantare dai balconi, stringersi la mano in modo virtuale e resistere, come un novello Prometeo. La lirica fu composta a Torre del Greco, vicino Napoli, nel 1836 e pubblicata postuma nel 1845 dall'amico Antonio Ranieri. Leopardi risiede in una villa, ai piedi del Vesuvio: di fronte a lui la visione del desolato paesaggio, che porta ancora i segni della potenza distruttiva della natura; l'eruzione vulcanica ha distrutto città, ha destabilizzato comunità, ha sconvolto la gente. In questo desolante paesaggio, in cui anche le pietre testimoniano il potere di una natura ostile e indifferente alla sofferenza umana, il poeta ammira la ginestra. "Tu adorata ginestra, tu lenta (flessibile) ginestra, su queste desolate pendici del Vesuvio, tu profumata ginestra, fai fiorire i tuoi cespugli solitari. Una grande rovina avvolge ogni cosa, ma tu fior gentile, impietosita per le sciagure altrui, mandi al colle il tuo profumo dolcissimo, che consola questo deserto". 

La ginestra, simbolo di una pacata resistenza all'ostilità della natura, un modello etico positivo per tutti gli uomini. La ginestra, umile fiore che germoglia con tenacia alle pendici del Vesuvio, il fiore gentile che con il suo dolce profumo consola il deserto, diventa il simbolo di quell'eroica tenacia che l'uomo deve possedere nel deserto dell'esistenza; diventa il simbolo della pietà per le sventure altrui (giovani e vecchio aggiungiamo noi), diventa il simbolo di quell'atteggiamento dignitoso e umile verso il destino. Leopardi chiama "folle" colui che si abbandona a una cieca fiducia nella felicità dell'uomo. L'uomo folle abituato a credersi il fine e il centro dell'universo, fiducioso nelle "magnifiche sorti e progressive", non sa che c'é una sproporzione tra l'immensità del cosmo e la piccolezza del genere umano, esposta agli attacchi di una natura onnipotente, ostile ed eterna. Quest'uomo orgoglioso che promette agli altri eccelsi destini, straordinarie felicità... che non solo questa terra, ma anche l'universo ignora. Promette, spera, ma forse non sa che un maremoto "mar commosso", un terremoto, "sotteraneo crollo", o un'epidemia "fiato d'aura maligno" posso distruggerlo in modo tale che di lui resta a gran fatica solo la memoria.




















Contro l'uomo folle, Leopardi elogia l'uomo che accetta con dignità la propria condizione di sofferenza. Un animo nobile, dice il poeta, deve vivere "in umana compagnia", in una ordinata società, deve stare stretto in un'alleanza comune con gli altri, deve abbracciare tutti con amore sincero, porgendo aiuto e aspettandosi un aiuto, vigoroso e tempestivo nelle difficoltà (nelle angosce, dice il poeta). Dall'umile ginestra giunge quindi un messaggio anche all'uomo di oggi, vittima del corona virus. L'uomo costretto a fermarsi, deve accettare con dignità e umiltà di riflettere sulla sua fragilità. Una lirica che non propone dolci illusioni, ma un conforto affettuoso e severo di fronte al male. Come un piccolo frutto cadendo da un albero schiaccia e distrugge in un istante un formicaio, così l'eruzione vulcanica, un'oscura valanga di cenere e lapilli e sabbia rovente, sconvolse e distrusse le città bagnate dal mare sulla costa campana. Un giorno anche la ginestra si piegherà davanti alla furia devastatrice del "sotterraneo foco" (la lava), ma apparirà più saggia e meno folle dell'uomo, in quanto, quasi come creatura vivente, non ha ritenuto che i suoi figli siano stati resi immortali dal fato o per loro merito. La ginestra morirà con dignità, più umile rispetto all'uomo, che rivendica una posizione privilegiata nel cosmo e si crede padrone del mondo. E quando tutto finirà, , noi, che abbiamo ridimensionato la nostra potenza, che abbiamo riacquistato la libertà, potremo ripetere con Leopardi: " Sulla distesa desolata, vedo nel blu intenso del cielo, fiammeggiare dall'alto le stelle, alle quali in lontananza il mare fa da specchio, e vedo il mondo brillare tutto intorno di stelle scintillanti nel firmamento limpido." 

















