mercoledì 27 maggio 2020

IL VALORE DELLA LIBERTA’ E DEL LIMITE

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Relatrice Silvia LADDOMADA


Vorrei rivolgere oggi un invito a riflettere su alcune emozioni che abbiamo vissuto in questi ultimi tre mesi, e su alcune consapevolezze che abbiamo acquisito. Siamo nella fase 2, diciamo.
Le raccomandazioni alla prudenza sono sprecate. Lo vediamo, in giro c’è gente che non rispetta le norme elementari, c’è chi sostiene che è stata tutta una farsa, che non c’è niente da temere.
Ci vuole davvero del coraggio, per sostenere queste idee.
La vita deve riprendere, è vero. Pensiamo ai disagi economici di molte categorie di lavoratori e lavoratrici. Si teme che se non siamo morti di coronavirus, potrebbe accadere che si debba morire di inedia, di fame. E questo è molto pericoloso, per le conseguenze sociali che ne deriverebbero.
Ricordate la canzone di Rita Pavone, “La pappa col pomodoro”? Ad un certo punto diceva “ La storia del passato ormai ce l’ha insegnato, che un popolo affamato fa la rivoluzion”. Ma non è di questo che dobbiamo parlare stasera.
Io condivido l’idea che ora si debba non riprendere, ma rinascere, dando importanza a tutto quello che nobilita la nostra umanità. Il dott. Lazzaro, riferendo un racconto del libro “Il cammino dell’uomo” di Martin Buber, ha detto che un giorno Dio va nel giardino e chiede “Uomo dove sei? A che punto sei nella tua vita?"
Bene, lo scopo è quello di far emergere quelle forze latenti insite in noi, quella carica di umanità che ci porta verso l’altro e verso l’alto.
Ritorniamo indietro col pensiero, rivediamo noi e la nostra vita alla fine di febbraio. Pensavamo che i nemici capaci di disturbare la nostra vita fossero l’immigrazione, la recessione, l’inquinamento, il terrorismo. Invece siamo stati costretti ad affrontare un nemico invisibile e terribile: un microorganismo, un virus, il coronavirus, che ha bruscamente trasformato la nostra quotidianità. La metafora bellica si è imposta rapidamente: è guerra?, non è guerra? Stranamente, però, a differenza di quanto accade in un conflitto armato, la nostra umanità si è manifestata con gesti di solidarietà e fratellanza. Di fronte alle devastazioni, al contagio che dilagava, che sorpassava confini regionali, e poi nazionali, e poi continentali, questa morte con la falce a tracolla, dalle fattezze medievali che seminava terrore a livello planetario, abbiamo capito che eravamo tutti uguali, non esistevano più confini, muri, eravamo noi, essere umani, ad affrontare nella stessa barca un’emergenza sanitaria epocale, un mare tempestoso con una riva sempre più lontana.
Abbiamo scoperto di essere capaci di un raccoglimento stretto, inusuale, che ci obbligava a unirci ai pensieri e ai sentimenti di tutti.
La vita improvvisamente è rimasta sospesa. Uno, due, tre...stella, tutti fermi, ricordate il gioco dei bambini?
Sono rimasti sospesi i progetti che avevamo in cantiere prima della crisi, è rimasta sospesa la nostra capacità di fare progetti nuovi. Noi, gente stanca, occupata, frettolosa, senza pazienza, con una vita che correva come un fiume, senza mai incontrare intralci, abbiamo improvvisamente capito che gli intralci fanno parte della vita. Ci è mancato improvvisamente quello che prima avvertivamo come dispersivo e travolgente: la frenesia degli spostamenti, la molteplicità dei contatti, degli incontri. Siamo stati costretti a vedere la vita da un divano. Prima poteva essere una prospettiva desiderabile, poi ci è sembrata una condanna senza appello. Improvvisamente l’imperativo categorico è stato: «io resto a casa». Sono venute meno le relazioni di affetto, di amicizia, di conoscenza. Preclusi gli incontri, le passeggiate, niente visita a genitori, a figli, a coniugi lontani. Niente bar, niente cinema, niente teatro, palestra, ipermercato, sport. Una semplice uscita è stata condannata come possibile, involontario pericolo di contagio. Le piazze sono diventate vuote e surreali, le città sembravano spettrali. Tutto era deserto. E’ stato drammatico quando il virus ci ha impedito di andare a mostrare l’affetto per chi era ammalato, affidandoci alle cure eroiche degli operatori sanitari. Nessuna possibilità di accompagnare i propri cari che hanno lasciato questo mondo. Per loro solo una veloce benedizione religiosa.
