In questo periodo si parla solo di coronavirus, corona perchè il virus ha i bordi smerlettati come una corona. Un mese fa si parlava di virus cinese, perchè dalla Cina era partito; quindi colpa dei cinesi. Atteggiamenti isterici, panico, allarme, discriminazione nei confronti dei cinesi che, se ricordiamo, venivano guardati con ribrezzo, non si frequentavano i loro ristoranti, i loro negozi; nei pulman o metropolitane non era gradito avere un cinese come compagno di viaggio. Poi la cosa si é fatta più seria. Si é parlato di focolai presenti in Lombardia, poi in Veneto, in Emilia, e in altre città. E' stata definita "zona rossa" l'area territoriale che include i paesi della Lodigiana, Lodi e dintorni. Per cui cambia lo scenario; comincia la caccia alle streghe: non andate in Italia, dicono all'estero. Non andate a Milano, dicono gli italiani. Voi milanesi non venite a infettare noi del Sud, che finora eravamo terroni. Treni sospesi, viaggi aerei annullati, biglietti rimborsati. Vietati i viaggi da e per Milano. Assalto ai supermercati: la gente ha fatto scorte di tutto per settimane, come se stessimo in guerra. Amuchina scomparsa, mascherine di protezione con prezzi alle stelle. Scuole, cinema, chiese, musei, campi sportivi, tutti chiusi. Luoghi pubblici deserti. Meglio prevenire. Le misure prese da Governo nazionale e governi regionali basate solo sull'indecisione. Economia allo sfascio, ovviamente. Anche i rapporti tra amici e parenti sono diventati più freddi, soprattutto per il dubbio che il parente o l'amico abbiano incontrato qualcuno contagiato. Negli ospedali non si riesce a dare il cambio agli infermieri, impegnati nell'assistenza ai casi più clamorosi. D'altra parte, quei cittadini che hanno prudentemente e coscienziosamente accettato di sottoporsi al controllo col tampone e poi di stare in quarantena, sono da apprezzare. Per il bene di tutti.
La verità é che di fronte a questo microscopico virus ci sentiamo indifesi, noi, signori del cielo e della terra, abbandonati anche dalla dea Scienza. Questo virus, come nemico silenzioso e invisibile, infetta i corpi, ma soprattutto la mente, generando panico, o paranoia. In queste settimane non si parla d'altro, appunto. C'é chi ride, c'è chi scherza, chi esagera, chi minimizza. I messaggi che circolano, anche nel nostro gruppo, bello l'ultimo "Coronavirus: sempre più numerosi i casi di cittadini che hanno spento la televisione e sono guariti". Anche in TV, qualcuno ha detto: spegnete i social, vivrete meglio!
Quest'epidemia dei tempi moderni, pertanto, ci riporta ai secoli bui, quando il morbo si chiamava peste, per la sua forma distruttiva; la peste era nell'immaginario collettivo, la "morte nera", una malattia che ha accompagnato l'umanità nei secoli. Per questo, é spesso presente nelle grandi opere, letterarie e artistiche. Non c'erano cure efficaci, l'alternativa era la preghiera, non restava che mettersi nelle mani di Dio, tanto più che la peste era considerata un castigo di Dio.
Nell'ultimo secolo la più drammatica peste é stata la spagnola. 1918, siamo in piena guerra mondiale, la Spagna non c'entra, era un Paese neutrale, per cui non essendoci la severa censura militare, era l'unico paese in cui si poteva parlare e scrivere dell'epidemia.
La verità é che di fronte a questo microscopico virus ci sentiamo indifesi, noi, signori del cielo e della terra, abbandonati anche dalla dea Scienza. Questo virus, come nemico silenzioso e invisibile, infetta i corpi, ma soprattutto la mente, generando panico, o paranoia. In queste settimane non si parla d'altro, appunto. C'é chi ride, c'è chi scherza, chi esagera, chi minimizza. I messaggi che circolano, anche nel nostro gruppo, bello l'ultimo "Coronavirus: sempre più numerosi i casi di cittadini che hanno spento la televisione e sono guariti". Anche in TV, qualcuno ha detto: spegnete i social, vivrete meglio!
