venerdì 13 dicembre 2019

30 ANNI DALLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO

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30 ANNI DALLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO (1989-2019)
Relatrice: Silvia Laddomada


Contesto storico
Nel febbraio 1945, a Yalta, in Crimea, si incontrarono i capi politici dei tre principali paesi alleati: Roosevelt per gli Stati Uniti, Churchill per il Regno Unito, Stalin per la Russia.
In questa Conferenza essi presero delle decisioni politico-diplomatiche che segnarono l’inizio della guerra fredda e della divisione dell’Europa in blocchi contrapposti. Questo incontro fu l’ultimo momento di reale collaborazione tra le tre grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale.
Nella successiva Conferenza di Potsdam, nell’agosto 45, tra i trepaesi  non c’era più un buon rapporto, per gli Stati Uniti c’era Truman, per il Regno Unito Attlee, per la Russia Stalin.
Tra le tante decisioni prese, ci soffermiamo sulla spartizione dell’Europa tra le due super potenze: Stati Uniti e Russia.

Immaginiamo una linea che parte da Stettino sul Baltico e arriva a Trieste sull’Adriatico.
A est i paesi socialisti, sotto il controllo di Mosca, a ovest i paesi capitalisti, legati agli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti predisposero un piano di aiuti economici che puntava a ricostruire gli Stati distrutti dalla guerra. Il piano Marshall. Piano che Stalin non accettò per i paesi dell’Est.
Inoltre le nazioni del blocco occidentale furono unite in un’alleanza armata, il Patto Atlantico, che si concretizzò nella fondazione della Nato, un’organizzazione militare che impegnava le potenze dell’Ovest a combattere con gli Stati Uniti, in caso di conflitti europei.

Nel 1955 la Russia rispose con il Patto di Varsavia, che prevedeva l’intervento dei paesi dell’Est al fianco della Russia, in caso di conflitti.
Una cortina di ferro è calata sul continente”, disse Churchill.
Così nell’Europa occidentale si diffondeva l’ideologia americana, che si basava sul principio di libertà, democrazia, libera iniziativa in campo economico.
Nell’Europa orientale si affermava l’ideologia sovietica, che si basava sull’idea di uguaglianza, ma si concretizzava  su un livello di vita tra i più bassi d’Europa, sul controllo statale dell’economia, sul partito unico al governo.
I paesi dell’Est non entrarono nell’Unione Sovietica, ma passarono alle sue dipendenze, divennero “Stati satelliti” dell’Unione sovietica, soggetti in molti casi al controllo diretto di Mosca.
Nel 1949 un altro evento incrinò i rapporti tra gli Stati Uniti e Russia. I sovietici avevano realizzato una bomba atomica, fatta esplodere in Kazakistan, Asia Centrale, a est del mar Caspio.
Ora entrambe le due potenze del mondo possedevano la bomba atomica, (gli Stati Uniti l’avevano sganciata su Hiroscima e Nagasaki, per piegare la resistenza giapponese, alla fine del secondo conflitto).
Un’arma di sterminio che può distruggere l’umanità.
La contrapposizione tra i due blocchi si trasformò in guerra fredda, si rischiava la terza guerra mondiale, ma con effetti devastanti. Una guerra che non esplose, solo grazie all’ “equilibrio del terrore”. Esplosero  guerre lontane, altre nelle terre colonizzate, ma le due potenze, quando stavano sull’orlo dell’abisso, si ritiravano.
Dopo la morte di Stalin (1953) si avviò in Russia un processo di distensione, il disgelo, si parlò di possibile coesistenza pacifica tra le due super potenze. Era l’epoca di Krusciov. Processo di distensione a cui contribuì il papa Giovanni 23° (noto il suo intervento nella crisi di Cuba, che allontanò il pericolo della 3° guerra mondiale e nucleare).