Questa pestilenza, che camminava invisibile di giorno e di notte, ci ha chiesto di non toccarci, di non stringerci la mano, di restare lontani gli uni dagli altri. Ma anche queste precauzioni non sempre sono bastate a rassicurarci. A seconda delle notizie ascoltate dai mass media, e a seconda del nostro stato d’animo, abbiamo sperato, ci siamo disperati, siamo stati fatalisti.
L’indeterminatezza temporale, il non sapere quando sarebbe finita l’emergenza, ha creato una specie di spaesamento.
Abbiamo dovuto imparare ad auto strutturare il tempo, che di solito è scandito dall’esterno.
Eppure in questo essere sospesi tra obbligata solitudine e desiderata socializzazione, in questo restare a casa, abbiamo sentito molto il bisogno di essere parte di un’unica realtà di relazioni.
Ci siamo preoccupati della salute degli altri e dei risvolti di un’emergenza sanitaria planetaria.
Il telefono e la rete sono stati gli strumenti che ci hanno permesso di tenere vive le relazioni, per non lasciare posto a sentimenti di isolamento e di abbandono. Attraverso il digitale abbiamo alimentato gli incontri interpersonali; abbiamo inviato messaggi, battute, vignette e video estemporanei; abbiamo moltiplicato le video chiamate, per salutarci, per fare cin-cin davanti allo schermo.
Nell’emergenza abbiamo dato il meglio.
E’ stata l’occasione per condividere la quotidianità dei figli. Ci siamo reinventati la vita in casa, in pochi metri, abbiamo condiviso gli spazi, abbiamo fatto qualcosa insieme, dalla cucina al disegno, al canto, al bricolage. Abbiamo sperimentato la presenza di tutta la famiglia, in cui si può anche dire di no, ma in un contesto in cui c’è tempo per recuperare la relazione.
Molti genitori si sono impegnati per consentire la didattica a distanza dei propri figli. Molti giovani hanno seguito le lezioni on line. Gli anziani sono diventati più digitali, per comunicare con figli e nipoti.
E non abbiamo avuto paura del silenzio. Si può restare in silenzio, magari davanti alla finestra a pensare, ad ascoltare il silenzio: pensare ci rende più umani, più consapevoli, più intelligenti.
E poi, nella memoria di tutti, resterà quel “andrà tutto bene”, scritto su bandiere improvvisate, disegnato dai bambini, rilanciato dai social. In questo tragico momento gli Italiani hanno dimostrato la capacità di resilienza. Dice una pubblicità: “Se non c’è la strada, gli Italiani sanno inventarsene una”.
L’Italia che resiste ha scelto due luoghi: le finestre o i balconi e i social network. Dai balconi i famosi flasc-mob: ad una certa ora si sentiva cantare l’Inno di Mameli, oppure si applaudiva in solidarietà col personale sanitario, che si consumava di fatica negli ospedali, prestando servizio nelle aree critiche.
O ancora si sono visti ondeggiare la luce dei cellulari o i lumini. La gente si è affacciata, ha cantato, suonato, ha alzato il volume dello stereo. E’ stato un modo per dire “ci siamo”, anche se a distanza, anche se dal luogo di confino delle pareti domestiche.
Spesso, attraverso la televisione, ha cantato e ha pregato tutta la nazione, o forse tutto il mondo. Come dimenticare la preghiera del Papa nel deserto di una piazza S. Pietro, su cui il cielo lasciava scorrere le sue lacrime di pioggia?
Non era mai accaduto prima.
Tutto questo testimoniava la gravità del momento, certo, ma è servito a raccogliere la gente, a dare coraggio, a stimolare un sentimento e una fiducia che sembravano incerti.
E’ stato esaltato il patriottismo, l’orgoglio di essere parte di una comunità, un chiudersi stretti per proteggerla. Siamo stati invitati, mentre risuonava l’Inno, a sventolare il Tricolore, una testimonianza di italianità, un comune sentimento di condivisione della nostra identità.