 




PER IL LORO
COMPLEANNO,

AUGURI A SILVIA E 

ALLA PRESIDENTE
DELL'ASSOCIAZIONE MINERVA 

MARIANGELA LIUZZI





                                                                                   
                                                    OPERA D'ARTE IN LEGNO DI ADAMO DI PALMA

LA DIRETTA SU FB "MINERVA CRISPIANO"








venerdì 13 marzo 2020

Anno bisesto...anno funesto - in collegamento on line con Silvia Laddomada

Print Friendly and PDF










Andrà tutto bene, Enza con un arcobaleno, Maria Vita con un cuore italiano abbracciato da due bimbi, Ninetta con una scritta sulla sabbia. La nostra parola d'ordine in questi giorni. Fa sorridere sempre con il suo umorismo Angelo "la panda é mia!". Riaccoppiare le calze spaiate come dice Maria Vita, può essere una delle cose da fare. La verità é che in questo periodo la priorità é fermare con ogni mezzo la diffusione del virus. 
Seguiamo tutti i consigli che ci vengono dati. Come ci dicono, più sacrifici facciamo ora, prima ci liberiamo. Almeno lo speriamo... Ma una cosa forse abbiamo capito: la pandemia, cioè l'epidemia diffusa in tutto il mondo, ha dato a tutti la percezione che apparteniamo a un'unica specie, la specie umana, al di là dei colori della pelle. Siamo un'unica tribù impiantata sulla terra. Le tante ordinanze ci costringono a cambiare stile di vita, a fare l'esperienza della distanza, della solitudine, dello stare in casa. Teniamoci in contatto con i social allora, e a casa inventiamoci un hobby, valorizziamo il calore della famiglia, stacchiamo la spina dalla vita frenetica che fino a qualche mese fa ci stressava. Noi di Minerva in teoria siamo più di 80 persone, molti sono simpatizzanti, silenziosi e assenti. Per continuare a sentirci, proviamo a comunicare attraverso facebook, tutti potranno farlo. Penso che, anno bisesto, anno funesto, non sia solo un proverbio che già i nostri nonni citavano, ma ha delle mezze verità. Intanto l'anno 2020. Ho letto qualcosa sul quotidiano "Il Messaggero" e voglio condividerla con voi; una curiosità linguistica, ma anche matematica ed enigmistica. Il 2 febbraio di quest'anno é stato uno dei rari casi in cui i numeri che compongono la data hanno lo stesso significato anche letto al contrario. Infatti se scriviamo 02-02-2020 (2 febbraio 2020), e leggiamo al contrario, abbiamo lo stesso significato. E' stata una data palindroma, un termine greco che significa che una sequenza di caratteri letta al contrario rimane invariata. Un semplice esempio? Il nome Anna, il numero otto oppure la frase: "i topi non avevano nipoti", si legge anche al contrario. In 10.000 anni i giorni palindromi sono stati 366. 

