venerdì 28 aprile 2023

Andrea Mantegna di Antonio Santoro

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 10° incontro: "ANDREA MANTEGNA" Relatore Antonio Santoro 

Evento organizzato dall'Università del Tempo Libero e del Sapere Minerva di Crispiano (TA)


Video: Andrea Mantegna di Antonio Santoro

venerdì 21 aprile 2023

RACCONTO MITOLOGICO: PIZIA di Anna Presciutti

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8° incontro: "PIZIA" - Relatrice: Anna Presciutti 
Evento organizzato dall'Università del Tempo Libero e del Sapere Minerva diCrispiano (TA)

 

 


VIDEO: PIZIA di Anna presciutti


giovedì 20 aprile 2023

COMMEDIA- PURGATORIO: STAZIO

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DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO: STAZIO

(canti 20°-21°-22°)

 23° INCONTRO

Relazione di Silvia Laddomada

Siamo nella 5° cornice. Virgilio ha interpretato lo strano sogno di Dante, la femmina balba, brutta prima e poi trasformatasi in una sirena ammaliante. Ma una donna giusta, squarciandole il ventre, aveva mostrato a Dante le sue brutture. La sirena rappresenta le false immagini del bene che ci attirano comunemente: la ricchezza, le bevande e i cibi deliziosi e i piaceri della carne. Ad essi corrispondono tre peccati: avarizia, gola, lussuria. Peccati che derivano non dal desiderio del male, ma da un esagerato desiderio di un ben terreno, non é il vero bene, ma é comunque legato alla prosperità e allo sviluppo della vita umana.

Questi tre peccati sono meno gravi degli altri,

e si scontano nella parte superiore del

Purgatorio, sempre però che l'anima si sia

pentita di questo eccessivo attaccamento. La

moderazione, la giusta misura, sempre.

Siamo nella cornice degli avari e prodighi. Distesi per terra, piangono e si lamentano. Non possono guardare in alto. In vita sono stati legati ai beni terreni, o per eccessiva avarizia o per prodigalità, cioè sperpero eccessivo dei propri beni. Si pecca quando si esagera.

Dante ha incontrato un papa, Adriano V, il quale rivestendo il manto papale aveva scoperto, dice, quanto bugiarda fosse la vita mondana.

Proseguendo, il poeta sente le anime che pronunciano esempi di povertà, e scorge un'anima che, nel ricordare la povertà di Maria che depose il Figlio in una mangiatoia, si esprime con una tale dolcezza che Dante vuole sapere chi sia.

L'anima dice di non essere un semplice avaro ma di essere,  

Io fui radice de la mala pianta 
che la terra cristiana tutta aduggia, 
sì che buon frutto rado se ne schianta.
(vv. 43-45, canto 20°).

E' Ugo Capeto, capostipite dei Capetingi, è lui la radice di quella cattiva pianta che oppresse la cristianità, tanto che raramente si coglie, tra loro, il frutto di qualche persona virtuosa.

I Capetingi governarono la Francia dopo i Carolingi. Ugo Capeto ricorda con rammarico che da lui sono discesi molti re francesi, avidi di potere e ricchezza, che con inganni e violenze si sono resi responsabili di tanti atti malvagi.

(Carlo D'Angiò uccise Corradino di Svevia, ultimo discendente degli Svevi nel Sud Italia. Poi avvelenò Tommaso D'Aquino. C'é quel Carlo di Valois, che intervenne a Firenze, nella disputa tra Guelfi bianchi e Guelfi neri, schierandosi con i Neri, e decretando l'esilio dei Bianchi, Dante compreso. E poi Filippo IV il Bello, nemico di Bonifacio VIII, che arrestò e schiaffeggiò il papa ad Anagni.) Il papa, per la forte umiliazione, morì pochi mesi dopo. Venne poi eletto Clemente V, che trasferì la sede pontificia ad Avignone, sotto il diretto controllo dei re di Francia.

Ugo Capeto quasi invoca l'ira punitrice di Dio, nei confronti dei suoi discendenti.

