giovedì 29 aprile 2021

La Divina Commedia:INFERNO-CAPANEO e il Veglio di Creta(14° Canto)

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Relatrice: SILVIA LADDOMADA

Dante e Virgilio hanno lasciato la selva spettrale dei suicidi, dove hanno incontrato Pier delle Vigne, vittima innocente dell'invidia, "la meretrice-morte comune e delle corti vizio".

Sono ora arrivati in una landa desolata, un sabbione arroventato, circondato dalla selva dei suicidi e attraversato dal Flegetonte, quel fiume di sangue bollente, che riempiva il fossato in cui erano immersi, nel primo girone, i violenti contro il prossimo (assassini, predoni, tiranni).

In questo sabbione sono condannati i violenti contro Dio, gli empi, le anime di uomini temerari e blasfemi, che giacciono supini; i violenti contro natura, i sodomiti, che corrono senza sosta; i violenti contro l'arte, gli usurai, che rimangono rannicchiati.

Su tutti i dannati cadono, lente e inesorabili, larghe falde di fuoco, che infiammano la sabbia e che le anime cercano di schivare difendendosi con le mani.

In questo scenario disperato si ambienta la prima apparizione del girone: Capaneo, un personaggio mitologico, noto per la sua empietà e il suo disdegno della divinità.

Capaneo era uno dei sette re che assediarono Tebe, il quale fu fulminato da Giove, perché giunto in cima alle mura della città, sfidava ironicamente Bacco, Ercole e Giove, invitandoli con temerarietà a proteggere e salvare la loro cara Tebe.

Capaneo attira l'attenzione di Dante, che dice a Virgilio:

 chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?".

chi é quel gigante che non sembra preoccuparsi del fuoco e giace sprezzante e contorto, sì che non sembra che la pioggia di fuoco lo tormenti?

 E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: "Qual io fui vivo, tal son morto.

L'anima, che si era accorta che io chiedevo notizie di lui a Virgilio, mio maestro, gridò: "come fui da vivo, così sono da morto!"

E deridendo Giove, lo provoca ancora una volta, dicendo che nemmeno un secondo fulmine lo avrebbe umiliato

 Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
"O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu più punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito". 

CAPANEO

 
Allora Virgilio, con uno sdegno che Dante non aveva mai visto prima, gli disse: "Capaneo, proprio in questo, che non si riduce la tua superbia, tu sei più punito. Nessun tormento se non la tua rabbia é l'adeguata punizione al tuo furore".

Questo dannato ostenta una forza brutale, é ossessionato dall'idea di non confessare la sconfitta, si vanta di non aver rinunciato alla sua spavalderia (come fui da vivo, così sono da morto), un dannato esasperato, che si impegna stizzosamente di dimostrare l'impotenza di Giove, che mai l'avrebbe visto umiliato. Si contorce, si alza sulla sabbia, lui, che é condannato a rimanere supino, come a dimostrare che il giudizio divino e il castigo non l'hanno raggiunto. Non si pente ed é vendicativo. Ci fa ricordare Francesca da Rimini.

Un personaggio del poema Tebaide del grande poeta epico romano Publio Stazio, un'opera molto conosciuta nel Medio evo.

Per questo Dante sceglie Capaneo, esempio di empietà presso gli antichi, come simbolo della folle superbia e dell'odio contro Dio di uomini, le cui anime sono destinate a questo girone. Però nella Tebaide, l'atteggiamento di Capaneo é quello dell'eroe prometeico, mentre per Dante Capaneo é disorientato dal castigo ricevuto, in lui persiste una rabbia che lo divora dentro. Il Giove, divinità falsa e bugiarda, contro cui Capaneo inveisce, é per Dante la Divinità, che ogni cristiano deve sentire come potenza, come principio d'autorità, come termine fisso dell'obbedienza umana.

Una figura che erroneamente viene paragonata a Farinata degli Uberti, incontrato nel cerchio degli eretici, ma Farinata riconosce i suoi limiti, parlando di Firenze, aveva detto "quella nobil patria natìa, alla qual forse fui troppo molesto". Abbiamo ammirato anche la sua grandezza morale, che emerge quando dice di soffrire più per il non ritorno a Firenze dai suoi che n dalle pena, " S'elli hanno quell'arte mal appresa, (cioè la capacità di tornare) ciò mi tormenta più che questo letto" (la bara infuocata in cui giace).

Lasciando l'anima di Capaneo in compagnia del suo disdegno di Dio, Dante e Virgilio proseguono il cammino lungo l'argine del fiume Flegetonte.

Virgilio coglie l'occasione per spiegare l'origine dei fiumi infernali.


Essi nascono dalle lacrime di dolore per l'umanità, che sgorgano dal corpo del Veglio di Creta.

Racconta Virgilio che a Creta, all' interno del monte Ida, vi é un'enorme statua con lo sguardo rivolto a Roma, sede del Papa e dell'Imperatore, che ha la testa d'oro, le braccia e il petto d'argento, il tronco in rame, le gambe di ferro, il piede destro di terracotta, sul quale tutta la statua si regge.

Essa simboleggia la decadenza dell'umanità. Sul corpo si sono aperte delle fessure, ma non dalla testa.

Da queste fessure escono fiumi di lacrime che scendono, perforano la roccia della montagna e di roccia in roccia giungono nell'abisso infernale, formando un unico fiume, che prende nomi diversi man mano che scende.

Esso diviene, passando nei cerchi, acqua (Acheronte), poi fango (Stige), sangue (Flegetonte), ghiaccio (lago Cocito), nel fondo dell'Inferno.

La statua del Veglio di Creta non é del tutto inventata da Dante. Di essa parla la Bibbia, e poi i Padri della Chiesa, e poi Virgilio, Giovenale, Lucano, Ovidio. Dante quindi ha preso ispirazione dalla Bibbia e poi ne ha elaborato la storia, facendone la fonte dei fiumi infernali. Ma cosa dice la Bibbia?

In un libro del Vecchio testamento, il libro di Daniele, si parla di uno strano sogno fatto dal re dei Babilonesi, Nabucodonosor, che i sapienti non riuscivano a interpretare, ma che solo Daniele riuscì nell'intento.