La prossima data sarà il 29 febbraio 2092: 29-02-2092. I palindromi hanno una lunga storia. I primi palindromi sono stati trovati come graffiti a Ercolano, parliamo del 70 dopo Cristo. Ma addirittura nel terzo secolo avanti Cristo, i palindromi erano presenti nei versi del poeta Greco Sòtade, rappresentante della poesia licenziosa e satirica del tempo. Dalla notte dei tempi l'uomo si affida ai numeri e alle lettere per codificare, per dare un ordine sistematico al mondo e leggere la realtà. Quando apparvero i primi esempi di palindromi nel Medioevo, molti gli attribuivano un significato mistico, persino un'ascendenza diabolica. Nel corso dei secoli, i poeti hanno usato i palindromi per dimostrare il proprio estro, come il poeta francese Guillaume Apollinaire, sostenitore del Futurismo e della pittura metafisica. Col tempo hanno perso la sfumatura cabalistica, mistica, misteriosa, per diventare un gioco per matematici e linguisti. Comunque matematica a parte, i palindromi alimentano la fantasia. Sarebbe bello se potessimo vivere la vita al diritto e al rovescio, se potessimo arrivare in fondo e poi tornare indietro, magari per poterci rimangiare l'ultima parola detta. Molti però hanno una paura immaginaria dei palindromi. Questa paura si chiama aibofobia, che, se fate attenzione, é un palindromo. E ora passiamo a un'altra curiosità ( da Avvenire). Febbraio non solo ha avuto una giornata palindroma, ma anche 29 giorni, un giorno in più. Per questo parliamo di anno bisestile. Sul piano astronomico il pianeta Terra impiega 365 giorni e 6 ore per fare un giro completo intorno al sole, mentre nel nostro calendario contiamo 365 giorni. Questa differenza, apparentemente insignificante, può rompere la corrispondenza tra i mesi e le stagioni. Si può rimediare aggiungendo un giorno al calendario. L'idea l'ha avuta Giulio Cesare, nel 46 a.C., che inserì ogni 4 anni, 24 ore in più, esattamente dopo il 24 febbraio, che per i Romani era il sesto giorno prima dell'inizio di marzo. quindi due volte sesto giorno: "bis sexto die", cioè per la sconda volta sesto giorno, quindi anno bi-sestile. Ma venivano fuori molti anni bisestili, quindi il calendario umano non coincideva con quello solare. Nel 1582 il papa Gregorio XXXIII stabilì un nuovo calendario, che noi oggi usiamo, e cioè il calendario gregoriano. L'anno bisestile ricade solo negli anni in cui le ultime due cifre sono divisibili per quattro. In quell'anno però saltarono 10 giorni, i giorni compresi tra il 5 e il 14 ottobre furono cancellati. la sera del 4 ottobre la gente andò a dormirte e si svegliò che era già il 15 ottobre. Tutto questo per riportare l'equinozio di primavera al 21 marzo. Questa la spiegazione scientifica, ma qualche piccolo ritardo o anticipo, si accumula sempre. Passiamo ora alle stranezze. Una data speciale, per chi nasce in questo giorno, una sfortuna o una vera fortuna?. Si calcola che nel mondo 5 milioni di persone festeggiano il compleanno ogni 4 anni, mentre negli anni normali, spengono le candeline o il 28 febbraio o il 1 marzo. Si dice che invecchiano più lentamente. Ma un giorno in più non é l'unica stranezza degli anni bisestili. Diverse tradizioni, leggende, e anche superstizioni sono legate a questi anni. Nel passato lontano tutto ciò che allontanava l'uomo dalle abitudini conosciute era considerata una stranezza, perchè non si sapeva cosa potesse provocare. Circolavano molti pregiudizi, era diffusa la convinzione che l'anno di 366 giorni fosse un anno sfortunato. In Italia diciamo "anno bisesto, anno funesto", oppure "anno bisesto, tutte le cose van di traverso", o ancora "anno bisesto, che passi presto". La scienza non c'entra. Ma ricordiamo che presso i Romani il mese di febbraio era dedicato al ricordo dei morti, aumentare il numero dei giorni era considerato di cattivo auspicio. In Scozia erano gli allevatori di pecore a sentirsi maggiormente colpiti dalla sfortuna. In Germania le vittime dell'anno bisestile erano i campi coltivati; per la Russia negli anni bisesti c'erano peggiori condizioni climatiche, rispetto agli anni normali. Nell'Irlanda, secondo un'antica tradizione, una donna poteva chiedere la mano del fidanzato solo il 29 febbraio. Secondo la leggenda, questa opportunità per le ragazze sarebbe stata offerta da Santa Brigida, d'accordo con il vescovo Patrizio, ma solo una volta ogni 4 anni. In Danimarca, dove la tradizione si era diffusa, gli uomini non potevano rifiutare la proposta di matrimonio, altrimenti dovevano risarcire la fidanzata con 12 paia di guanti. In Scozia, la regina Margherita, nel 1200, decise di punire i giovani che non accettavano le nozze, proposte il 29 febbraio, facendo pagare loro una multa di 100 sterline.
Ecco, vi ho distratti per mezz'ora. Vorrei concludere citando alcune riflessioni, inviate al gruppo da Liliana Marangi, dello psicologo Morelli (penso che non l'avete cancellato): "in un'età in cui le relazioni, la comunicazione sono giocate nel non-spazio del virtuale, del social network, dandoci l'illusione della vicinanza, il virus ci toglie la vicinanza vera, reale, ci obbliga alla distanza, al non contatto e ci insegna che la regola non é pensare al proprio orto, ma la reciprocità, il senso di appartenenza, il sentimento di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro". Concludo con la lettura del messaggio di papa Francesco: "Stasera prima di addormentarvi pensate a quando torneremo in strada. A quando ci abbracceremo di nuovo, a quando fare la spesa tutti insieme ci sembrerà una festa. Pensiamo a quando torneranno i caffè al bar, le chiacchiere, le foto stretti uno all'altro. Pensiamo a quando sarà tutto un ricordo, ma la normalità ci sembrerà un regalo inaspettato e bellissimo. Ameremo tutto quello ch fino ad oggi ci è sembrato futile. Ogni secondo sarà prezioso. Le nuotate al mare, il sole fino a tardi, i tramonti, i brindisi, le risate. Torneremo a ridere insieme.  Forza e coraggio.