 "O avarizia, che puoi tu più farne, 
poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto"
(v. 82-83).

(Oh avarizia, cos'altro di peggio puoi farci, dopo aver attirato a te la mia discendenza?)

Ugo Capeto

in questo sfogo di Ugo Capeto dobbiamo leggere anche una condivisione dell'imprecazione da parte di Dante, perchè l'avarizia "é una delle tre faville ch'hanno i cuori acceso", aveva detto Ciacco nell'Inferno, parlando del malessere di Firenze. L'avarizia, la famosa lupa che spaventò Dante nella selva, al punto da fargli rinunciare a salire il monte.

Quindi, ascoltato lo sfogo di Ugo Capeto, i due poeti riprendono il cammino.

 

All'improvviso sentono tremare il monte e da ogni parte si leva un canto di gioia " Gloria a Dio nell'alto dei Cieli".

                                                  Dice Dante: 

No’ istavamo immobili e sospesi 
come i pastor che prima udir quel canto, 
fin che ‘l tremar cessò ed el compiési.
(v. 139-141)

(Rimanemmo immobili come i pastori di Betlemme , finchè il canto e il terremoto cessò).

Prima di sapere cosa sia successo, é necessario evidenziare l'interessante incontro che avrà adesso Dante con un personaggio famoso, il grande poeta Stazio, originario di Napoli, vissuto tra il 45 e il 96 d.C., uno dei principali esponenti della poesia epica dell'età dei Flavi (Tito e Domiziano).

Dante, Virgilio e Stazio

Stazio sarà, insieme a Virgilio, la guida di

Dante nell'ultima parte del Purgatorio, fino

a quando Dante e Beatrice voleranno verso

il Paradiso.

Dante ha scelto Stazio, come simbolo della filosofia morale, della ragione illuminata dalla fede, che sorregge la ragione umana, Virgilio, per poter proseguire il cammino fino all'arrivo di Beatrice, che rappresenta la scienza divina, la teologia.

Vedremo nel corso dell'incontro quanto affetto, quanta riconoscenza ha Stazio nei confronti di Virgilio.

Grazie a lui ha vissuto una grande esperienza intellettuale che lo ha incoronato poeta e grazie a lui Stazio ha conquistato la fede cristiana.

Nel loro incontro Dante é presente, ma é soletto, sembra in disparte, compiaciuto dai loro discorsi.

Un incontro in cui si assiste al trionfo dell'intelligenza, c'é un affetto, un amore filiale, una intimità tra spiriti intelligenti e colti. Dante dà molta importanza alla funzione civile e spirituale della poesia, crede nel poeta vate.

Crede nella poesia classica latina, rappresentata da Virgilio e dal suo discepolo Stazio, come presupposto, come base per l'opera di letterati e filosofi medievali.


Canto 21°

I due poeti, impressionati dall'improvviso terremoto, camminano veloci, curiosi di sapere.

Un'anima, dietro di loro, li saluta dicendo "O frati miei, Dio vi dea pace".

I due pellegrini si girano e ricambiano il saluto, ma Virgilio precisa che per lui non c'è speranza di pace, perché é relegato nell' "etterno essilio", é un'anima del Limbo, che sta accompagnando Dante, che é vivo, in un viaggio voluto da Dio.

Virgilio gli chiede il perché del terremoto, e l'anima risponde che non é un fenomeno con cause fisiche, ma succede quando un'anima, ormai libera dalle colpe, del tutto purificata, lascia il Purgatorio; una gioia condivisa dalle altre anime penitenti, che glorificano Dio per questo. Stazio é pronto per andare in Paradiso.

Alla richiesta di Virgilio, l'anima di Stazio si presenta: fu un poeta famoso, ricorda compiaciuto i propri trionfi poetici, dice di essere vissuto a Roma al tempo in cui l'Imperatore Tito distrusse Gerusalemme (70 d.c.), é autore di due grandi poemi Tebaide e Achilleide (le vicende di Tebe e di Achille).