Il re aveva sognato di trovarsi ai piedi di una statua gigantesca, fatta di tanti metalli, col piede di argilla, contro cui era stata scagliata misteriosamente un macigno che l'aveva completamente frantumata.

Questo macigno era poi diventato un'enorme montagna.

Daniele aveva dato questa interpretazione: l'oro rappresenta il regno luminoso di Nabucodonosor, poi ci sarebbero stati dei regni più deboli, meno duraturi. Dopo ancora, un regno più breve e più fragile, in cui la solidità del ferro si sarebbe mescolata all'argilla mobile. Il macigno che lo distrugge e che diventa una montagna simboleggia l'avvento di un regno che non sarebbe stato mai distrutto e che sarebbe durato in eterno. E' un riferimento al regno instaurato nella storia dal dio d'Israele. Nabucodonosor, dice la Bibbia, apprezzò e onorò Daniele.

L'interpretazione nel tempo é stata diversa: la statua forse rappresenta le varie età dei metalli della storia o, in senso morale, rappresenta una partenza fragile dell'uomo, dopo la caduta dal paradiso terrestre, e un percorso verso un'età d'oro, un'età messianica. Tutto è possibile.

Il Canto di Capaneo e del Veglio di Creta, dimostra la singolare efficacia che nella cultura dantesca hanno le tradizioni classiche e quelle cristiane, il mito e la storia. Momenti diversi, che vanno dalla provocazione rabbiosa contro gli dei al pianto tragico che sgorga dalla statua, creano in questo 14° canto un'atmosfera misteriosa, ricca di sottintesi allegorici, e di richiami alla debole condizione dell'uomo che si allontana dalla retta via.

 
 
 

mercoledì 21 aprile 2021

LA QUESTIONE MERIDIONALE DOPO L'UNITA' D'ITALIA

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RELATORE: 

Tommaso CHISENA

 

 

  

     

Introduzione di Silvia LADDOMADA

Nei primi tempi dopo l'unificazione, l'Italia era ancora un paese in prevalenza agricolo; quasi l' 80% era analfabeta.

I motivi di questo stato di cose risalivano alla noncuranza dei governi preunitari nei confronti dell'istruzione popolare, che era stata ostacolata. Nel Sud i sovrani borbonici avevano lasciato deliberatamente la popolazione nell'ignoranza, convinti che tale decisione fosse più adatta a mantenere il popolo in obbedienza.

Incominciò a delinearsi in Italia fin dai primi anni di storia unitaria, il contrasto economico tra nord e sud, determinato dalla localizzazione delle industrie nelle regioni settentrionali e dal persistente carattere agricolo delle regioni meridionali.

Uno stato di cose, definito questione meridionale, un problema che pesò sullo sviluppo complessivo del paese e che perdura anche nei nostri tempi. Uno dei nodi più complessi della vita economica e politica italiana.

Il siciliano Francesco Crispi, divenuto poi capo di governo nel 1888 e grande statista dell'Italia umbertina, così scriveva a Garibaldi per spiegargli che cosa stava accadendo in Sicilia e i gravissimi rischi che la situazione comportava a livello nazionale.

"Mio generale credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore della prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che possa essere lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome (......)

La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più triste del borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa del meritato regime! Essa ritiene voi martire, noi tutti vittime della tirannide (....) Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro a una catastrofe.

E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra".

Relazione di Tommaso CHISENA

La "questione meridionale" nasce con l’unita’ d’italia nel 1861 ed e’ rappresentata dalle condizioni di arretratezza economica e sociale che via via si determinarono nell’ex regno delle due Sicilie rispetto al nuovo regno d’Italia a seguito della invasione dei piemontesi.

I sabaudi instaurarono da subito un sistema statale e burocratico simile a quello piemontese, con la eliminazione dei decreti dittatoriali ,ovvero le promesse di Garibaldi, a cominciare dalla distribuzione delle terre demaniali ed ecclesiastiche ai contadini, quindi la eliminazione delle terre comuni e degli usi civici ( semina, pascolo e legnatico) una tassazione sulla popolazione 4 volte maggiore ( da 12 tasse che esistevano nel regno borbonico a 26 tasse sabaude), la leva obbligatoria e l’occupazione militare. Tutto questo creò un malcontento che unito a quello degli ex soldati borbonici, dette vita ad una vera e propria guerra civile, che i piemontesi, anche attraverso i loro giornali, definirono "brigantaggio", visto che nel sud fu vietata la libertà di stampa sino al 1865.

Episodio della campagna contro il brigantaggio



 

La lotta di resistenza durò circa 6 anni, dal 1860 al 1866, con sentenze di condanna a morte applicate sino al 1870. Per reprimere questi patrioti, il governo invasore creò - su richiesta del famoso generale Cialdini un vero e proprio criminale di guerra- la legge Pica del 1863, denominata “ repressione al brigantaggio”, che permetteva alle truppe piemontesi di fucilare sul posto chiunque fosse trovato con un’arma. Inoltre furono inviati nel sud circa 120.000 soldati -la metà di tutto l’esercito-.

Questa guerra civile procurò più di 15.000 morti , 30.000 feriti e 100.000 prigionieri. Fu una guerra senza nome, perchè sui libri di storia italiana non c’é. Infatti sui libri di storia e’ definita lotta al brigantaggio- operazione di polizia contro criminali.

I sabaudi si affrettarono ad applicare le leggi vigenti nel regno di Sardegna, così come la costituzione rappresentata dallo Statuto Albertino, nonché la parificazione fiscale.

La leva obbligatoria fu applicata dal generale Cialdini già a gennaio del 1861 nell’ex regno delle due Sicilie, dove non esisteva, in quanto l’esercito era formato da soli professionisti, così come é oggi in Italia.

La parificazione fiscale, con una maggiore tassazione su di un popolo abituato a pagare solo 12 tasse rispetto alle 24 nuove tasse, e la famosa tassa sul macinato, mise in pericolo l’economia del sud .

Inoltre, la vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici, che tolse la fonte di sostentamento a centinaia di migliaia di persone, rappresentò la prima rapina dei sabaudi ai danni del sud.

Nel regno delle sue Sicilie vi erano enormi estensioni di terre demaniali di proprietà pubblica, costituita da boschi e pascoli, usati gratuitamente da tutti i cittadini. Altrettanto erano le proprietà dei conventi, dei monasteri e degli istituti di beneficienza, date in fitto ai contadini.