LA REGISTRAZIONE DELLA DIRETTA ON LINE SU FB "MINERVACRISPIANO" 

giovedì 27 febbraio 2020

Carnevale, tra cultura e allegria

Print Friendly and PDF


Relatrice Silvia Laddomada

Perché dal 17 gennaio fino al giorno delle Ceneri, si festeggia, ci si maschera, si fa baldoria, si lanciano coriandoli, stelle filanti? Cosa si festeggia?





Fin dall'antichità si celebrano questi riti, si festeggia il ritorno della primavera, la ripresa della navigazione, si auspica un buon raccolto.



Furono gli Egiziani, (2000 a.C.) a dare origine a questa festa popolare. Il Nilo ritornava ad essere navigabile. La gente si mascherava, faceva sfilare i buoi e li accompagnava cantando.
Presso i Greci vi erano le Dionisie, in onore di Dioniso, dio del vino (Bacco per i Romani), durante le quali era consentito abbandonarsi ad ogni forma di ebbrezza; in nome del Caos non si rispettava nessuna regola sociale o morale.
I Romani festeggiavano il ritorno alla fertilità della terra, dopo il torpore invernale.
Queste feste romane erano chiamate Saturnali, dal nome del dio Saturno, nota divinità dell'Olimpo, che aveva garantito agli uomini l'età dell'oro, il benessere. Si facevano sfilare per le strade carri festosi, tirati da animali bardati in modo bizzarro. 


Le persone si vestivano in modo buffo, si coprivano il volto con maschere orribili, si rincorrevano, si colpivano. Tutta questa baldoria serviva a cacciare gli spiriti maligni, che, si pensava, vagassero sulla terra in inverno. Essi dovevano ritornare nell'aldilà, così veniva favorito il raccolto.
E forse la parola Carnevale deriva proprio da questa festa dei saturnali, deriva da "carrum navalis", con riferimento al carro allegorico, a forma di barca, con cui i Romani inauguravano i Saturnali.
Un altro rito era quello dei Lupercali, dei lupacchiotti, giovani coperti da pelli di lupo, che tagliavano a strisce le pelli delle capre, le arrotolavano e poi, correndo, le srotolavano per strada.
Queste strisce sono presenti nella nostra tradizione, sono le bellissime stelle filanti, tanto amate dai bambini.
Accanto alle stelle filanti noi usiamo anche i coriandoli, piccoli dischetti multicolori di carta leggera, che danno allegria alla festa. Perché si chiamano così?