Aggiunge di essersi interessato alla poesia grazie alla conoscenza dell' Eneide di Virgilio, fonte ispiratrice delle sue opere, la quale "mamma fummi/, e fummi nutrice, poetando". 

de l’Eneida dico, la qual mamma 
fummi e fummi nutrice poetando: 
(v. 97-98)

Confessa la sua ammirazione per Virgilio, dicendo che, se fosse stato possibile essere vissuto sulla terra al tempo di Virgilio, sarebbe disposto a rimanere un altro anno solare in Purgatorio.

Nonostante Virgilio abbia fatto cenno a Dante di tacere, il poeta fiorentino sorride a Stazio, accortosi dell'occhiolino, é curioso di sapere.

Quindi Dante rivela l'identità della sua guida e Stazio, colmo di gioia, si inchina ad abbracciare i piedi di Virgilio, dimenticando di essere entrambi ombre incorporee.

Un quadretto umano, una leggerezza tra uomini, più che tra autorevoli poeti.


Canto 22°

Intanto un angelo cancella la 5^ P dalla fronte di Dante e i tre poeti, in un clima di confidenza e di amicizia si avviano verso la 6^ cornice.

Dante segue in silenzio e più rilassato il discorso dei due grandi.

Intanto Virgilio dice a Stazio che sapeva della sua ammirazione per lui, perché un poeta romano, Giovenale, ne aveva parlato nel Limbo, per cui, confidenza per confidenza, Virgilio esprime la sua meraviglia nel saperlo penitente nel girone degli avari.

Stazio, sorridendo, gli risponde che lui non ha scontato il peccato dell'avarizia ma quello della prodigalità.

Per la Chiesa, avarizia e prodigalità sono colpe di "dismisura" nella ricerca e nell'uso dei beni materiali.

Cioè l'attaccamento o lo sperpero dei beni materiali é una colpa se sono incontrollati, esagerati.

Ancora una volta, Stazio ringrazia Virgilio, perché la lettura di un passo dell'Eneide lo aveva indotto a riflettere sulla sua condotta, per cui si era pentito, evitando di finire nel cerchio di avari e prodighi dell'Inferno (4° cerchio, canto 7°).

"Perché non reggi tu, o sacra fame/ de l'oro, l'appetito dei mortali?" (o sacra fame dell'oro, perché non regoli nella giusta misura l'appetito dei mortali?).

Virgilio aveva commentato così, nel 3° libro dell'Eneide, l'uccisione di Polidoro da parte del cognato, per impossessarsi della sua ricchezza.

Per questo dice Stazio,

"Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali 
potean le mani a spendere, e pente’mi 
così di quel come de li altri mali".     
(vv.43-45).

(Allora mi accorsi che le mani si potevano allargare troppo nello spendere e mi pentii tanto del peccato di prodigalità, quanto degli altri).

Virgilio, riferendosi alle opere famose di Stazio (Tebaide, Achilleide) nelle quali il poeta latino invoca l'aiuto delle Muse, gli chiede come mai, da pagano, sia diventato poi cristiano.

Quale divina illuminazione, quali ammaestramenti umani lo hanno guidato?

Ancora una volta Stazio riconosce il merito di Virgilio.

"Se così è, qual sole o quai candele 
ti stenebraron sì, che tu drizzasti 
poscia di retro al pescator le vele?».

                            
Ed elli a lui: «Tu prima m’inviasti 
verso Parnaso a ber ne le sue grotte, 
e prima appresso Dio m’alluminasti.

                           
Facesti come quei che va di notte, 
che porta il lume dietro e sé non giova, 
ma dopo sé fa le persone dotte, 

                                   
quando dicesti: ‘Secol si rinova; 
torna giustizia e primo tempo umano, 
e progenie scende da ciel nova’.                               
Per te poeta fui, per te cristiano".
(vv.61-73)

(Tu per primo mi hai avvicinato alle Muse, e tu per primo mi hai guidato verso Dio. Hai fatto come colui che cammina di notte e porta il lume dietro, non utile a sè quindi, ma alle persone che seguono.