Il nuovo governo nazionale, oberato da tantissimi debiti, per la massima parte da debiti del Piemonte( indebitato per piu’ di 4 volte il suo pil), non potendovi far fronte si appropriò dei beni ecclesiastici e demaniali e li vendette ai privati per far cassa.

Ordunque , la rivolta - che diventerà una guerra civile - non scoppiò per le tasse o per la terra, che di certo furono concause, ma perché il popolo si sentì tradito dalle promesse fatte da Garibaldi e da Vittorio Emanuele II, a cui avevano dato fiducia.

Come conducevano la guerra i piemontesi

Le notizie sono frammentarie, perché’ occultate da chi gestiva l’informazione sabauda, per motivi politici, sia allora sia dopo: dal ventennio alla repubblica italiana.

Ad esempio, presso il paese di Pontelandolfo (Benevento) una banda di briganti attaccò una compagnia di soldati piemontesi e ne uccise alcuni. Pochi giorni dopo, il 14 agosto 1860, circa 500 soldati savoiardi di notte circondarono il paese e lo rasero al suolo, facendo strage di donne vecchi e bambini. Qualche giorno dopo stessa sorte toccò agli abitanti di Casaldini. Anche a Scursola, vicino ad Avezzano (L’aquila), avevano trovato rifugio gli uomini di una banda di un certo Giorgio, detto piccione. Questi aveva fatto ospitare i feriti presso la locale caserma e fatto distribuire gli uomini nel paese. Avvisati da qualche spia locale, arrivarono i piemontesi, che ammazzarono prima tutti i feriti poi radunarono gli uomini presso il cimitero e, dopo averli seviziati, ne ammazzarono 167.

Due brigantesse famose

Anche nei confronti dei civili fecero cose atroci : bastava un semplice sospetto, bastava che chi si portassero dei viveri fuori paese, donne o bambini che fossero, per essere immediatamente fucilati.

Un altro esempio del disagio provocato dalla situazione economica e sociale e dalla contrarietà alla leva obbligatoria fu la “ rivolta del sette e mezzo”. Questo tumulto scoppiato a Palermo nel 1866, e così chiamato perché durò sette giorni e mezzo, fu represso nel sangue dal generale Raffaele Cadorna, padre di Luigi.

La stroncatura nel sangue delle rivolte nel meridione creò il clima adatto per l’affermazione delle mafie in Sicilia e nelle altre regioni del sud.

La questione meridionale non troverà mai una sua soluzione, neanche nei vari cambiamenti di regime. Qualche passo in avanti si ebbe solamente nel secondo dopoguerra con la riforma agraria e la nascita dello svimez, e poi della cassa del Mezzogiorno.

L’economia nell’ ex regno delle due Sicilie.

Il Sud aveva più denaro e pagò i debiti del nord. Parliamo del banco di Napoli, o meglio della guerra intentata dallo stato unitario, e quindi dalla Banca Nazionale ( creata dalla fusione della banca nazionale del regno di Sardegna con la banca nazionale di Toscana e la Banca di credito toscana) contro il banco di Napoli. Al momento dell’unita’ vi erano 5 istituti di emissione ( stampa di carta moneta in ragione di 1/3 di valore in oro depositato) : banca nazionale sarda, banca nazionale di Toscana, il Banco toscano di credito, il Banco di Sicilia e il Banco di napoli. Chiunque presentava carta moneta all’istituto di emissione aveva in oro il cambio.

La banca nazionale aveva risorse auree in lire, pari a 26.000, il Banco di Napoli pari a 48.000.

Per avere una idea di moneta circolante, nel sud circolava il 66% della moneta italiana sul 37% della popolazione italiana: quindi ogni meridionale aveva il quadruplo della moneta a disposizione, rispetto alla media degli italiani.

La lotta contro il Banco di Napoli e’ iniziata con l’apertura delle filiali al sud del Banco nazionale e di contro con il divieto al Banco di Napoli di apertura di filiali al nord.

La Banca nazionale quindi vendeva titoli al Sud, che aveva in cambio carta moneta emessa dal Banco di Napoli, che a sua volta cambiava in oro alla Banca nazionale, la quale emetteva altra carta moneta per il triplo del valore. In poco tempo ci fu per il Banco di Napoli una consistente emorragia di oro, che non poteva più comprare dal mercato, a causa del divieto imposto dal governo, al contrario della Banca nazionale a cui era permesso l’acquisto sul mercato. Risultato: il Banco di Napoli aveva sempre meno oro e la banca nazionale sempre più liquidità. Quindi il Banco di Napoli subì un drastico taglio ai prestiti e ai finanziamenti al commercio, all’industria e all’economia del sud, mentre la Banca nazionale al contrario elargì prestiti e finanziamenti al nord per le attività industriali, commerciali e agricole, tali da trasformare la palude padana in pianura padana.

Dopo qualche anno le riserve auree del Banco di Napoli si ridussero da 48 a 42 milioni, mentre quelle della Banca nazionale passarono da 26 a 157 milioni. 

Fine della lotta

Un gruppo di briganti

Il banco di Napoli si alleò con la Banca nazionale ed aprì le sue filiali al nord, con la beffa oltre che al danno, di finanziare le imprese del nord. Morale: sud e nord finanziavano solo il nord. Le industrie del sud chiudevano, quelle del nord ingrassavano. Nonostante ciò, parecchie banche del nord improvvide furono salvate dal banco di Napoli, dal fallimento.

Ma quando nel 1887 il banco di Napoli rifiutò il salvataggio della banca di sconto torinese, il governo intervenne disponendo il commissariamento con lo scioglimento del suo Cda.

Nel 1898 nacque la banca d’Italia con la sottoscrizione di 300.000 azioni dalle altre banche italiane. Bene, su 300.000 azioni, al Banco di Napoli ne dettero solo 20.000, mentre alla sola Liguria ne dettero 120.000. Iniziava il triangolo industriale di Torino-Genova -Milano.