Perchè nel 1500, al passaggio dei Trionfi, (carri riccamente addobbati, circondati da gente in costume che intonava canti carnascialeschi, a volte irriverenti), si lanciavano i semi del coriandolo, glassati con lo zucchero (prezzemolo cinese).
Un altro simbolo è il manganello, a volte riempito con sassolini. Anche questo rito é antico: ricorda il bastone e le pietre con cui nel Medioevo si colpivano i passanti, per scherzo.
Il tutto giustificato dalla frase " A Carnevale ogni scherzo vale"; per dire che, almeno una volta all'anno, è concessa a tutti  una moderata follia. Il Carnevale è poi accompagnato da dolci fritti, che variano, nel nome, da città a città: ciambelle, frittole, chiacchiere, castagnole. Fritti, perchè era più veloce la cottura e poi perchè le famiglie disponevano di abbondanti quantità di grasso animale, di strutto, derivante dal fatto che a gennaio o febbraio era prevista la macellazione dei suini.
Nella tradizione cristiana, la parola Carnevale significa "carnem levare". Il riferimento, di origine medievale, é alle Ceneri, il mercoledì successivo all'ultimo giorno di festa , il martedì grasso. Con le Ceneri inizia la quaresima, i 40 giorni che precedono la Pasqua (escluse le domeniche).
Il martedì era definito"grasso", era il giorno in cui erano consentite grandi tavolate, grandi abbuffati. Il giorno dopo, la Chiesa richiama all'astinenza e al digiuno, richiama alla riflessione, ricorda all'uomo che é polvere, e che deve rimettere al centro della propria vita Dio, non Bacco.
Un'ultima nota da ricordare, relativa al Carnevale, é il mascheramento, il travestimento. Ogni regione la le sue maschere; ogni maschera ha un costume e un carattere che lo distingue.
La parola deriva dall'arabo "mascharat", che significa burla, buffonata. Nel teatro greco e latino, l'attore usava la maschera per sottolineare il carattere del personaggio messo in scena. Le maschere per eccellenza sono nate con la Commedia dell'Arte, nel 1600.
Erano spettacoli teatrali improvvisati, destinati a un pubblico che si divertiva in modo sguaiato,  per i contenuti sconci e il linguaggio scurrile degli attori. La presenza delle donne sul palcoscenico era un elemento dirompente, rivoluzionario. Gli attori improvvisavano i dialoghi, basandosi su un canovaccio; col tempo il personaggio che interpretavano diventava sempre più preciso, più fisso, fino al punto che il nome dell'attore diventava quello della maschera che portava sul palcoscenico.
Nasceva il personaggio del servo sciocco, furbo e bugiardo, come Arlecchino; il dottore e l'avvocato inconcludente, come Balanzone; il chiacchierone nullafacente, oggetto di bastonate spassose, come Pulcinella; il mercante avaro e brontolone come Pantalone; la cameriera pettegola e civettuola, come Colombina, eterna fidanzata di Arlecchino.
E così sono nate 50 maschere italiane ufficiali, sparse nelle regioni. Incarnano vizi e virtù del popolo, impersonano aspetti eterni e immutabili dell'animo umano.
Maschere,che sono entrate nella memoria collettiva.
Quante volte incontriamo o siamo, nella vita quotidiana, un Pulcinella, un Arlecchino, una Colombina, un Pantalone?
La vita è una recitazione, é un teatro, diceva Pirandello!




















lunedì 24 febbraio 2020

Vivere quando non si può guarire: la sfida delle cure palliative

Print Friendly and PDF
Relatore dell'incontro dott. Giuseppe Liuzzi                                                       (Medico formato in medicina generale)