Quest'epidemia dei tempi moderni, pertanto, ci riporta ai secoli bui, quando il morbo si chiamava peste, per la sua forma distruttiva; la peste era nell'immaginario collettivo, la "morte nera", una malattia che ha accompagnato l'umanità nei secoli. Per questo, é spesso presente nelle grandi opere, letterarie e artistiche. Non c'erano cure efficaci, l'alternativa era la preghiera, non restava che mettersi nelle mani di Dio, tanto più che la peste era considerata un castigo di Dio.
Nell'ultimo secolo la più drammatica peste é stata la spagnola. 1918, siamo in piena guerra mondiale, la Spagna non c'entra, era un Paese neutrale, per cui non essendoci la severa censura militare, era l'unico paese in cui si poteva parlare e scrivere dell'epidemia.
Il governo arrivò ad ordinare di non suonare le campane ai funerali, per non demoralizzare la popolazione.
Nel 1968 un'altra ondata epidemica: l'influenza di Hong Kong.
Nel 2001 il morbo della mucca pazza. Fu proibita la vendita della bistecca con l'osso.
Nel 2002 la SARS (sindrome acuta respiratoria severa).
Nel 2005 l'aviaria, crollò il consumo di pollame e uova.
Nel 2009 l'influenza suina.
In ogni caso, grandi allarmi
La più antica epidemia viene riportata addirittura nella Bibbia, dove si racconta di una malattia sconosciuta, e contagiosa, che uccise migliaia di israeliti.
Nel 430 a.C. scoppiò la peste ad Atene, dove morì Pericle, l'uomo politico che aveva garantito l'egemonia della città nel mare Egeo.
Una malattia di cui parla lo storico Tucidide (460-395 a.C.), che ne analizza le caratteristiche più toccanti: la sofferenza della popolazione, la decadenza delle norme morali. La storia, diceva, non solo è un mezzo per ricordare grandi gesta ed eventi, ma soprattutto è lo strumento utile ai posteri per comprendere il futuro. Lui stesso dichiarava di studiare i sintomi e le caratteristiche della peste, in modo che se un giorno futuro dovesse ritornare, la gente sapesse di che cosa si tratta e potesse fare tesoro delle esperienze precedenti.
Lucrezio (94-56 a.C.), poeta e filosofo romano, evidenziava il decadimento dei costumi di quel tempo: i parenti abbandonavano i malati per paura del contagio, i morti venivano sepolti in fosse comuni, a loro venivano negati i funerali dignitosi. Un chiaro segno della disgregazione sociale.
Un flagello epocale fu quello che colpì l'Europa nel 1348.
Nel 430 a.C. scoppiò la peste ad Atene, dove morì Pericle, l'uomo politico che aveva garantito l'egemonia della città nel mare Egeo.
Una malattia di cui parla lo storico Tucidide (460-395 a.C.), che ne analizza le caratteristiche più toccanti: la sofferenza della popolazione, la decadenza delle norme morali. La storia, diceva, non solo è un mezzo per ricordare grandi gesta ed eventi, ma soprattutto è lo strumento utile ai posteri per comprendere il futuro. Lui stesso dichiarava di studiare i sintomi e le caratteristiche della peste, in modo che se un giorno futuro dovesse ritornare, la gente sapesse di che cosa si tratta e potesse fare tesoro delle esperienze precedenti.
Lucrezio (94-56 a.C.), poeta e filosofo romano, evidenziava il decadimento dei costumi di quel tempo: i parenti abbandonavano i malati per paura del contagio, i morti venivano sepolti in fosse comuni, a loro venivano negati i funerali dignitosi. Un chiaro segno della disgregazione sociale.
Un flagello epocale fu quello che colpì l'Europa nel 1348.
A diffondere la morte nera furono pulci e pidocchi che infettavano i topi e questi a loro volta contagiavano l'uomo.
Pare che le galee dei mercanti veneziani e genovesi provenienti dall'Oriente, fossero piene di topi infetti. Pur di trovare un colpevole, la gente ritenne gli Ebrei responsabili della diffusione del virus, dando luogo a persecuzioni. Altri l'attribuirono alla volontà di Dio, per cui nacquero dei movimenti religiosi, come quello dei Flagellanti.
La sensazione di essere vittime di una vendetta divina, la paura della morte, cambiarono gli uomini, i valori sociali; diffidenza e sfiducia si impadronirono della popolazione: erano in pericolo non solo i commerci, ma anche le amicizie.