Istruzione pubblica

A sud, nel 1860, vi era una sola università, quella di Napoli. Inoltre vi erano gli studi dell’Aquila ,di Bari, di Salerno e di Catanzaro, che per serietà di studi valevano quanto delle universita’. Nel 1899 ( meno di quarantanni dopo l’unita’), la situazione é la seguente: su 17 universita’, nel meridione é rimasta solo quella di Napoli e inoltre sono stati soppressi gli studi di Bari, Salerno, Catanzaro e l’Aquila. Al nord, università che valevano meno, furono trasformate prima in università secondarie e poi in primarie come: Macerata, Sassari, Siena, Modena , Parma e Pavia. In tutto il meridione, niente.

Il contributo dello Stato per l’universita’ di Napoli, che contava 5.200 iscritti, era molto inferiore a quello dato all’universita’ di Roma, che contava 1.700 iscritti.

Pur pagando le stesse tasse, molte scuole al nord, poche scuole al sud, e mal distribuite. Questo fece aumentare di molto il problema dell’analfabetismo.

pertanto il divario scuola, dovuto alla differenza di trattamento a favore del nord, si aggiungeva agli altri svantaggi che il sud accumulava.

Addetti all’industria.

La superiorità del sud nel 1861 era presente in tutti i settori. Gli addetti all’industria erano notevolmente superiori a quelli del nord, che era privo di industrie e con una agricoltura poco sviluppata. Infatti rispetto alle numerose attività industriali del sud, che nel giro di poche decenni arrivarono alla chiusura o fallimento, l’agricoltura tenne bene per circa 20 anni, in quanto i prodotti erano da sempre esportati all’estero, sino a quando nel 1887 il governo emanò una legge sul protezionismo, per tutelare i prodotti del nord, impedendo a quelli, soprattutto francesi, di invadere il commercio del nord.

Ciò portò ad un impoverimento dell' agricoltura del sud – in aggiunta agli altri settori - non potendo più contare sulla esportazione dei propri prodotti.

Altro enorme divario si ebbe nel campo delle opere pubbliche.

Ad esempio quelle idrauliche. Dopo l’unita’ d’Italia furono spesi 480 milioni al nord e solo 2 milioni al sud.

Le ferrovie. Nel 1860 vi erano in tutta l'Italia 2000 km. di ferrovie. In soli 5 anni al nord furono costruite altri 3000 km. Lo Stato spese per i primi 4 decenni al nord 2.732 milioni, al sud solo 856 milioni. Questo divario e’ sempre stato costante, e lo troviamo persino nel 1945, allorché l’America ci regalò il surplus dei suoi materiali, che lo Stato distribuì al 73% al nord, al 17% al sud e al 10% alle isole. La stessa cosa avvenne per la distribuzione degli aiuti del piano Marshall.

Lo Stato nel decennio del 1890 spendeva per ogni 100 lire di tasse incassate 90 al nord e 60 al sud.

E' questa la questione meridionale.

Il sud dopo l’unità d’Italia e’ stato trattato come una colonia, funzionale allo sviluppo e ricchezza del nord. Infatti il sud deve fornire il capitale attraverso l’uso dei suoi risparmi e deve fornire lavoro quando richiesto.

L’emigrazione

Storicamente le emigrazioni sono il risultato delle diverse velocità di sviluppo economico tra paese o tra regioni.

Fino all'unità d’Italia, nel regno delle due Sicilie le emigrazioni furono scarse e temporanee. Il fenomeno più grosso era quello degli abruzzesi che stagionalmente, in numero non inferiore a 30.000 unità, si recavano nel casertano o nella campagna laziale.

Nel sud a seguito della invasione piemontese il fenomeno della emigrazione iniziò dopo il 1865 circa, con la fine della guerra di resistenza dei meridionali contro i militari sabaudi.

Squadriglia di Carabinieri

La prima reazione e’ stata emotiva e fu determinata da cause politiche e militari; infatti la prova é data dal fatto che i primi emigranti si diressero nel nord Africa e nel sud America, in Argentina. Questi non erano paesi di sviluppo economico, ma molti contadini erano attirati dalla terra da coltivare. Poi proseguì in costante aumento per la grave crisi economica, soprattutto dal 1876, anche in altri Paesi, come gli Stati Uniti, dove a cavallo del '900 emigrarono dal sud e dal nord circa 6 milioni di italiani, attratti da un paese in forte espansione industriale. Si calcola che fra il 1876, anno in cui si cominciarono a rilevare ufficialmente, e il 1985, circa 26.5 milioni di italiani lasciarono il territorio nazionale. Poi al sud l’emigrazione continuò, mentre al nord mano a mano decrebbe. Nel ventennio 1920/1940 per ragioni politiche si ridusse a zero. Ma ci fu quella indotta, nelle colonie italiane in nord Africa.

Nel dopoguerra, dal 1950 al 1970, riprese una fortissima emigrazione dal sud verso il nord, bisognoso di manodopera a basso costo, e verso paesi europei come la Germania, il Belgio, la Francia e la Svizzera.

Ciò a dimostrazione che l’emigrazione fu una delle pesanti conseguenze della mancata risoluzione, da parte dei governi italiani, della questione meridionale.

Governi dall’unita’ d’Italia a Giolitti

1861/ 1876 : destra storica liberale di Cavour. Nel 1876 il ministro alle finanze Quintino Sella raggiunse, per la prima ed unica volta, il pareggio di bilancio. ( oggi abbiamo da 18 anni, unico paese in Europa, un avanzo primario, ovvero che le entrate superano le spese. Ma dovendo aggiungere gli interessi sui debiti, ecco che il nostro bilancio non é più a pareggio, bensì in disavanzo).

1876/ 1900: governo della sinistra con Depretis ( si attuò il trasformismo) e poi Crispi ( braccio destro di Garibaldi, anzi la mente), che governò dal 1887/1891 e dal 1893/1896, distinguendosi per tendenze autoritarie e repressioni sanguinose, come quella dei moti di Milano del 1898, contro il caro vita, in cui i manifestanti furono addirittura cannoneggiati dal generale Bava Beccaris.

Considerazione finale:

Se l’unità d’Italia non si fosse realizzata con la conquista militare, ma ad esempio con il consenso di tutti gli stati dell’epoca, in una federazione iniziale, forse la storia d'Italia sarebbe stata diversa.