"Il mondo si rinnova, torna la giustizia e la prima età dell'oro, dell'innocenza; dal cielo scende una nuova generazione").

Questi versi sono presenti nella 4^ Bucolica di Virgilio.

Nel primo periodo del Cristianesimo, questi versi furono interpretati come una profezia dell'avvento di Cristo. Virgilio, quasi un profeta.

(Per merito tuo diventai poeta, per merito tuoi diventai cristiano)

Quindi, continua Stazio, cominciò a partecipare alle riunioni dei cristiani, aiutandoli addirittura durante le persecuzioni di Domiziano.

Aveva ricevuto il Battesimo, ma per timore di essere perseguitato, aveva tenuto nascosta la sua conversione. Per questo aveva sostato 400 anni nella cornice degli accidiosi.

Infine Stazio chiede a Virgilio dove sono tutti i grandi, che meritarono di ornare la loro fronte con la corona poetica dell'alloro e Virgilio gli risponde che sono nel Limbo, sia i grandi della cultura latina che quelli della cultura greca.

Anna Stallo

Elli givan dinanzi, e io soletto 
di retro, e ascoltava i lor sermoni, 
ch’a poetar mi davano intelletto.                     vv.127-129)

(Essi camminavano davanti e io dietro, solo solo, e ascoltavo i loro discorsi, che mi davano intelligenza e ammaestramento nell'arte di poetare).

Intanto sono arrivati nella 6^ cornice.

Qui i tre poeti si imbattono in un misterioso albero, simile a un abete rovesciato, con la chioma che si restringeva verso il basso.

Clara Sciurti
Da questo albero pendevano frutti buoni e profumati, irrorati da acqua freschissima che sgorgava dalla roccia. Tra le fronde, una voce vietava di cogliere i frutti, e ricordava esempi di moderazione (le donne romane che bevevano acqua e non vino, s.Giovanni Battista che nel deserto si cibava di locuste e miele selvatico).

In questa cornice scontano i loro peccati i golosi.

In vita divorarono con avidità cibi e bevande, ora devono passare sotto questo albero e devono soffrire la fame e la sete.

ANNA STALLO E CLARA SCIURTI HANNO LETTO PICCOLI TESTI SULLA PAROLA: "NOSTALGIA".


VIDEO: STAZIO di Silvia Laddomada 

domenica 16 aprile 2023

Antonello da Messina di ANTONIO SANTORO

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Anno Accademico 2022-2023 9° incontro: "ANTONELLO DA MESSINA" Relatore Antonio Santoro Evento organizzato dall'Università del Tempo Libero e del Sapere Minerva di Crispiano (TA)

 










VIDEO: ANTONELLO DA MESSINA

giovedì 6 aprile 2023

Nemesi di Anna Presciutti

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7° incontro: "NEMESI" - Relatrice: Anna Presciutti 

Evento organizzato dall'Università del Tempo Libero e del Sapere Minerva di Crispiano


 

Video: Nemesi

 

 



mercoledì 5 aprile 2023

LE TRADIZIONI PASQUALI A CRISPIANO di Silvia Laddomada

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LE TRADIZIONI PASQUALI

 22° INCONTRO

Relazione di Silvia Laddomada con interventi liberi dei presenti

Siamo in quaresima dal mercoledì delle Ceneri, rito religioso del pizzico di cenere versatoci sul capo dal sacerdote, per ricordarci che siamo polvere; per ricordarci, dopo la baldoria di carnevale, che le vanità e le frivolezze non sono valori.

E’ un periodo di penitenza, di privazioni per molti di noi, e non solo nella provincia di Taranto; è un periodo in cui ci proponiamo di rinunciare a qualche peccato di gola, facciamo a meno di un cioccolatino, della carne, soprattutto nei venerdì di Quaresima, mentre prima il non mangiare carne di venerdì era uno dei cinque precetti della Chiesa.

Di tutto questo tempo quaresimale, il periodo più intenso è quello della Settimana santa.