Fino a 20 anni fa, le cure palliative erano prestate al malato oncologico in stato avanzato. Ora si sono evolute e vengono prestate anche a malati in condizione extra oncologica, con il coinvolgimento del medico di medicina generale, cioè del medico di famiglia dell'ammalato. Rispetto al rischio di ammalarsi e aver bisogno di cure, la popolazione é stratificata secondo uno schema piramidale. Alla base, coloro che stanno bene e che non hanno bisogno di cure. Poi quelli che sviluppano qualche tipo di patologia (mal di gola, mal di pancia) per i quali basta una visita medica, una terapia temporanea e si torna a star bene. Seguono coloro che hanno patologie croniche, che necessitano di assistenza specialistica, ma non evidenziano un cattivo stato di salute. Ci sono poi coloro che presentano una patologia più complessa, che ricevono una o più diagnosi, che necessitano dei saltuari ricoveri in ospedale. Infine ci sono coloro che vivono una situazione più complessa. Richiedono spesso il ricovero in ospedale, ci sono complicazioni delle proprie patologie, presentano una indisposizione funzionale, non sono più curabili nemmeno in ospedale. E' lo stato più evoluto della patologia, cresce l'intensità assistenziale; la malattia assorbe la maggior parte delle risorse e del tempo. L'apice della piramide. Chi si interessa dell'ammalato, giunto all'ultimo stadio? Innanzitutto il medico di medicina generale, il "medico di famiglia". L'ammalato cronico grave deve essere assistito nel suo territorio e con i servizi territoriali. Egli é portatore di una serie di complessità, di natura psicologica, socio ambientale, assistenziale; la stessa casa non é idonea. A volte ci sono i servizi, ma manca il supporto economico.
C'é necessità di una rete famigliare di supporto. In questo momento entrano in atto le cure palliative (da pallium - mantello, copertura), da avviare in tempi precoci. Cure adatte a chi ha una patologia che non risponde ai trattamenti curabili in ospedale. L'articolo 2 della legge 38 della nostra Costituzione, riconosce il diritto del cittadino ad ottenere cure palliative, in quanto sono "ciò che si deve fare quando una persona ha bisogno di essere sostenuta nella sua dignità di vita". Si tratta di interventi che non si propongono di raggiungere l'obiettivo della guarigione completa da una malattia, ma tendono a lenire le sofferenze in caso di malattia cronica, evolutiva ed inguaribile, rendendo così migliore la qualità di vita dell'ammalato fino alla fine. E' necessario rivolgersi a medici esperti in cure palliative. La famiglia deve assicurarsi un supporto infermieristico, fisioterapico, psicologico, socio-sanitario, religioso-spirituale. 
 
Occorre una figura famigliare che si faccia portavoce dei bisogni dell'ammalato, che si prenda cura, un "caregiver" che informi il medico generale, il quale deve attentamente seguire la situazione. Quando la malattia é in stato avanzato occorre, ovviamente, un ricovero in strutture adatte, con personale preparato, tipo hospice, RSA. Per ottenere questi aiuti, i famigliari devono rivolgersi ai servizi sociali, alle ASL, ai distretti socio-sanitari. Un chiarimento sulla "terapia del dolore". Il paziente si lamenta per i dolori, spesso non dovuti a cause fisiche, ma psicologiche, stati d'animo, all'intuizione dell'imminente traguardo della sua vita. Le cure palliative, in caso di dolore, prevedono l'uso di farmaci sedativi (ansiolitici, ipnotici) innovativi, che alleviano la sofferenza e consentono di trascorrere dignitosamente le ultime ore di vita. Farmaci che vengono somministrati da personale specializzato in hospice. Da non confondere con l'eutanasia, per la quale si somministrano medicinali che procurano la morte.

Silvia Laddomada

mercoledì 12 febbraio 2020

OLOCAUSTO E FOIBE "da non dimenticare"- 11 febbraio 2020

Print Friendly and PDF
RELAZIONE DI SILVIA LADDOMADA










 
 


La giornata del ricordo delle foibe.

Tutti gli italiani sono invitati a ricordare, a non dimenticare questa tragica pagina di storia. Nella cerimonia di commemorazione, il presidente Mattarella ha detto: "Oggi il peggiore nemico da abbattere è l'insensibilità, l'indifferenza, che si nutrono della mancanza di conoscenza della storia".
Per oltre 50 anni si è fatto silenzio, dal 1945 al 2004, allorché il Parlamento italiano istituì per il 10 febbraio una giornata per conservare e rinnovare la memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo dai territori occupati nel 1945 dalle truppe di Tito, capo della Iugoslavia. Parliamo dei territori dell'Istria, di Fiume, della Dalmazia, parliamo degli italiani che vi abitavano, istriani, fiumani, dalmati, costretti a dare un corso diverso alla loro storia. 