LA QUESTIONE MERIDIONALE(Video)

 

 

 

mercoledì 14 aprile 2021

LA DIVINA COMMEDIA: INFERNO-PIER DELLE VIGNE (13° CANTO)

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RELATRICE: SILVIA LADDOMADA

Dante e Virgilio hanno lasciato la città di Dite, dove Dante ha incontrato gli eretici e si é intrattenuto con Farinata degli Uberti.

 

 Prima di scendere nei tre cerchi successivi, attraverso la voce di Virgilio, Dante sente la necessità di sottolineare ancora una volta che l'ordinamento delle anime dannate non é casuale. Vuole descrivere il sistema penale dell'Inferno, vuole dimostrare che la poesia e la dottrina sono ordinate tra loro, formano la struttura architettonica, morale, del regno infernale, ma anche del Purgatorio e del Paradiso.

Parla Virgilio, ma é Dante a parlare al lettore. Egli si ispira all'Etica Nicomachea del filosofo greco Aristotele e ai Padri della Chiesa. Da Aristotele deriva il principio che le tre disposizioni al male che Dio non tollera sono l'incontinenza, la malizia, la matta bestialità.

L'incontinenza é il peccato dell'uomo che cede all'impulso delle passioni, dell'uomo in cui la ragione é annebbiata dall'istinto.

La malizia é il peccato dell'ingiuria perpetrata da parte di chi volutamente viola il diritto altrui, da parte di chi ha intenzione di fare un'ingiustizia a qualcuno. Questa malizia si può manifestare attraverso la violenza o attraverso la fraudolenza, l'inganno, la matta bestialità.

Sono colpe gravi, perché c'é la partecipazione della volontà a fare il male e la lucida conoscenza dell'atto peccaminoso.

La classificazione dell'incontinenza rispecchia, invece, il catechismo della Chiesa.

Le anime sono classificate secondo l'abbandono, senza rimorso, senza pentimento, ai 7 vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia. Sono peccati passionali, ammessi per debolezza, ma pur sempre trasgressioni

Nel cerchio dei lussuriosi Dante ha incontrato Francesca da Rimini e Paolo.

Nel cerchio dei golosi il fiorentino Ciacco, nel cerchio di avari e prodighi, molte anime di chierici e anime non identificate, nel cerchio di accidiosi e iracondi Filippo Argenti, un fiorentino che racchiude in sè l'ira, la superbia, l'invidia, intesa come rivalità tra prepotenti.

A differenza delle classificazioni dei peccati dei testi teologici, c'é però nell'Inferno dantesco un rapporto più umano col peccato. I peccatori hanno una loro concreta fisionomia, hanno peccato come peccano tutti gli uomini sulla terra, sono stati uomini comuni o uomini grandi, capaci anche di nobili azioni. Dante prova sdegno, compassione, pietà, orrore, ma c'é sempre da parte del sommo poeta un'umana commozione, e questo spesso porta il lettore a provare un sofferto senso di colpa di fronte ai peccati che scorrono, e anche un orrore più profondo per la pena eterna.

Più gravi, e perciò punite più severamente, sono le trasgressioni compiute per colpevole deviazione della ragione. Un peccato a parte é infatti, l'eresia, soprattutto quella epicurea, che nega la spiritualità e l'immortalità dell'anima e fa vivere i seguaci non da uomini secondo ragione, ma da bestie, secondo l'appetito sensitivo. E' un peccato di bestialità della ragione, quindi più grave rispetto ai vizi capitali.

Dopo questa pausa didascalica, i due pellegrini lasciano la città di Dite e attraverso una rupe scoscesa e pericolosa scendono nel 7 cerchio: il cerchio dei violenti. Il custode é il Minotauro, un mostro dal corpo umano e dalla testa di toro, personaggio mitologico, qui trasformato in demone, simbolo allegorico della violenza cieca e bestiale. Questo cerchio é diviso in tre gironi, tre strati, in cui sono condannati i violenti contro il prossimo, i violenti contro se stessi e i loro beni, i violenti contro Dio, la natura, l'arte.

Di fronte ai pellegrini si presenta un fossato pieno di sangue bollente, il fiume Flegetonte, in cui sono immerse le anime dei violenti contro il prossimo, cioé i tiranni, gli assassini, i predatori, che usarono gli averi e la vita degli altri a loro piacimento, con malvagia intenzione. Essi sono tenuti a bada da gruppi di Centauri, personaggi mitologici, metà uomo e metà cavallo, simbolo allegorico della violenza realizzata per mezzo dell'intelligenza.

I Centauri impediscono alle anime di uscire dal fiume e colpiscono con frecce chi tenta di sollevarsi dal sangue bollente. Virgilio preferisce spiegare a Chirone, capo dei Centauri, le ragioni del loro viaggio, non al Minotauro.

Chirone era, nella mitologia, un saggio, sapiente e accorto maestro di umanità e di valore, noto anche come il maestro di Achille. Chirone, verso cui i due pellegrini mostrano una certa simpatia, li affida a un Centauro, Nesso, e sulla groppa di questi Virgilio e Dante costeggiano il fossato per scendere nel secondo girone.

Nesso indica alcuni sanguinari tiranni che uccisero le persone, privandole dei loro beni, senza pietà. Alessandro Magno, Dionigi di Siracusa, Attila re degli Unni e alcuni assassini, signori d'Italia, e tanti ladroni che atterrivano i viandanti. Persone note, nel tempo di Dante.

Laddove il fiume abbassa il suo livello, Nesso fa scendere i due poeti. Essi si avventurano in un orribile bosco di piante scure, spinose, nodose e contorte, alberi spettrali su cui crescono non frutti ma spine piene di "tosco", di veleno. Sui loro rami sono appollaiate le Arpie, mitici mostri dal corpo di uccello rapace e volto di donna, tormentati da fame insaziabile.

La selva dei suicidi e le Arpie
Mostri di cui Virgilio aveva parlato nel suo poema, Eneide. Quando Enea era approdato in Sicilia, vide la sua tavola insozzata da queste figure mostruose, una delle quali predisse ai troiani pene e sventure prima di terminare il viaggio.

Sono giunti nel secondo girone del settimo cerchio, dove sono condannati i suicidi e gli scialacquatori, cioè coloro che agirono contro se stessi o contro i beni di fortuna che gli appartengono, dissipandoli, "biscazzano la loro facultade", con riferimento al gioco alla bisca.