Si comincia dalla domenica delle Palme, in cui si partecipa alla funzione della benedizione dei rami d’ulivo, che poi scambiamo con parenti e amici dandoci gli auguri. Un tempo si credeva che più si stava vicino al sacerdote, più la benedizione fosse efficace, tant'è che si faceva a gara a chi arrivasse prima ai piedi dell’altare. Ovviamente gli auguri che ci scambiamo non sono pasquali, ma sono auguri di pace, quella pace interiore che ognuno di noi ricerca, e quella pace che ci porta a pensare alle guerre, sia quelle con le armi, sia quelle combattute con parole, gesti offensivi, con violenze, spesso anche tra le pareti di casa.

Un tempo, ed ecco la tradizione, l’abitudine consolidata, il ramoscello d'ulivo, la palma, era il simbolo oltre che della pace, anche dell’affetto, dell’amore, della fedeltà, della riconciliazione.

Veniva offerta alla fidanzata una palma finemente lavorata e, in prossimità del matrimonio, la palma veniva confezionata con l'aggiunta di un oggetto in oro, per chi se lo poteva permettere. La fidanzata ricambiava poi a Pasqua.

Veniva offerta ai genitori, ai suoceri, ai parenti e ai vicini con cui c'erano state delle incomprensioni, dei litigi, e si “faceva la pace”, si diceva. Ai ragazzi veniva insegnato che nel porgere la palma bisognava inchinarsi al genitore, e al nonno sopratutto, e baciare il dorso della mano, che loro offrivano, e poi entrambi baciavano il ramo ricevuto. Era un segno di sottomissione, di devoto rispetto per gli anziani della famiglia.

E’ tradizione anche quella di portare a casa un ramo più grande di ulivo benedetto e legarlo a qualche paletto sul tetto o terrazzo, per propiziarsi la grazia celeste, quindi come buono augurio per la famiglia. Un altro ramo veniva portato in campagna, collocandolo sul terrazzo della casetta o legandolo a qualche ceppo, per propiziarsi un buon raccolto. Altri rametti di ulivo si usa appenderli in casa, al chiodo di un quadretto religioso, al capezzale del letto, dietro la porta d'ingresso. Ramo che va a sostituire quello dell’anno precedente, che certamente nel frattempo ha perso le foglioline.

E nel ricambio, i miei genitori stavano attenti che io pronunciassi una piccola orazione ” ti brucio come ramo, ma ti bacio come palma", quindi si baciava il ramo vecchio e delicatamente lo si poneva nel secchio della spazzatura, o meglio nel fuoco che ardeva nel caminetto.

La Palma si portava, e si porta, al cimitero, con l'intento devoto e pio di augurare pace ai fedeli defunti, sollievo per le anime del purgatorio.

Poi comincia la settimana santa. Non ci sono riti o abitudini precise legate a ogni giornata, ma la tradizione vuole che questa settimana venga trascorsa in modo diverso dalle altre. Oggi l’evoluzione dei costumi, della vita sociale e lavorativa, il progresso mirano a semplificare o a trasmettere disincanto per alcune pratiche religiose, per alcune gestualità tanto sentite nel secolo scorso.

In questa settimana ( che coincide sempre con l'arrivo della luna piena di primavera, con la stagione che rappresenta il risveglio, il rinnovamento della natura) le donne si dedicavano alla massima pulizia di tutta la casa, interno ed esterno. Si incalcinavano le case, si diceva.

E poi ogni casa si trasformava in un'industria dolciaria, chi aveva il forno a legna lo metteva a disposizione delle vicine, il profumo dei dolci e dei taralli appena sfornati si diffondeva per le strade, le dispense si riempivano di taralli, col pepe, col finocchietto, con le uova ricoperti di glassa bianca, che ricordano secondo un’antica simbologia la corona di spine di Gesù, cosi come i biscotti intrecciati ricordano le funi che lo percossero. Dolci che non si dovevano toccare fino al giorno di Pasqua.

