mercoledì 25 gennaio 2017

LA GIORNATA DELLA MEMORIA - Silvia Laddomada

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"Il lavoro rende liberi"

INCONTRO CULTURALE ORGANIZZATO DALL'UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO E DEL SAPERE “MINERVA" DI CRISPIANO





Il giorno della memoria è una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio per commemorare le vittime della Shoah. E’ stata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo novembre 2005, a stabilire questa giornata, perché proprio il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata rossa, dopo l’offensiva contro i tedeschi sul fiume Vistola-Oder e proseguendo nel territorio tedesco verso Berlino, irruppero nel Campo di concentramento di Auschwitz, una cittadina poco distante da Cracovia, liberando i superstiti. La scoperta di un tale luogo, le testimonianze dei sopravvissuti, rivelarono compiutamente, per la prima volta al mondo, l’orrore del genocidio nazista.

I tedeschi si erano già ritirati 15 giorni prima, portandosi i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia. L’apertura dei cancelli mostrò anche gli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati nel lager nazista. Erano 900 i campi di concentramento disseminati in tutta Europa, ma in modo più massiccio in Polonia.

Si parla di un vero e proprio genocidio, di una distruzione pianificata degli Ebrei, 6 milioni di individui, a cui si aggiungono centinaia di migliaia di altre persone, tra zingari,malati mentali, disabili, omosessuali; uccisi perché parte di una sub umanità, erano “diversi”, erano dei cosiddetti “sottouomini”. La persecuzione dei “diversi” è ancora oggi praticata in molte società, ma il progetto hitleriano dello sterminio totale del popolo ebraico fu la manifestazione più delirante e al tempo stesso quella più scientificamente organizzata.

L’odio per gli Ebrei, cioè l’antisemitismo, che nel 1800 si chiamava antigiudaismo, era un’avversione di tipo culturale e religioso, che percorreva l’Europa cristiana da secoli. Gli Ebrei erano coloro che non avevano accettato la verità del Cristianesimo, a questo antisemitismo teologico se ne aggiungeva uno di tipo economico, che produsse la figura del giudeo usuraio, infido, avido, perché gli Ebrei in molti angoli d’Europa avevano sviluppato attività di tipo finanziario, nelle loro mani circolava il denaro, e questo li rendeva ancora più odiosi, erano nemici interni, erano propensi o addirittura pronti al tradimento, pur di perseguire i propri interessi.

Un antisemitismo di tipo razziale si propagò rapidamente in tutta Europa verso la metà del 1800: gli Ebrei erano una razza inferiore, erano da emarginare. Era questa la convinzione di Hitler, capo del partito nazionalsocialista (nazista), all’interno della repubblica di Weimar, nata nel 1919, alla fine della 1^ guerra mondiale. Le condizioni imposte alla Germania dagli Stati vincitori erano state durissime: perdita ingente di territorio, obbligo di disarmo, obbligo a risarcire i danni provocati dal conflitto. In Germania si era diffuso un malcontento generale, Hitler ne approfittò; additò come responsabili della sconfitta della Germania gli Ebrei e gli Slavi russi, parlò di un complotto giudaico-bolscevico a danno della Germania. Ebrei e comunisti vennero accusati di tenebrosi delitti e perfidi complotti contro la Patria: la decadenza della Germania era dovuta alla mescolanza con razze inferiori, e queste andavano sacrificate, solo così la nazione tedesca poteva ritrovare la posizione di predominio europeo che le spettava.

E’ chiaro che l’ideologia nazista fu fin dall’inizio violentemente razzista. Secondo Hitler le razze esistevano ed erano legate al sangue: ciò significava che l’appartenenza a una razza non si acquisiva attraverso l’educazione e i rapporti sociali, ma era una condizione innata, immodificabile. Inoltre, per il leader nazista, tra le razze vi era una precisa gerarchia, per cui esistevano razze superiori che avevano il diritto di dominare sulle razze inferiori.

La razza ariana, di cui Hitler riteneva facessero parte i tedeschi, era considerata “una razza di signori”, che doveva imporsi sulle altre, tra queste la peggiore era la razza ebraica, che oltre ad essere inferiore, stava congiurando per distruggere la civiltà europea.