Dante in questa selva non vede nessuno, però sente gemiti e lamenti e immagina che provengano da anime nascoste tra quegli alberi cespugliosi.

Virgilio gli suggerisce di staccare un ramoscello e appena Dante lo fa, dalla pianta esce del sangue e si ode una voce addolorata che invoca pietà per la sua triste sorte. 

Virgilio si scusa spiegando che era l'unico modo per convincere Dante che delle anime potessero essere trasformate in piante, e lo invita a rivelare il suo nome. 

Si tratta di Pier Delle Vigne, cancelliere dell'imperatore Federico II, il quale racconta che al culmine del suo prestigio, i cortigiani invidiosi, lo accusarono di tradimento e lo fecero cadere in disgrazia.

Per la vergogna egli si suicidò. (versi 22-78)

                                      

...Io sentia d’ogne parte trarre guai

e non vedea persona che ‘l facesse;

per ch'io tutto smarrito m'arrestai.

Cred' io ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.


Però disse ‘1 maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi».

 Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?


Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».


Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,


sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond' io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

     
«S'elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ‘1 savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ‘n vece
d'alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».

E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,
ch'i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ io un poco a ragionar m'inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn' uom tolsi;
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch'i’ ne perde’ li sonni e‘ polsi.

La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,
che’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto...

Mentre Dante e Virgilio, ascoltano il racconto, si odono dei rumori ed essi vedono due anime che corrono, inseguite da cagne nere fameliche.

Sono due scialacquatori, violenti contro i propri beni, (un giovane senese e un giovane padovano, noti per sperpero di denaro e dei propri beni); uno dei quali, nascondendosi in un cespuglio viene comunque raggiunto e sbranato, provocando tante sofferenze alla pianta, in cui è tramutato un altro anonimo suicida (giudice), che si dichiara originario di Firenze e prega i poeti di raccogliere ai piedi del cespuglio i rami rotti.

Non dice Dante chi sia questo suicida, ma incontrare un fiorentino che si impicca in casa, è un chiaro riferimento alla violenza delle fazioni che sconvolgeva la vita civile di Firenze.

Pier delle Vigne

Pier Delle Vigne era un poeta della scuola siciliana, fondata da Federico II a Palermo, nel ventennio del suo regno (1230-1250). 

Nella corte del re si radunavano tutti i poeti e letterati del centro-sud della penisola per cantare l'amore alla maniera dei trovatori provenzali; cantavano “l'amor cortese”, la donna come un essere irraggiungibile, esaltata per la sua bellezza fisica. Cantavano la lealtà e la dedizione assoluta del poeta all'amata. 

Molti intellettuali oltre ad essere poeti erano anche funzionari della moderna monarchia del Sud Italia, creata da Federico II.

In particolare Pier Delle Vigne (di Capua), era notaio, poi giudice della Magna Curia dell'impero e poi cancelliere e uomo di fiducia, anche personale, del sovrano, un potere senza limiti.

Dopo la sconfitta di Federico nella battaglia di Cremona nel 1248 (la guerra condotta dall'Imperatore contro i comuni italiani del Nord), Pier Delle Vigne fu accusato di tradimento, portato in carcere a San Miniato e poi accecato con un ferro rovente.

Si suicidò poi a Pisa, sfracellandosi la testa contro il muro.

Molti cronisti del tempo parlarono di accuse infondate, e lo stesso Dante condivide questa opinione.

Un altro personaggio verso cui Dante prova tanta pietà; egli non parla, se non per dire che non può parlare: si commuove di fronte a un funzionario fedele, che si suicida perché ingiustamente accusato di tradimento.

In quanto uomo onesto egli ha sofferto senza colpa e Dante capisce il suo gesto, ma non lo giustifica.

Questo 13° canto è uno dei più drammatici della Commedia, in esso viene affrontato un tema di grande impatto umano e teologico, il suicidio.

A differenza dei filosofi classici, che arrivavano a legittimare il suicidio a considerarlo una manifestazione di grandezza d'animo (Catone, nel Purgatorio), per la religione cattolica il suicidio è una grande ingiuria nei confronti dell'amore di Dio. 

Ma quello che interessa a Dante non è tanto la condanna del peccatore, ma il tentare di capire come possa un uomo essere ingiusto con se stesso.

Per questo egli si serve di una figura nota per la sua moralità: un innocente, condannato ingiustamente, che con il suo gesto diventa colpevole verso se stesso.

C'è forse qualcosa che Dante sente di avere in comune col poeta, entrambi furono letterati impegnati nella vita civile e politica, vittime dell'invidia dei contemporanei e condannati da coloro a cui avevano dedicato la vita: Federico II per Pier Delle Vigne e Firenze per Dante.

Ma Dante non ha ceduto alla tentazione del suicidio, ha preferito la strada dell'esilio. 

La tragica scelta del funzionario siciliano non impedisce a Dante di cantarne la grandezza morale, ma non può perdonare, perché Dio non perdona questo peccato, tant'è che con il Giudizio Universale i suicidi non rientreranno in possesso dei loro corpi ma, unici tra tutti i dannati, riporteranno le loro spoglie nella selva, per appenderle agli alberi. Il corpo rigettato starà per l'eternità davanti agli occhi dell'anima, che ancora lo vorrebbe ma non può.
Nel suo colloquio con Dante, Pier Delle Vigne usa un linguaggio prezioso, elaborato, retorico, parla di se', delle cariche avute, dei suoi onori, ci trasporta nella splendida corte di Federico II e poi con tristezza ricorda il rovesciamento della sua fortuna: l'invidia dei cortigiani malevoli, che come una meretrice insinuò sospetti nel cuore di Federico che lo allontanò dalla corte, sconvolgendo il suo animo e portandolo al gesto estremo. Un linguaggio delicato, rispettoso, che Dante fa usare all'anima, quasi un omaggio alla figura di questo letterato, maestro nello stile, che alla fine sembra gioire per aver incontrato Dante, da cui spera di essere riabilitato, ricordando, una volta tornato sulla Terra, la sua fedeltà a Federico.