Il governo dei Kennedy, in America, mirò a consolidare la coesistenza pacifica con la Russia, a far crollare la frontiera del terrore, mirarono…tentarono… Ma i Kennedy furono assassinati, e non da un semplice balordo.
Intanto nel 1968, con la grande contestazione globale, aumentarono le rivolte dei paesi al di là delle cortina di ferro.
Ricordiamo l’insurrezione della Polonia del 1980, col sindacato cattolico democratico di Solidarnosc, con Lech Walesa, sostenuto dalla Chiesa polacca e dal papa Giovanni Paolo II.
In Russia l’avvento di Korbaciov, con la sua “perestroica“ , che avviò il processo di democratizzazione e determinò il crollo dei regimi comunisti in tutti i paesi dell’Est, fino a quando nel 1991 il Partito Comunista si sciolse e l’Unione Sovietica si trasformò in Repubblica russa.
Ma cosa avvenne in Germania dopo la guerra?
Nella Conferenza di Yalta (1945), quella linea che aveva diviso l’Europa in due blocchi, divideva in due la Germania, volutamente. Ancora peggio la Germania venne divisa in quattro zone, controllate dai quattro eserciti alleati: Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Come se non bastasse, anche la capitale Berlino, che nella separazione si ritrovava nel cuore dell’Europa dell’Est, venne divisa in quattro settori, sempre sotto l’influenza delle quattro potenze.

Nel giro di pochi anni, nel 1948, le tre zone occupate dagli occidentali furono unificate; si ricostituì uno stato tedesco con capitale Bonn.
Nel 1949 la divisione della Germania venne formalizzata; Repubblica Federale Tedesca, governata dal cristiano-democratico Konrad Adenauer e Repubblica Democratica Tedesca, presieduta dallo stalinista Walter Ulbrich.
Stessa sorte ebbe Berlino. Anch’essa divisa in due zone: quella occidentale controllata dagli Stati Uniti, quella orientale controllata dalla Russia.
Berlino ovest serviva agli Usa per provocare l’austera Berlino est. Ne avevano fatto una vetrina del mondo capitalista, nel cuore di uno stato socialista, per affascinare i non comunisti e per infastidire coloro che invece nel comunismo credevano.
Passare da Berlino Est a Berlino Ovest era relativamente facile, tanto che in 15 anni 3 milioni di cittadini avevano attraversato la frontiera tra i due blocchi, semplicemente “ prendendo la metropolitana”, lamentava Krusciov. Nel 1958 Krusciov pretese il ritiro degli Stati Uniti dal settore Ovest.
Non avendo ottenuto nulla, il 12 agosto 1961 ordinò di costruire un muro di divisione tra le due parti della città.

 
Cosa avvenne la notte tra il 12 e il 13 agosto?
In una sola notte fu realizzata una barriera di oltre 40 Km di filo spinato, lungo la linea di confine delle due porzioni della città.



I berlinesi dell’Ovest se ne accorsero al risveglio; stentarono a  credere ai loro occhi. Ognuno di loro aveva qualche parente dall’altra parte. Immaginiamo  questa città.
Nella zona A negozi pieni di ogni genere di beni di consumo, vetrine scintillanti di luci, stampa senza censura, radio libere.
Nella zona B illuminazione scarsa, negozi vuoti, chi esprime un parere rischia di essere arrestato.
Una barriera che tagliava in due una comunità, talvolta spezzando vite e quartieri.
Nei giorni seguenti, il filo spinato fu sostituito da lastre di cemento armato con piani arrotondati, così nessuno poteva scalarlo. Fu realizzato un muro alto 3 metri e 60 e lungo 155 Km. Se lungo il confine sorgeva una casa, vennero murate le finestre che si affacciavano su Berlino ovest, pazienza per chi abitava.
Nel 1962 fu poi costruito un secondo giro di muro, creando un’ampia striscia all’interno della frontiera, rafforzata da uno sbarramento di filo spinato elettrificato e collegato agli allarmi. Fra i due muri, un terreno chiodato, la terra di nessuno, più facile da controllare. Furono inviati 25.000 poliziotti a sorvegliare giorno e notte il muro, con cani da guardia, pronti a sparare a vista a chiunque cercasse di oltrepassarlo.
Lo chiamarono il “muro della vergogna”. Un muro che suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica; esso divenne il simbolo della divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi contrapposti. Il simbolo anche del clima di oppressione che si respirava nei paesi del blocco orientale.