Erano inferiori, come razza, anche gli Slavi, cioè polacchi, ucraini, russi, che dovevano essere eliminati, come gli Ebrei.

La crisi americana del 1929 peggiorò la situazione economica della Germania, il marco si svalutò terribilmente: se nel 1920 ci volevano 2420 marchi per avere un dollaro, alla fine del 1923 ce ne volevano 4 mila miliardi.

Hitler continuava ad attribuire agli Ebrei la colpa delle sfortune tedesche.

I consensi travolgenti alla sua politica portarono Hitler, nel 1933, ad essere il Cancelliere della Germania. E da questo momento la guerra sembrò, alla maggioranza dei tedeschi, lo sbocco inevitabile di questo momento di esaltazione.

Cominciò sistematicamente una politica di discriminazione e di repressione di disabili e fu avviata una spietata persecuzione della minoranza ebraica tedesca: 500.000 persone ben integrate nella società e spesso occupate nelle libere professioni, nelle industrie e nelle finanze.

I primi ad essere internati furono i militanti dei partiti di sinistra, il primo lager sorse a Dacau, nel 1933, alla periferia di Monaco. Gli ebrei furono esclusi dagli impieghi pubblici e dell’insegnamento. Furono bruciati pubblicamente migliaia di libri, che non sostenevano il nazismo e non rispondevano ai canoni del perfetto tedesco. Furono bruciati libri di scienziati ebrei, come Einstein, Freud, in campo musicale non vennero più eseguite opere di artisti di origine ebraica, come Mendelssohn.

Nel 1935 furono approvate le leggi di Norimberga, che privavano gli Ebrei della cittadinanza tedesca e del diritto di voto, li escludevano da ogni ufficio, vietavano il matrimonio con i non ebrei, si boicottavano i negozi e i commerci.

Poi si mirò a separarli rigidamente dal resto della popolazione, espropriandoli dei loro beni, che venivano riassegnati a cittadini e a imprese ariane; si crearono in periferia degli spazi chiusi, i ghetti, quartieri sigillati, dove centinaia di migliaia di persone erano stipate in poco spazio, prive di cibo, di medicinali, di assistenza, falcidiate dalla malattie e della fame, divenuti oggetto di violenza di ogni genere.

Su un territorio di 10 kmq. furono concentrati fino a 500.000 mila persone.

Nel ghetto di Varsavia,in poco tempo, perirono 400.000 ebrei.

La violenza del regime si scatenò nella notte tra l’8 e il 9 novembre 1938, la famosa “notte di cristalli”. Centinaia gli ebrei uccisi, centinaia i feriti, numerose le violenze sessuali, 200 sinagoghe date alle fiamme, 700 negozi distrutti e saccheggiati; notte dei cristalli, notte in cui le vetrine andarono in frantumi.

Come beffa, Hitler impose alla popolazione ebraica tedesca il pagamento allo Stato dei danni per la violenza subita.

Dopo queste tristi giornate 30.000 ebrei maschi furono inviati nei lager, nei campi di concentramento, dove gli Ebrei diventavano una risorsa economica: ridotti in schiavitù, i prigionieri potevano lavorare ed essere sfruttati fino alla morte, gli uomini improduttivi venivano immediatamente uccisi.

Nei lager i prigionieri erano distinti in base a contrassegni, gli ebrei avevano l’obbligo di attaccare ai vestiti un triangolo o una stella gialla, come segno di riconoscimento; tutti erano marchiati da un numero sul braccio.

Prima della guerra il progetto nazista prevedeva l’espulsione di massa degli ebrei e la segregazione nei ghetti, o l’internamento nei lager.

La scelta di passare al progetto di sterminio, fu presa dopo l’avanzata dei tedeschi in Polonia e in Russia, regioni abitate da milioni di Ebrei. Nel 1941 gruppi speciali di SS, con l’appoggio di governi collaborazionisti, rastrellavano gli Ebrei e li fucilavano. Ma non sempre questi reparti speciali riuscivano a smaltire “il lavoro di morte” in tempo utile per seguire l’avanzata dell’esercito.

L’uccisione con armi da fuoco di gente inerme, donne, vecchi, bambini, causava spesso negli stessi assassini crisi nervose e disturbi mentali, tanto che molti SS, reclutati tra i criminali, riuscivano ad eseguire gli ordini solo sotto l’effetto di alcol.