Per le figlie si preparava un dolce a forma di colomba con un uovo sulla pancia (per i ragazzi un cavallo con due uova, per i parenti un cestino con un uovo), da mangiare nella scampagnata di Pasquetta dove di solito, all'aperto, si finiva di consumare gli avanzi del pranzo pasquale.

Questo dolce ha una forte simbologia, la colomba è l’augurio che le ragazze possano volare lungo le vie della vita, serbandosi pure, ricche di fede e oneste in ogni loro azione. L'uovo è un augurio di fertilità, rimanda a riti antichissimi, come la venerazione per la dea Cerere, o per le grandi madri della religiosità mediterranea, statuette femminili con pance spropositate.

Accanto a questi momenti gustativi, molta attenzione si riservava al trascorrere delle altre ore delle giornate. In casa non si ascoltava più la radio, che spesso trasmetteva solo musica sacra; le donne pulivano bene le grattugie, perché fino a Pasqua non si doveva fare uso di formaggio. Si respirava un'aria di mesto raccoglimento.

Il giorno più solenne, dal punto di vista religioso, è il giovedì santo, in cui alla funzione religiosa e alla lavanda dei piedi segue la reposizione del santissîmo Sacramento nell' urna sull'altare.

Fino a qualche decennio fa, si parlava di Sepolcro, luci soffuse, preghiere silenziose, un’atmosfera di dolore, di morte. Le campane venivano legate, perchè non suonassero più, non si rideva, non si cantava. C’era una partecipazione più corale, più sentita, al dolore della Chiesa.

Oggi si parla di altare della reposizione, perché in effetti il Santissimo viene adorato, l'altare è ornato di fiori, luci, in consonanza con la festività liturgica dell’Eucarestia, istituita come sacramento nell' Ultima Cena.

C'è un particolare nell' allestimento dell' altare, oggi uguale a ieri. Accanto aIl' urna che contiene l'Ostia consacrata si sistemano sempre dei vasi da cui si affacciano esili steli verde chiaro, sono i semi di avena, orzo, lenticchie, legumi insomma, tenuti a germogliare al buio, chiusi in ovatta umida, curati con attenzione devota, fino a quando non si sviluppa un tappeto di erba chiara (per assenza di clorofilla).

Questi germogli ricordano la parabola del seme di grano, che deve marcire per dare frutto, che deve morire per far sorgere una nuova vita. E' il simbolico messaggio che la Resurrezione non può avvenire senza la morte, e che l'uomo deve prima morire ai suoi peccati, alle sue debolezze, per potersi riscattare e riprendere il cammino. Le statue allora venivano coperte da panni viola, perché da questo momento, lo sguardo, il pensiero fossero rivolti solo al grande sacrificio che stava per compiersi.

La tradizione e la devozione parlano poi della sosta, in preghiera, al tabernacolo delle altre Chiese.

Si doveva pregare in sette Chiese, o si girava da una Chiesa all'altra, fino a sette soste, se in paese non c'erano sette Chiese. Sette, un numero simbolico e perfetto (i sacramenti, le opere di misericordia, i vizi capitali, i doni dello Spirito santo, i giorni della settimana della creazione ) ma soprattutto le sette spade del dolore dell' Addolorata.

Il Venerdi santo è il giorno più doloroso. La Chiesa è spoglia: non un fiore, non un cero, non un canto; il rito é essenziale, la “messa sc'rrète”, si dice, perché vengono omesse alcune parti della Messa. In serata ha luogo la processione, con i simulacri che ricordano i momenti della via Crucis; le bande eseguono musiche funebri.

Oggi è sempre più diffusa la via Crucis vivente, in cui il fascino della sacra rappresentazione si mescola con la pietà popolare e la fede. Fin dal Medio Evo sul sagrato delle Chiese si organizzavano queste drammatizzazioni religiose, incentrate sulla Passione di Cristo, che allora, come oggi, coinvolgevano il popolo in un devoto e intenso raccoglimento. E' la riproposta alla memoria collettiva e individuale di un fatto avvenuto e storicamente incarnato nella storia di ogni uomo.