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mercoledì 7 aprile 2021

2° incontro: "DAFNE e ACANTO" - Relatrice: Anna Presciutti Evento organizzato dall'Università del Tempo Libero e del Sapere ...

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La Divina Commedia: INFERNO (Ciacco-6° Canto/ Farinata-10° Canto)

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RELATRICE: SILVIA LADDOMADA

LA  DIVINA COMMEDIA: INFERNO                     CIACCO ( 6° canto) e FARINATA (10° canto)

Continuiamo il viaggio di Dante nell'Inferno.

Una voragine divisa in nove cerchi, custoditi da personaggi mitologici, nella veste di demoni. Un luogo buio, maleodorante, illuminato a tratti dai riverberi delle fiamme. Un luogo in cui i lamenti e le bestemmie dei dannati, le grida dei mostri infernali generano un'angoscia a volte insopportabile; un luogo in cui Dante usa un linguaggio basso, farcito di parole popolari e suoni aspri.

In ogni cerchio Dante condanna il peccato; le anime dei dannati che incontra, sono spesso trattate con pietà, con compassione, perché magari sono note per altre capacità, ma il peccato che Dante giudica in maniera inflessibile, é quello che ha condotto queste anime fuori dalla retta via.

Abbiamo visto che dopo aver ascoltato la storia di Paolo e Francesca, Dante commosso e impietosito, perde i sensi.

I due giovani amanti, nutriti di letture d'amore, erano stati condannati perché travolti dalla passione, che non avevano saputo controllare.

Nel terzo cerchio sono condannate le anime dei golosi, un vizio che diventa peccato se é dominante, se l'uomo vi si abbandona senza freni. Il peccato di gola non é uno dei più gravi, ma uno dei più animaleschi, perché riduce l'uomo a semplice sacca sensoriale. Non si solleva dalla sfera di ciò che é materiale, nega a se stesso la dimensione spirituale e intellettuale. Nega Dio e si condanna al suo inferno di fango e di puzza.

Custode del cerchio é il demone Cerbero,

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

il cane a 3 teste della mitologia, già custode dell' Averno.

L'ambiente é maleodorante, i dannati sono immersi nel fango tormentati da un'eterna pioggia fredda e opprimente, lacerati da Cerbero. Una descrizione realistica, violenta e crudele. Cerbero simbolo dell'ingordigia animalesca e irrazionale.

Mentre Dante e Virgilio avanzano, un dannato si alza dal fango e chiede a Dante se lo riconosce. Alla risposta negativa, si presenta: é il fiorentino Ciacco. Un fiorentino misterioso, uno che godeva di un pò di notorietà, al di là della ghiottoneria.

Per la prima volta Dante incontra un suo concittadino; tra i due c'é simpatia, c'é benevolenza verso Ciacco, nonostante la condanna morale.

E' un incontro a tema politico: si discute delle discordie interne a Firenze, causa dell'esilio.

Ciacco
Dante gli rivolge tre domande: una sull'esito dei conflitti tra Bianchi e Neri, l'altra sulla presenza di uomini giusti, un'altra sulle cause della discordia.

Ciacco prevede il momentaneo trionfo dei Bianchi e quello definitivo dei Neri. Segnala che in città ci sono 2 solo giusti, ma non vengono ascoltati. E indica come causa del conflitto la superbia, l'invidia (la rivalità tra cittadini ambiziosi), l'avarizia dei fiorentini.

 Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;
s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi».

Di questi mali morali che sconvolgono la città, si parla in questo 6° canto.

Per simmetria sarà un canto politico anche il 6° canto del Purgatorio, dove si parlerà delle discordie interne all' Italia.

E sarà politico il 6° canto del Paradiso, dove si parlerà delle discordie interne all'Impero.

Discorrendo tra loro, Dante e Virgilio arrivano al 4° cerchio, luogo destinato ad avari e prodighi, cioé coloro che desiderano arricchirsi eccessivamente e coloro che sperperano le proprie ricchezze in modo irresponsabile.

Spingono col petto enormi sassi e girano intorno al cerchio, scontrandosi con chi gira in senso opposto e si insultano a vicenda.  Custode del cerchio é il demonio Pluto (dio greco simbolo della brama di ricchezza).    Alla vista di Dante e Virgilio il demone urla parole incomprensibili (papè satàn, papè satàn aleppe).  Virgilio lo mette a tacere. Le sue parole di sapore greco, ebraico, sono l'immagine della confusione di babele che regna in questo cerchio.  Parole senza senso, che Momigliano definisce "segno di imbecillità a cui riduce l'avidità di ricchezze".

Dante giudica questo peccato in maniera polemica e sprezzante. Tra coloro che si sono affaticati inutilmente ad accumulare o a sperperare il denaro, senza saperlo usare con misura, ci sono religiosi, papa, cardinali, ma sono irriconoscibili, perché la loro vita fu priva dell'intelletto necessario a riconoscere lo scopo dell'esistenza.  Dante non traccia un profilo, non fa un nome.   In coloro che ripongono nel denaro il loro unico ideale, c'é assenza e  dissoluzione dell'umanità. Non si crea tra Dante e i personaggi nessuna comunicazione di sentimenti forti.

I peccatori sono massa informe e imbestialita. Sono vittime dell'avidità mondana, verso cui Dante esprime la sua indignazione morale. Essi non meritano nè un'attenzione, nè un ricordo. Dante si sente al di sopra del tumulto delle brame terrene. Preferisce proseguire e parlare d'altro. Infatti i due pellegrini si abbandonano a una disquisizione sulla Fortuna.

Virgilio gli dice che la Fortuna non é la dea bendata e imprevedibile degli autori classici, ma é "ministra" del volere divino, che toglie e dona agli uomini secondo un disegno imperscrutabile.

Filippo Argenti
Così, chiacchierando, i due poeti proseguono il cammino e arrivano nel 5° cerchio.    Questo é costituito da una grande palude (formata dalle acque del fiume infernale Stige), in cui sono immersi nel fango e avvolti da un fumo denso, gli iracondi e gli accidiosi (coloro che non hanno voglia di fare qualcosa di buono).

A fargli fare il giro della palude Stigia ci pensa un altro demone, Flegiàs, un nocchiero violento, che irrompe all'improvviso e dopo aver rimproverato Dante, li carica sulla barca, una barca che procede lentamente nelle acque fangose.