Il declino morale é un aspetto che lo scrittore e poeta Giovanni Boccaccio (1313-1375) affronta nel Decamerone. Colpito dalla perdita di dignità della popolazione, dai devastanti effetti sociali della peste, dall'anarchico degrado in cui cadde la città di Firenze, dalla bestiale individualità in cui l'uomo si chiuse, così scrive Boccaccio nell'introduzione alla prima giornata.
"E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse
dell’altro cura, e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e dilontano; era con si fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti
degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, e il zio
il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e,
che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli,
quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano........
.......Era usanza, si come ancora oggi veggiamo usare, che le donne
parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che
più gli
appartenevano piangevano; e d’altra parte dinanzi alla casa del
morto co’ suoi
prossimi si ragunavano i suoi vicini e altri cittadini assai, e
secondo la qualità
del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri
de' suoi pari, con
funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui
prima eletta anzi la
morte n’era portato. Le quali cose, poi che a montar
cominciò la
ferocità della pistolenza, o in tutto o in maggior parte quasi
cessarono, e altre
nuove in loro luogo ne sopravvennero.....
.......... Ed erano radi coloro, i corpi de’ quali fosser più che da un
.......... Ed erano radi coloro, i corpi de’ quali fosser più che da un
diece o dodici de’
suoi vicini alla chiesa accompagnati; li quali non gli
orrevoli e cari
cittadini sopra gli omeri portavano, ma una maniera di
beccamorti
sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini,
la quale questi
servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella
con frettolosi
passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la morte di-
sposto, ma alla più
vicina le più volte il portavano, dietro a quattro o a sei
cherici con poco
lume, e tal fiata senza alcuno: li quali con l’aiuto de’
detti becchini,
senza faticarsi in troppo lungo uficio o solenne, in qualun-
que sepoltura
disoccupata trovavano più tosto il mettevano.......
Nadia Bumbi - Laddomada |
Un'altra epidemia di peste si verificò nel ducato di Milano nel 1629. La causa fu la guerra di successione al trono di Mantova. Il ducato di Venezia per allargare il dominio fino a Mantova, aveva assoldato un esercito di mercenari, i Lanzichenecchi, soldati austriaci che avevano una pessima fama, visto che dove passavano, portavano distruzione e gravi malattie.
Passando da Milano, la depredarono e diffusero la peste. Alessandro Manzoni nel suo capolavoro "I Promessi Sposi" dedica alcuni capitoli all'argomento, anche perchè, dice " in questo contesto verranno a trovarsi i nostri personaggi" (cap. XXXI). Egli si sofferma sul tentativo, da parte della popolazione, di negare l'esistenza del morbo. Il non intervento delle autorità mediche e politiche ("la premura era ben lontana da uguagliare l'urgenza; dice), la mancata applicazione di metodi efficaci, l'isteria delle masse, la richiesta pressante di una processione per placare Dio (che invece facilitò la diffusione del contagio).
Giacomo Salvemini |
Tanta irrazionalità. Per cui quando il morbo era fin troppo evidente, per non riconoscere le loro responsabilità, le autorità assecondarono la folla, che pensava a gente diabolica pronta a spargere la peste, con i veleni e unguenti contagiosi. Nacque la figura immaginaria dell'untore, su cui scaricare la colpa della diffusione della malattia. Tanti sono gli episodi che Manzoni riporta, parlando di gente che veramente aveva visto gli untori. I forestieri venivano arrestati e condotti in tribunale e anche se interrogatori e testimonianze mettevano in dubbio l'accusa, i tribunali lasciavano che la folla credesse. Manzoni, nella "Storia della colonna infame" ha accusato questi giudici, ritenendoli colpevoli di aver lasciato credere che ci fossero degli untori.
In pratica dire che la porte imbrattate fossero lo scherzo di un burlone, equivaleva a dire che si era complici dell'untore. "Il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune". Manzoni ammonisce e raccomanda al lettore che prima di aprire bocca, bisogna ragionare, bisogna osservare, ascoltare, paragonare e pensare. Nel romanzo anche il povero Renzo viene scambiato per un untore, quando si reca a casa di donna Prassede e viene a sapere che Lucia è al Lazzaretto, l'ospedale che accoglieva i moribondi.