In nome della coesistenza pacifica, il presidente americano Kennedy condannò moralmente l’iniziativa, ma si evitò, ancora una volta, una terza guerra mondiale.
Nei decenni successivi, abbiamo detto che, come un effetto domino, cominciarono a cadere, nei paesi satelliti, i regimi comunisti.
Nella Germania la svolta si ebbe nel 1989.

A partire dall’autunno, in Germania orientale iniziarono le prime proteste popolari contro il governo comunista. All’inizio questa protesta si espresse con un esodo di massa. Decine di migliaia di tedeschi avevano scelto, come si disse allora “di votare con i piedi”, fuggendo in Germania ovest attraverso l’Ungheria. Così si arrivò al 9 novembre 1989.
Il muro fu preso d’assalto e abbattuto in più punti da un’enorme folla in festa, sotto lo sguardo impotente dei Vopos, la polizia della Germania est. 

 
I berlinesi dell’Est prima e dell’Ovest dopo, si accalcarono ai due lati del muro, con mazze e picconi i cittadini iniziarono ad aprire dei varchi in quella barriera ormai inutile e innocua. I cittadini finalmente poterono transitare e incontrarsi senza controlli. Fu una grande festa popolare.
In pochi giorni del simbolo di 40 anni di guerra fredda non restarono che macerie.

Anche grandi artisti furono colpiti da un evento così epocale, e accorsero per celebrarlo. Motislav Rostropovich, uno dei più grandi violoncellisti della Storia della musica, improvvisò un concerto, a ridosso del muro, proprio nei giorni della sua demolizione.
Nel 1990 fu iniziato il processo di riunificazione delle due Germanie e a Capodanno del 2000 Berlino tornò ad essere la capitale della Germania.
Fu compito, poi, dell’Unione Europea programmare gli aiuti per risollevare l’economia dei paesi satelliti.
Nel 1991, in Russia, un gruppo di dirigenti del partito tentò di effettuare un colpo di stato, ma Boris Eltsin salvò la situazione con l’aiuto dell’esercito,  poi destituì Gorbaciov e mise al bando il Partito Comunista.

L’unificazione di Berlino non è stata facile, ci sono stati anni di povertà visibile, con una forte percentuale di disoccupazione; per molto tempo il reddito medio di Berlino è stato molto più basso di quello del resto della Germania. Sono stati fatti passi da gigante per coprire le distanze.  Ormai da un decennio Berlino è entrata nel circuito dei grandi flussi turistici, quasi in competizione con Londra e Parigi. E’ una super metropoli. La cicatrice non c’è più, la crisi è alle spalle.
Sull’unico pezzo di muro rimasto in piedi, i migliori graffitari d’Europa lasciano le loro creazioni, fino a farne un museo a cielo aperto. La landa desolata al confine tra i due mondi è stata sostituita dai grattacieli vetro acciaio, che portano la firma di Renzo Piano. Il rimescolamento della gente è totale, ma per molti il tempo non è passato.
C’è un muro che nessuno dimentica, ed è il “Muro nella testa”, la cesura, spesso psicologica, che separa gli ex tedeschi orientali e i cittadini dell’Ovest.
Un giornalista brillante dell’ex repubblica democratica, Alexander Osang, così ha spiegato : “Il mio disagio ha più a che fare con quello che è successo dopo la caduta del Muro, che non la mia vita nell’Est. Mi sento come se fossi da 30 anni in un programma di rieducazione”.
Film, canzoni, libri, hanno raccontato incubi e speranze. Diceva Totò: “Meglio andare in galera all’Ovest che farsi fucilare all’Est”.
Molti i commenti a distanza di decenni. Chi ha buttato giù il muro? La gente nelle strade, non i politici.
Cadde perché il sistema che lo aveva alzato, era contro la natura umana, e non poteva prevalere.
Com’era vivere in Germania est?
Era un paese chiuso, dove le persone erano controllate dalla culla alla bara.
Se il muro è crollato, è perché era crollata, già prima, l’ideologia che lo aveva eretto.

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