Alla fine della 2°guerra mondiale, si firmarono a Parigi gli accordi di pace, il 10 febbraio 1947. Tra i tanti provvedimenti presi, l'Italia dovette cedere l'Istria, la Dalmazia e la città di Fiume alla Iugoslavia, diretta dal comunista Tito.
Per vendicare le vittime di efferati oltraggi compiuti da fascisti e nazisti, che avevano occupato quelle terre, Tito ricorse a crudeli e spietate azioni di massacro della popolazione residente, gente civile, mite, colta, che aveva una sola colpa: essere italiani e essere identificati come fascisti. Morirono migliaia di civili, complessivamente 300 mila persone.
Torturati, fucilati, affogati in mare, gettati nelle foibe, anche vivi, spariti nel nulla, senza una tomba. Le foibe sono delle cavità carsiche, molto profonde, nelle quali furono gettate le vittime uccise e le vittime vive, legate con un filo di ferro alla vittima fucilata. Dalla profondità di queste terribili gole, era difficile risalire, si moriva di dolore, di fame, di sete, intossicati dai miasmi dei corpi putrefatti.

La finalità di Tito era quella di una pulizia etnica, eliminando con la morte e poi con l'esilio forzato ogni presenza sgradita: i comunisti titini erano decisi a spazzare via la secolare presenza italiana.
Molto famiglie, per sfuggire alla morte, accettarono di abbandonare le loro terre, i loro beni erano stati confiscati, le loro case occupate. Ammassarono su carri, trascinati da cavalli, le poche masserizie che potevano portare con sè, e partirono. Non furono mai risarciti dal governo italiano. La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo, in cerca di una patria.
Tanti si fermarono in altre regioni d'Italia, dove però molti ministri del governo italiano, vicini politicamente alla Iugoslavia minimizzarono la portata di questa diaspora.
Questi fatti tragici si svolsero tra il 1943, dopo l'armistizio dell'8 settembre, e il 1947. Quattro anni di vendette per le angherie fasciste subite.
Nel 1989, al crollo del muro di Berlino e alla caduta del comunismo sovietico, si aprì una crepa nel muro del silenzio. Nel 1991 il presidente della Repubblica Cossiga si recò in pellegrinaggio al luogo delle foibe, nel 1993 si recò anche Scalfaro. La coltre di silenzio diveniva sempre più sottile e così abbiamo cominciato a conoscere la sofferenza di questi popoli. Si è arrivati al 2004, quando è stata ufficialmente proclamata la solennità nazionale.
Oggi però sono sempre più numerosi gli episodi che tendono ad oltraggiare la memoria di questi eventi, come le scenette satiriche riportate dai giornali. Si spera, invece, che questa giornata sia un'occasione non di rancore vendicativo, ma di studio di un momento doloroso della storia d'Italia.


La giornata della memoria

La ricorrenza viene celebrata il 27 gennaio, ricordando il giorno in cui l'esercito russo entrò nel lager di Auschwitz, liberando i superstiti.
Lo scrittore Primo Levi ha ricordato nella sua opera 'Se questo è un uomo' : "i vagoni merci chiusi dall' esterno. E dentro uomini, donne, bambini, compressi senza pietà, come merce, in viaggio verso il nulla". Sappiamo chi erano e dove andassero.
Sempre Primo Levi dice: "se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre".
Le testimonianze dei superstiti, i filmati autentici, i documenti storici, le pagine dei giornali, tutto contribuisce a collocare queste vicende nel tempo e nello spazio, raccontando, ha detto il presidente Mattarella "una lezione terribile che invita ad essere sempre vigili di fronte ai focolai d'odio, d'intolleranza, di razzismo presenti nella nostra società e in tante parti del mondo". Mattarella ha aggiunto: "oggi c'è un deprecabile e militante negazionismo". In effetti l'Europa si è incattivita, è diventata diffidente: 16 italiani su 100 dicono che la Shoah, cioè la persecuzione degli Ebrei, non è stata così terribile come si racconta; il 15% la considera un'invenzione. Si sono moltiplicati i gesti di intolleranza, svastiche disegnate sulle case di ex ebrei. Una deriva particolare: l'odio, si sa dove comincia ma non dove finisce.