In pratica dire che la porte imbrattate fossero lo scherzo di un burlone, equivaleva a dire che si era complici dell'untore. "Il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune". Manzoni ammonisce e raccomanda al lettore che prima di aprire bocca, bisogna ragionare, bisogna osservare, ascoltare, paragonare e pensare. Nel romanzo anche il povero Renzo viene scambiato per un untore, quando si reca a casa di donna Prassede e viene a sapere che Lucia è al Lazzaretto, l'ospedale che accoglieva i moribondi.
Lettura del capitolo 34 de "I Promessi Sposi".
Intervento di Anna Presciutti
“La Peste” di Camus
“La Peste” di Camus
L’opera
di Albert Camus è senza dubbio un romanzo, le cui vicende l’autore
colloca in un anno indeterminato della prima metà del secolo XX:
“I
singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca si sono
verificati nel 194… a Orano.”
La
diffusione dell’epidemia negli anni quaranta non è supportata da
alcun documento storico. Un’opera di fantasia? In fondo è un
romanzo; eppure le vicende sono più reali che mai, perché
concernono l’uomo nella dimensione storica e esistenziale.
“La
Peste” ha la struttura classica del romanzo, con una trama che si
dipana in un certo luogo, in un certo tempo, con certi personaggi le
cui azioni sono condizionate dalla segregazione e dalla paura. Un
romanzo che il narrante definisce “una cronaca degli eventi”, ma
che è anche un’analisi attenta dell’animo umano.
Ritroviamo
i passaggi che ormai conosciamo: il dubbio, l’incredulità, il
tentativo di non diffondere il panico, l’accettazione della verità,
la ribellione di alcuni, la volontà di preservare un barlume di
socialità, il tentativo di evadere leggi e confini. Il dramma della
separazione. La guarigione e la morte.
E poi il ritorno
apparente alla normalità.
Infatti
l’opera presenta altre possibilità d’interpretazione.
La peste non è solo un
morbo, è anche la metafora del Male storico.
Politicamente impegnato oltre che lucido
osservatore, Albert Camus considera l’avvento e l’affermazione
del Nazismo una manifestazione del Male, che colpisce dapprima in
modo silenzioso, subdolo, quasi impercettibile, la società minata
socialmente ed economicamente del primo dopoguerra, fino ad arrivare
all’espressione più ardita del concetto di superiorità ariana
Albert
Camus è anche un filosofo: dalla descrizione metaforica del Male
storico, passa alla considerazione del Male esistenziale.
La
peste in questo caso è l’Assurdo insito nel concetto stesso di
vita, cioè l’inevitabilità della morte. L’assurdo non può
essere vinto, ma deve essere comunque combattuto dall’uomo
“revolté”, il ribelle, che ne ha preso coscienza.
La
sua ribellione sarà nella normalità.
La
lotta contro il male storico e quello esistenziale trova chiara
espressione nella figura del protagonista del romanzo, il dottor
Rieux.
Rieux
è la personificazione del santo laico, che non ricorre all’ausilio
della Provvidenza manzoniana, né imputa a Dio la volontà di punire
con la pestilenza gli uomini per le loro malefatte. Non giudica
l’uomo, pur riconoscendone lucidamente virtù o vizi, valori e
miserie. Non si innalza sul pulpito, come invece fa il compaesano
padre Paneloux, il quale urla in chiesa il suo “J’accuse”.
Nel
tentativo di spiegare il male come una punizione divina della
malvagità umana, dell’empietà, Paneloux accusa i concittadini di
essersi allontanati da Dio, dicendo testualmente:
“Fratelli
miei, voi siete nella sventura, voi l’avete meritato”.
Solo
dopo aver assistito alle sofferenze e alla morte di un bambino
innocente, egli fa un passo indietro e scende dal piedistallo di
giudice integerrimo, scegliendo di far parte delle squadre al
servizio dei malati organizzate da volontari e dal medico, il dottor
Rieux.
Dal
VOI è passato al NOI, esseri umani preda dell’Assurdo.
Preferendo
l’immanenza alla trascendenza, Camus sceglie la santità laica del
medico, il quale accetta di compiere fino alla fine, scrupolosamente,
il proprio dovere, avendo “cura” del buon cittadino come del
disonesto, dell’austero giudice come del vecchio pazzo che misura
le ore contando ceci.
Rieux tenta di contrastare
la malattia (il male), pur sapendo di non poterla vincere
completamente, perché essa continuerà a riaffacciarsi nella storia.
Ma, come Sisifo, lui ricomincerà la sua opera.