Improvvisamente un'anima, coperta di fango puzzolente, irriconoscibile, emerge dalla massa e si rivolge a Dante.

Dante lo riconosce, é il fiorentino Filippo Argenti, un uomo sempre accecato dall'ira e pieno di orgoglio. Dante lo tratta con durezza.

Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: «Chi se' tu che vieni anzi ora?».

 

E io a lui: «S'i' vegno, non rimango;

ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».

Rispuose: «Vedi che son un che piango».

 

E io a lui: «Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto».

 

Il dannato, adirato, si avvicina alla barca e tenta di capovolgerla senza riuscirci.

Virgilio loda Dante per il suo sdegno contro il dannato, che non ha lasciato cosa degna di memoria che lo onori, e per questo l'ombra é furiosa, e lancia un invettiva contro i prepotenti che si considerano re e lasciano tra gli uomini solo la memoria di misfatti spregevoli. intanto altri dannati si scagliano furiosi contro di lui, percuotendolo. E la pena continua.

Completamente immersi nella palude fangosa gli accidiosi, che vissero in maniera triste e inattiva.

Attraversata la palude, Dante e Virgilio scorgono un'alta torre e si fermano davanti alle mura infuocate della città di Dite.

Segue una scena concitata, quasi una rappresentazione teatrale.

1000 diavoli si affacciano dalle mura, gridano stizziti contro Dante, impedendogli di entrare, Virgilio cerca di placarli, ma quelli gli chiudono la porta in faccia.

All'improvviso appaiono le tre Furie, o Erinni, donne con i serpenti al posto dei capelli, tutte imbrattate di sangue (nella mitologia erano le dee della vendetta).

Per intimorire i due viaggiatori annunciano minacciose l'arrivo di Medusa, altra figura mitologica capace di pietrificare chi la guardasse.

Virgilio é in difficoltà, istintivamente copre gli occhi di Dante e gli chiede di voltarsi.

Dante teme che il viaggio si interrompa, Virgilio teme che Dante perda la fiducia in lui; momenti concitati, finchè sopraggiunge un angelo. I demoni fuggono, e l'angelo tocca con "una verghetta" la porta che si apre, rimprovera i diavoli e si allontana. Un messo venuto dal Cielo?

Lo stesso Dante invita il lettore a capire l'allegoria dell'episodio. Dalla città di Dite, Virgilio e Dante avranno accesso alla parte più profonda dell'Inferno, dove sono puniti i peccati più gravi. Le Furie e Medusa, rappresentano gli ostacoli che l'anima incontra nel liberarsi dal peccato, la mancanza di rimorsi e l'indifferenza davanti al male fatto. Per liberarsi non basta la ragione, occorre la grazia divina.

Spalancate le porte i due entrano e si trovano davanti una pianura vasta e deserta, cosparsa di tombe scoperchiate e infuocate.

All'interno ci sono gli eretici che "l'anima col corpo morta fanno", cioé gli epicurei, che non credono nell'immortalità dell'anima, ma anche gli atei o esponenti di altre sette ereticali, molto diffuse a Firenze nell'epoca di Dante, che non credevano nell'immortalità dell'anima.

Mentre percorrono la pianura uno spirito sorge dalla tomba e apostrofa Dante. E' il capo dei ghibellini Farinata degli Uberti, che profetizza a Dante il suo esilio. Dante é intimorito, ma Virgilio lo incoraggia.

 "O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto,

piacciati di restare in questo loco. 

 

La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patria natio

a la qual forse fui troppo molesto".

 

Subitamente questo suono uscìo

d'una de l'arche; però m'accostai,

temendo, un poco più al duca mio.

 

Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s'è dritto:

da la cintola in sù tutto 'l vedrai".

 

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s'ergea col petto e con la fronte

com'avesse l'inferno a gran dispitto.

 

E l'animose man del duca e pronte

mi pinser tra le sepulture a lui,

dicendo: "Le parole tue sien conte".

 

Com'io al piè de la sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: "Chi fuor li maggior tui?".

 

Io ch'era d'ubidir disideroso,

non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;

ond'ei levò le ciglia un poco in suso;

 

poi disse: "Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fiate li dispersi".

 

"S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte",

rispuos'io lui, "l'una e l'altra fiata;

ma i vostri non appreser ben quell'arte".

 

Farinata é un personaggio di alta statura morale, si erge in mezzo alla tomba come se non tenesse in nessun conto l'Inferno, o le pene assegnategli per l'eternità. Di lui Dante aveva chiesto a Ciacco, nel cerchio dei golosi, mostrando di ammirare il suo valore e il suo impegno a operare per il bene comune.

Farinata degli Uberti

Nonostante la differente appartenenza politica, Dante presenta Farinata come una figura orgogliosa, nobile e fiera. Nel loro colloquio c'é tensione, asprezza, tuttavia Dante riconosce i meriti dell'avversario ricordando il suo ruolo nella difesa di Firenze, quando i capi ghibellini avevano deciso di distruggere la città, dopo la sconfitta dei Guelfi a Montaperti.

Farinata svela che ciò che lo tormenta più della pena infernale, é il fatto che i ghibellini non siano più rientrati a Firenze, dopo la sua morte. Ma ammonisce Dante, anch'egli sarà ugualmente tormentato. E qui profetizza il suo esilio.


 e sé continitando al primo detto,
«S'elli han quell’arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa"


 Non passeranno 50 mesi (50 lune) dal momento del loro colloquio, prima che anche Dante si renderà conto di quanto sia duro l'esilio. Dall'aprile 1300 a giugno 1304, quando i Bianchi fuoriusciti furono sconfitti e Dante, ormai in esilio, perse per sempre la speranza di ritornare a Firenze.

Dopo aver abbandonato le tombe degli epicurei, Dante e Virgilio attraverso un cammino franoso, discendono verso il fondo dell'Inferno, dove sono puniti coloro che si sono macchiati del peccato della violenza e dell'inganno.

Colpe peggiori, perché questi dannati non solo sono stati incapaci di controllare le loro passioni, ma hanno consapevolmente violato le leggi divine.

 Ciacco

Per vedere il video cliccare QUI La Divina Commedia(CIACCO e FARINATA)
                                    

                                                                                               

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