E poi abbiamo abbiamo fatto echeggiare le note delle canzoni «Nel blu dipinto di blu», «Azzurro», «La Canzone del Sole». «Tre brani, dice Paolo Giordano, che rappresentano tre generazioni. “Nel blu” è stato il brano che ha celebrato la rinascita dell’italianità dopo la guerra. “Azzurro” ha accompagnato l’Italia a vivere i decenni del benessere, prima delle contestazioni del 1968 e la “Canzone del Sole” ha traghettato i ragazzi degli anni ‘60 fino al ‘90. Sintesi del nostro costume, scintille che hanno saputo accendere il patriottismo e il bisogno di essere parte della stessa comunità. E’ stata una risposta simbolica a un momento di difficoltà.
La dimostrazione, al di là di qualche filo di retorica, che nel momento del bisogno, i simboli della propria collettività diventano i collanti indispensabili per affrontare la crisi».
Ora che siamo nella seconda fase, non dovremo dimenticare i buoni sentimenti e le buone azioni. Usare le mascherine, lavarci le mani, mantenere le distanze fisiche, non sociali, versare nei contenitori giusti mascherine e guanti, non deve stancarci, lo faremo per rispetto nei nostri confronti e nei confronti degli altri.
Usiamo in modo consapevole la libertà, diamo un senso al nostro incontrarci, domani al nostro abbracciarci. La libertà, un valore che la nostra cultura occidentale ha conquistato e di cui ora, che ci è stata sottratta, riconosciamo il valore. Riscopriamo con cura il fascino della socialità, che la relazione virtuale non potrà mai darci. Quella relazione virtuale sempre più presente nella vita delle nuove generazioni.
Riscopriamo i nostri valori: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” (Ulisse nell'Inferno). La conoscenza, la cultura, le virtù elevano l’uomo dalle brutture, e la consapevolezza della imperfezione della natura umana ci porta a riconoscere il limite dell’onnipotenza dell’uomo.
Dice lo studioso Stenio Solinas che “ fino al 1980 imperava l’homo oeconomicus, poi è arrivato il narcisista, non tanto perché il mondo è lo specchio del suo io, ma perché vive perseguitato dall’ansia, in uno stato di inquietudine, di insoddisfazione, perché condannato a un eterno presente non in grado di soddisfarlo. Venuto meno il tempo dell’etica del lavoro e della fiducia nel progresso sociale, questo nuovo uomo psicologico è in balia di un individualismo fine a se stesso, afferma un’umanità senza più ostacoli da superare, in giro per il mondo, dove non ci sono più limiti, né confini, del tutto soddisfatto della propria centralità, convinto di una crescita continua in linea con un progresso scientifico in grado di assicurare ogni cura, di sconfiggere qualsiasi malattia, di prolungare indefinitamente la propria vita terrena.
Una società che non sa cosa farsene degli anziani inutili, andati in pensione prima di esaurire le loro capacità lavorative, una società che mette in risalto in ogni occasione la sensazione della loro superfluità. Come abbiamo sperimentato in questi mesi.
Le vittime sono stati gli anziani, non perché avessero più possibilità di venir contagiati; in loro l’infezione si manifestava in modo più grave, perché c’erano condizioni di malattie prima del contagio, la loro condizione di fragilità riduceva la capacità di reagire. Quanti di loro hanno lasciato questo mondo, chiusi in bare accatastate in carri militari e finiti nei crematori.
Valutata l'esperienza degli anziani, la società odierna attribuisce importanza alla forma fisica, alla destrezza, all'elasticità nello stare al passo con le idee nuove.
Una società che ha perso l’idea del passato, non ha interesse per il futuro, non trasmette perché non tramanda, vive in una sorte di eterna giovinezza-attualità. Abbiamo un’etica della comodità e il culto dell’edonismo e dell' autorealizzazione”.
Abbiamo invece capito in questi mesi quanto sia fragile e precaria la nostra esistenza. Abbiamo raggiunto una maggiore consapevolezza della realtà, certo, un maggior livello culturale, sappiamo che la pandemia è dovuta a un virus, non parliamo di untori, nè siamo superstiziosi. Come ai tempi della peste del Boccaccio nel 1300 o del Manzoni nel 1600, anche noi però, per debellare un virus siamo rimasti a casa, ci siamo lavati le mani spesso, portiamo la mascherina, manteniamo le distanze.
In un'epoca in cui la scienza ci aiuta a oltrepassare i confini della terra e la tecnologia raggiunge traguardi impensabili, abbiamo capito quanto siano fragili le conquiste di questo mondo e quanto sia matrigna la natura, diceva Leopardi, che da sempre domina l’uomo.
Ripensare il mondo, questo serve dopo un'epidemia.

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