Laddomada - Presciutti |
L’ultima
pagina del romanzo descrive i festeggiamenti che la città di Orano
organizza per la scomparsa della pestilenza, l’apertura delle
porte, la fine della separazione.
Il
dottor Rieux
“sapeva
tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della
vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello
che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora
compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i
loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi
e rifiutando di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei
medici. Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla
città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata:
lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei
libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai,
che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella
biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine,
nelle valigie, nei fazzoletti nelle cartacce e che forse sarebbe
venuto giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la
peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una
città felice.”
AVVISO IMPORTANTE
CORONAVIRUS, SINTESI DEL DECRETO
Il Governo ha emanato, in data 4 marzo 2020, un decreto che applica per la prima volta in tutt’Italia la sospensione delle attività didattiche delle Università e delle scuole di ogni ordine e grado fino al 15 marzo compreso.
Il coronavirus come nuova peste manzoniana: l’incapacità organizzativa che ritorna |
Il Governo ha emanato, in data 4 marzo 2020, un decreto che applica per la prima volta in tutt’Italia la sospensione delle attività didattiche delle Università e delle scuole di ogni ordine e grado fino al 15 marzo compreso.
Deciso lo stop per un mese (fino al 3 aprile) di eventi e manifestazioni di qualsiasi natura e in ogni luogo (pubblico e privato) che possono rappresentare un rischio di infezione per troppa presenza di pubblico e impossibilità di garantire la distanza di sicurezza di 1 metro.Ci sono infine importanti novità per gli anziani (dai 65 anni in su): è espressa la raccomandazione di non uscire di casa fino al 3 aprile se non per stretta necessità.
COSA E’ SOSPESO:
⛔Le scuole di ogni ordine e grado
⛔Le scuole di ogni ordine e grado
⛔Gli asili
⛔L’Università
⛔L’università per anziani
⛔I corsi professionali
⛔Cinema, teatri, discoteche/sale da ballo.
⛔Trasferte di tifosi in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e nelle province di Pesaro-Urbino e Savona
⛔Musei e luoghi culturali A MENO CHE ASSICURINO:➡Fruizione contingentata / no assembramenti di persone (numero limitato di utenti) tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico➡il rispetto della distanza di almeno un metro tra visitatori
⛔Viaggi di istruzione
⛔Scambi e gemellaggi
⛔Visite guidate programmate dalle scuole
⛔I congressi, le riunioni e i meeting e gli eventi sociali che coinvolgono il personale medico e di pubblica utilità (compresi i Comuni)
⛔Rinviati a dopo il 15 marzo tutti gli altri convegni e congressi manifestazioni ed eventi di ogni natura, in luogo pubblico e privato che comportano un affollamento tale da far mancare il rispetto della distanza di sicurezza di almeno un metro
⛔gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato
⛔gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato
COSA FUNZIONA:
✅Ristoranti, bar e pub A CONDIZIONE CHE:➡ il servizio sia fatto solo per i posti a sedere➡i clienti siano nelle condizioni di stare a distanza di almeno un metro tra loro (la distanza di un braccio steso)
✅Tutte le altri attività commerciali A CONDIZIONE CHE:➡Consentano accesso ai locali Fruizione contingentata / no assembramenti di persone (cioè numero limitato di utenti dentro agli spazi) tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico➡Mantengano la distanza di un metro tra visitatori
✅Mercati ordinari
✅Luoghi di culto A CONDIZIONE CHE:➡Evitino assembramenti di persone tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti ai frequentatori➡Mantengano la distanza di un metro tra frequentatori
✅Musei e luoghi culturali SOLO A CONDIZIONE CHE assicurino➡Pubblico contingentato / No assembramento di persone (sulla base della dimensione e delle caratteristiche di locali aperti al pubblico)➡il mantenimento di 1 metro di distanza tra i visitatori
✅Eventi e competizioni sportive e le sedute di allenamento DEGLI ATLETI AGONISTI in impianti sportivi utilizzati a PORTE CHIUSE e COMUNQUE OCCORRE CHE➡Associazioni e società sportive con i loro medici facciano controlli per contenere la diffusione del virus tra atleti, tecnici, dirigenti e accompagnatori
✅Lo sport di base e le attività motorie...
(Schema decreto ministeriale fornito dal cons. regionale Renato Perrini)
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