Quindi nell’inverno del ‘41 nacque il progetto dei campi di sterminio, destinati all’eliminazione sistematica della popolazione ebraica, costruiti in 900 località, tra Germania, Austria e Polonia.

A gennaio 1942 si cominciò a parlare di soluzione finale, quindi furono escogitate le camere a gas. I campi di concentramento fornivano alle industrie tedesche il lavoro di operai – schiavi (come a Dacau, a Mauthausen), che morivano per fame, stenti o usati come cavie nei laboratori medici.

Nei campi di sterminio (tutti in Polonia) i prigionieri venivano rapidamente eliminati, appena arrivati (come Treblinka, Belzec, Sobibor). Il più famoso era Auschwitz, diviso in due parti: campo di concentramento e campo di sterminio (esteso fino alla località di Birkenau).

Con la costruzione di questo secondo complesso, ad Auschwitz fu organizzata la più efficiente macchina di morte nazista, con camere a gas e forni crematori.

I forni crematori furono realizzati per cancellare qualsiasi testimonianza della Shoah, dello sterminio di massa. Uccisi nelle camere a gas gli internati venivano sepolti in grandi fosse nel terreno, ma era impossibile tenere segreti questi luoghi, così nei forni crematori, si riusciva a bruciare fino a 10.000 corpi di prigionieri morti.

Il progetto hitleriano, però, non ebbe successo, la liberazione dei sopravvissuti da parte dei russi, il 27 gennaio, ha fatto sì che tutta questa tragedia venisse conosciuta.

Tra i sopravvissuti ritornati alle loro case, molti hanno scritto dei libri, per raccontare come si svolgeva la vita in quelli che hanno chiamato “inferni organizzati dall’uomo”.

Il ricordo più amaro e doloroso di tutti i superstiti era lo stato di degradazione ed avvilimento al quale si riducevano a poco a poco gli internati. La fame, la persecuzione, il terrore delle percosse e della morte, annientavano in loro tutti quei sentimenti e quelle passioni, quegli affetti e quei pensieri che sono la ricchezza più vera e più grande dell’uomo.

Unico, ossessionante restava il desiderio di sopravvivere. Scompariva ogni senso di dignità e di giustizia, giacché essere coraggiosi e reagire ai soprusi voleva dire soltanto essere destinati a una morte bestiale.

Non dimentichiamo. Questo ci dicono le vittime della Shoah. 

Al dibattito seguito alla relazione, sono intervenuti i proff. Carmine Prisco, Pietro Speziale e Anna Presciutti, arricchendo l'argomento particolarmente sentito da tutti i presenti.


Tratto dal libro "Simboli e tradizioni nella Grecia moderna" di Carmine Prisco,
pp 246,247,248
 
Monastero Mega Spileo
Il monastero nel dicembre del 1943 subì, come la città di Kalavrita, la feroce rappresaglia tedesca in cui furono uccisi monaci, pellegrini e abitanti della zona. In ricordo di tale eccidio all’ingresso del monastero sorge un monumento con l’indicazione del nome e dell’età delle vittime. (Vedi foto) 
Ma l’evento storico che ha fatto conoscere la cittadina di Kalavrita in tutto il mondo è il cosiddetto Olocausto di Kalavrita. Si tratta della strage compiuta dalle forze tedesche di occupazione il 12 dicembre del 1943, nella quale furono uccisi tutti i maschi della città di età superiore ai tredici anni. La città fu incendiata, furono fucilate circa 700 persone. Anziani, donne e bambini furono rinchiusi nella scuola comunale, che i nazisti poi bruciarono; i rinchiusi si salvarono per il gesto umanitario di un soldato austriaco, che fu poi giustiziato. La scuola oggi ospita il Museo dell’olocausto, dove sono conservati memorie, scritti, oggetti personali delle vittime del massacro. Il monumento che ricorda la tragedia della città sorge su un terrapieno dove su lastre di marmo sono incisi i nomi e l’età delle vittime e sul terreno erboso una scritta in pietra bianca recita: ΟΧΙ ΠΙΑ ΠΟΛΕΜΟΙΕΙΡΗΝΗ (MAI PIÙ GUERRE – PACE)



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