Secondo la tradizione, il momento della Resurrezione non si commemorava con la messa di mezzanotte, ma con le campane che squillavano a festa a mezzogiorno del sabato. Nelle fabbriche veniva azionato il suono delle sirene; le donne in casa battevano, con un bastone o un fuscello, ogni angolo di casa, per cacciare il diavolo, si diceva, accompagnati dai ragazzini che approfittavano per fare baccano autorizzato, suonando campanelli e sbattendo coperchi di pentole.

In campagna, i contadini esprimevano la gioia per la Resurrezione, battendo con una paletta metallica la loro zappa, per provocare un rumore e propiziarsi l'aiuto del Salvatore.

La sera del sabato si organizzava il “Canto delle uova”. Gruppi di giovani giravano per masserie, cantando delle serenate con strumenti musicali improvvisati, e chiedevano delle uova o altre cose da mangiare. Era un modo schietto e spontaneo per trascorrere delle ore in felice compagnia, e magari conoscere qualche ragazza da marito “iove, iove..”.

La domenica si andava a messa, sfoggiando un bel vestito nuovo. A casa con i parenti si pranzava riccamente, e si gustavano finalmente i dolci chiusi in dispensa e la “pezza dolce", la torta con pandispagna e crema. Un tempo solo a Pasqua si mangiavano i dolci e la torta.

Oggi i dolci non sono più una novità, ma resta pasquale solo una cosa: l'uovo di cioccolato.

L'uovo di Pasqua è un dono augurale, grande o piccolo che sia.

Ci siamo mai chiesti quale sia il suo significato simbolico e l'origine di questa tradizione?

Fin dal primo periodo del Cristianesimo l’uovo era il cibo principale consumato dai seguaci della nuova religione, nelle agapi.

Spesso nelle catacombe vennero trovati gusci dipinti o uova di marmo, simili per forma e grandezza a quelli delle galline. Quindi fin dalle origini i cristiani videro nell'uovo, che racchiude e genera una nuova vita, il simbolo della rigenerazione e della Resurrezione; perciò l’uomo doveva ricordare il suo significato soprattutto nella celebrazione della Pasqua, festa della Resurrezione.

Da laici ricordiamo che c'è un' antica credenza che l’uovo porti fortuna e prosperità.

Gli antichi Egizi cospargevano le rive del Nilo con uova di struzzo, affinché il limo rendesse più fertili le terre. Ma anche tra gli Assiri e i Babilonesi, gli Etruschi, i Romani l’uovo, o di struzzo, o di gallina, o di cicogna, era un amuleto, un oggetto efficace contro il male. Nelle religioni antiche l’uovo era il simbolo del rinnovamento della natura.

Oggi in molti paesi europei e asiatici si desidera che la cicogna nidifichi sul tetto della propria casa, perchè ogni uovo è segno di buon presagio.

In Cina, in India, in Giappone, i gusci delle uova venivano decorati in modo fantasioso ed elaborato e venduti in città come portafortuna. In Russia lo scambio era festoso, il popolo vedeva nell'uovo il simbolo dell'immutabilità dell'amore, e in festa la gente si recava, la notte precedente la domenica di Pasqua, ai cimiteri, per deporre uova fresche e dipinte presso le tombe dei loro defunti. (Durante la seconda guerra mondiale, mio padre che ha combattuto lungo il fiume Don, raccontava che per sopravvivere i soldati si recarono ai cimiteri per cibarsi di queste uova. Un gesto infame per la gente che la mattina dopo, recandosi al cimitero, scoprì con tristezza il furto).

In Italia fin dal Medioevo i ragazzi andavano alla questua delle uova, che dovevano servire per scambio doni, con parenti e amici, la mattina di Pasqua. Già allora questo dono pasquale era decorato con fantasia e confezionato da pasticcieri con fiori di zucchero sul guscio.

Oggi noi continuiamo questa tradizione, regalandoci uova rigorosamente di cioccolato, delizia agli occhi e al palato, insieme alla "colomba", della stessa pasta del panettone natalizio.



Video: Le tradizioni pasquali di Silvia Laddomada