Dopo 75 anni noi continuiamo a ricordare perché vogliamo che non succeda più, non solo agli Ebrei, ma a nessun'altro. Per questo esiste da venti anni la giornata della memoria, per non dimenticarla. Non stiamo parlando di storie inventate. Ci sono persone che sono sopravvissute e hanno raccontato, decine di migliaia di documenti, i resti dei campi con le camere a gas, che i nazisti sconfitti non hanno fatto in tempo a distruggere. Eppure esiste ancora chi dice che questo non è mai successo, che sono invenzioni. Si chiamano i negazionisti. Essi dicono che le prove non contano niente, che chi racconta mente. Come ci sentiamo se fra 70 anni qualcuno dicesse che non siamo mai esistiti, che qualcuno ci ha inventato, che qualcuno ha avuto interesse a raccontare la nostra vita come se fosse vera, mentre era tutto una menzogna?
In realtà i negazionisti proseguono l'opera di quei nazisti, che volevano nascondere i loro delitti, negandoli. Vogliono esaltare la memoria di Hitler e Mussolini e continuarne l'opera, vorrebbero ricostruire i campi di sterminio e usarli di nuovo.
Non parleremo dei lager, ma delle origini di questa triste vicenda.
Il 9 novembre 1936 viene considerato l'alba dell' Olocausto. 200 persone uccise, 30 mila deportate, 267 sinagoghe distrutte , 7500 negozi devastati. "La notte dei cristalli". La prima carneficina programmata contro gli Ebrei. 


Il pretesto per le spedizioni punitive fu un maldestro attentato del giovane Herschel Grynszpen, un rifugiato ebreo polacco che uccise a Parigi il segretario dell'Ambasciata del Reich in Francia, per vendicare l'arresto del padre deportato in Polonia su un vagone piombato. Impressionante il bilancio, compiuto in tempo di pace, in un paese di grande tradizione civile, sotto gli occhi del mondo intero. Ironicamente viene ricordato il giorno per l'entità dei vetri rotti, ma poca cosa rispetto all'iniquità che si stava scatenando su quel popolo. L'antisemitismo in Germania aveva radici antiche, ed era stato esasperato dalla riforma di Lutero, che aveva alimentato l'odio contro "questi vermi velenosi", di cui Lutero auspicava "la distruzione con il fuoco delle sinagoghe".
Il nazismo aveva ereditato questa concezione, sostenendo eccentriche teorie di superiorità razziale e ignobili vergogne, dicendo che gli ebrei avevano pugnalato alle spalle la Germania, nel 1918, provocandone la disfatta. Quando Hitler nel 33 andò al potere, iniziarono le discriminazioni, culminate con le leggi razziali del 35, che privarono gli ebrei di tutti i diritti civili. Ma dal 9 novembre 1938 la persecuzione fisica divenne una regola e procedette in modo pianificato, con una organizzazione efficiente. Non più l'emigrazione forzata, o la deportazione in Madagascar, si prospettò la "soluzione finale", resa ufficiale nel 1942. Ma le persecuzioni cominciarono già dopo l'invasione della Polonia nel settembre 1939, e trovò la sua definitiva organizzazione logistica nei campi di Treblinka, Auschwitz, Birkenaue, vere e proprie catene di montaggio per la raccolta, da selezionare, l'esecuzione e la cremazione di oltre sei milioni di ebrei. Oggi la rievocazione di questo processo di sterminio, subisce un andamento altalenante. Viene ricordato nel giorno della memoria, a volte distrattamente, con insofferenza per molti, senza cedere all'emotività e alle polemiche che rischiano paradossalmente di attenuare l'immensa responsabilità morale che grava su quelli che hanno agito e su quelli che hanno taciuto.